Storia di Tuscania
Tuscania attraverso i secoli
di Giuseppe Giontella (stampato in febbraio 1980)
Introduzione
In un sito dedicato a Tuscania non poteva mancare la sua storia; chi meglio del prof. Giuseppe Giontella, grande studioso della storia medievale della nostra città, poteva raccontare le vicende di una città che nel corso dei secoli, anche se con alti e bassi, ha avuto un’importanza notevole.
Molti di noi posseggono il libro raffigurato accanto, io voglio proporvelo in questa moderna e nuova veste, con indici rapidamente consultabili.
Spero di aver fatto un buon lavoro e ringrazio il prof. Giontella per quello che ha fatto e per quello che farà ancora per la nostra Tuscania.
Luigi Pica
IL PERIODO ETRUSCO (VIII – III sec. a.C.)
Il Periodo Etrusco – Tuscania attraverso i secoli – di Giuseppe Giontella
In epoca etrusca Tuscania è uno dei centri più significativi dell’Etruria meridionale interna. Fino agli anni Sessanta l’interesse per questa città è stato piuttosto marginale. Da qualche decennio, alcuni studiosi stanno dedicando la loro attenzione ai diversi aspetti, che l’Etruria meridionale interna presenta; di conseguenza, l’indagine sul peso, che ha avuto Tuscania in tale contesto, si fa sempre più accurata, grazie anche alla quantità e qualità dei reperti, che di tanto in tanto vengono in luce.
La «Scienza del Territorio» inserisce Tuscania nei percorsi di crinale tracciati dall’uomo primitivo in epoca preistorica. Tale scienza ipotizza un percorso di crinale da Monte Albano (Firenze) a Ponte Milvio (Roma) aperto dall’uomo preistorico durante il ciclo originario, essenzialmente nomadico e silvo-
Campagne di scavo, relative alla preistoria ed alla protostoria, sono iniziate soltanto in questi ultimi anni. Per il passato abbiamo dei rinvenimenti sporadici, come quelli effettuati dai giovani del G.A.R., che portarono alla luce reperti paleolitici (punte di frecce, raschiatoi), durante la ripulitura della necropoli delle Scalette. Nelle estati 1986, 1987, 1988, 1989 e 1990, la «British School at Rome» ha condotto ricognizioni sul territorio di Tuscania.
Quasi dappertutto è stato rinvenuto materiale litico preistorico. Un sicuro insediamento (in contrada Pantacciano) è databile fra l’Età del Rame ed il Bronzo Antico (III millennio –
Sembrerebbe che verso la fine dell’Età del Bronzo e durante il periodo Villanoviano (900-
Lungo il corso, del VII sec. a.C. costituiscono una nota dominante le «tombe ogivali a fenditura superiore» (studiate da A. Akerstrom nel 1934 come tipiche dell’area tarquiniese). Nel descrivere tali tombe, la Quilici Gigli ne individua due tipi: uno a soffitto «ogivale» ed uno a soffitto «spioventi» (fig. 1); questo secondo tipo, a suo dire, sembrerebbe esclusivo di Tuscania.
Il Colonna osserva che, data la notevole presenza in Tuscania delle «tombe ogivali a fenditura
superiore» (fig. 2) (si possono visitare nelle necropoli di Ara del Tufo, delle Scalette, di Sasso Pizzuto, ecc.), sono facilmente deducibili «dei contatti con la grande metropoli costiera» di Tarquinia. A questo proposito, anche la Sgubini Moretti parla di «una fase iniziale di influenza tarquiniese» nei confronti di Tuscania.
Nell’Orientalizzante Recente (630-
L’importanza di Tuscania è rilevabile anche dalle numerose necropoli, che circondano letteralmente l’aggregato urbano ubicato sul colle di S. Pietro: esse sono dislocate lungo le direttrici viarie, che, uscendo a raggiera, conducono verso i centri limitrofi.
Così abbiamo:
I. lungo la via per Tarquinia:
1. Carcarello VI sec. a.C. –
2. Madonna dell’Olivo V-
3. Ara del Tufo VII-
4. San Giusto VII-
5. Solfarate II sec. a.C.
II. lungo la via per Norchia (futura via Clodia):
6. Sasso Pizzuto VII-
7. Piantata IV-
8. San Lazzaro VII-
9. Doganelle IV-
III. lungo la via per Ferento:
10. Le Scalette VII-
11. Sughereto (Fioritella) III-
IV. lungo la via per Marta:
12. Pian di Mola VII –
V. lungo la via per Bisenzo:
13. La Peschiera VII-
14. La Castelluzza VI-
15. Le Ristrette III-
VI. lungo la via per Vulci:
16. Rosavecchia III-
VII. tra la via tarquiniese e la via vulcente:
17. Valvidone VII-
Nel VI sec. a.C., lungo il bacino idrografico del fosso Biedano, si accentra «una densità di popolazione quale è difficile incontrare in altre parti d’Etruria» (Colonna): ricordiamo i centri di San Giuliano, Blera, San Giovenale, Grotta Porcina e Cerracchio; così pure è densamente abitato il grande gomito dell’Alto Mignone (Monterano, Stigliano e Rota). Nel resto dell’Etruria interna gli insediamenti sono pochi e di scarso rilievo «ad eccezione di Tuscania, che grazie alla sua eccellente posizione sul Marta, a mezza strada tra Tarquinia e il gran lago, in questo periodo è assurta alla condizione di un centro urbano di primaria grandezza»;
Colonna giustifica tale asserzione con «la estensione
raggiunta già allora dalla sua necropoli, superiore a quella di qualsiasi altro centro dell’Etruria meridionale interna, Bisenzio compresa, e non di molto inferiore a quella delle altre città costiere». Anche Pallottino precisa come Tuscania, in epoca Arcaica, sia un «centro primario del retroterra tarquiniese, le cui necropoli rivelano un fiorente sviluppo» e più che con Tarquinia vanno confrontate con Caere. Le tombe a tumulo con tamburo circolare (fig. 3) della necropoli dell’Ara del Tufo «appaiono inconfondibilmente simili a coevi monumenti ceriti di cui ripetono, nell’ assetto e organizzazione degli interni, le soluzioni e le decorazioni architettoniche» (Sgubini Moretti). Tale influsso, percepibile anche nei materiali di corredo delle tombe, si spiega con la posizione di Tuscania in una zona di transito.
«Nuovo in particolare è il concetto di una dipendenza economica da Caere, pur limitata all’ epoca arcaica puntualizza il Colonna –
Naturalmente Tuscania risente dell’influsso tarquiniese (planimetrie di tombe, uso del columen in negativo, finta porta nella parete di fondo di una tomba, ecc.) (fig. 4); così pure recepisce i caratteri culturali di Vulci, attestati dalla presenza di ceramiche etrusco-
Come si vede, Tuscania appare «un centro culturale di primaria importanza ove, grazie alla particolare collocazione topografica, correnti culturali di varia provenienza convergono, vengono recepite, rielaborate e quindi trasmesse in nuove direzioni» (Sgubini Moretti).
Un altro aspetto da puntualizzare, per il VI sec. a.C., è l’inserimento di Tuscania tra i centri delle necropoli rupestri, tipici dell’Etruria meridionale interna. Le necropoli rupestri tuscanesi sono ubicate lungo i fiumi Marta e Maschiolo; tra queste ve ne sono alcune «a facciata rupestre»: non si tratta di tombe normali; «sono tombe scrive il Colonna –
Tipiche di tali necropoli sono le «tombe a dado», la ‘cui formazione si è avuta a Caere nel VII secolo; «le necropoli del Biedano costituiscono, com’è noto, il tramite per cui il tipo della tomba a dado ceretana si è propagato verso il nord» (Colonna), cioè verso Tuscania, fino ad Orvieto, «dove troviamo un intero sepolcreto, quello del Crocefisso del Tufo, pianificato nella seconda metà del VI secolo sulla base di questo tipo di edificio funerario» (Colonna). I due esempi di «tomba a
dado» tuscanesi più importanti sono quella della necropoli della Peschiera (fig. 5) e quella, con portico tetrastilo, della necropoli di Pian di Mola (fig. 6); di fianco a quest’ultima stanno venendo alla luce altre due tombe a dado e, forse, ne verranno scoperte ancora lungo le pendici della valle del Maschiolo.
Prima di chiudere il discorso sul VI secolo, dobbiamo dedicare due parole ai numerosi frammenti di terrecotte architettoniche rinvenute nella necropoli dell’ Ara del Tufo (lastre, sime, antefisse, parti di acroterio, di tegole di gronda dipinte): sembra che «debbano essere necessariamente riferite ad uno o più edifici»; i frammenti recuperati sono «quelli canonici nelle coperture di edifici, ma ove questi fossero ubicati e quali siano state le funzioni cui assolsero, sarebbero ipotesi a dir poco imprudenti»; se questi reperti possono riferirsi a dei sacelli (tenendo conto anche della varietà dei tipi architettonici attestati), ne deriva «in modo inoppugnabile un’intensa attività di maestranze specializzate operanti in loco, con riflessi facilmente ipotizzabili anche sullo
sviluppo dell’ antico centro urbano» (Sgubini Moretti), sul colle di S. Pietro, dove, in uno scavo del 1982, venne trovato un frammento di terracotta architettonica. La maggior parte delle terrecotte recuperate presso la necropoli dell’Ara del Tufo appare «in buono stato di conservazione talora mantenendo cospicue tracce dell’originaria policromia. Il rilievo inoltre appare così fresco da far pensare che il periodo di utilizzazione (e quindi di esposizione alle intemperie) sia stato relativamente limitato. Si ha nel complesso l’impressione di essere di fronte ad un vero e proprio smantellamento di uno o più ‘edifici, dovuto a cause per ora ignote» (Sgubini Moretti) (lt fig. 7). Alla fine del VI sec. a.C. «o poco dopo, dovette aver luogo la dispersione dei frammenti architettonici (…). Sembra di essere di fronte ad una nuova ed imponente testimonianza di quel noto, drammatico processo storico vissuto alla fine del VI sec. a.C. dai centri dell’Etruria meridionale interna» (Sgubini Moretti).
Tra la fine del VI e gli inizi del V sec. a.C. il Colonna ritiene che le città costiere dell’Etruria meridionale (e quelle della Valle tiberina) inizino «ad esercitare un controllo più intenso del retroterra, mirino alla costituzione di piccoli stati territoriali, al posto delle precedenti, politicamente blande, sfere d’influenza. Siamo nell’età di Porsenna e della sua avventurosa politica espansionistica nella valle del Tevere» (Colonna). Tarquinia si espande lungo la valle del fiume Marta, verso Tuscania, fino a Bisenzo e al lago di Bolsena: si nota un impoverimento di Tuscania, che subisce una stasi. La battaglia di Cuma (474 a.C.) segna la fine del dominio nel Tirreno. È possibile ipotizzare che, nel V sec. a.C., i Tuscanesi partecipino alle vicende di cui i Tarquiniesi sono protagonisti, come le imprese di Velthur Spurinna o la costituzione definitiva della Confederazione dei 12 (poi 15) Stati etruschi. La sottomissione del territorio di Tuscania da parte della potente Tarquinia può aver verificato l’improvviso smantellamento degli edifici situati nella necropoli dell’ Ara del Tufo, rilevato dalla Sgubini Moretti.
Con l’inizio del IV sec. a.C. riemergono a Tuscania nuovi fermenti di vita. L’importanza della valle del Biedano e dell’ Alta VaI Mignone viene meno (solo San Giuliano conserva una certa vitalità, che non va oltre il 111 sec. a.C.); ora «il baricentro dell’area si è manifestatamente spostato nel triangolo Tuscania-
Dalla metà del IV sec. a.C. si diffonde nell’architettura funeraria la tomba a camera unica con banchine e sarcofagi in pietra locale. Di solito si afferma che i sarcofagi di nenfro trovati nelle necropoli tuscanesi siano importati da Tarquinia. Il Moretti e la Sgubini Moretti, por non negando questa possibilità, affermano che «non sembra neppure doversi escludere che essi possano essere opera di maestranze tarquiniesi itineranti, che operavano su commissione». Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che i sarcofagi tuscanesi di nenfro sono numerosissimi e presentano «precise scelte di soggetti ornamentali; inoltre la decorazione del sarcofago effettuata in funzione della sua ubicazione all’interno del sepolcro testimonia la necessaria presenza dell’artigiano a Tuscania». Quanto supposto non sembra contrastare, peraltro, con le testimonianze offerteci nella stessa Tuscania da altre sculture già note, quali la famosa «Lasa» (della tomba dei Vipinana nella necropoli del Carcarello) o il «Leone» (della tomba dei Nevznas nella necropoli di Valvidone),
entrambi al museo Archeologico di Firenze; questi, con altri monumenti rinvenuti nell’area della necropoli di Madonna dell’Olivo, potrebbero documentare una fiorente attività di artigiani operanti in loco ed impegnati anche nella decorazione dei sepolcri (fig. 8).
Un discorso a parte meriterebbero (data l’abbondanza di reperti) le tombe della famiglia Curunas (fig. 9) (il cui capostipite Vel Curunas è vissuto poco dopo la metà del IV sec. a.C.) e della famiglia Vipinana (il cui capostipite Sethre Vipinana è un po’ più giovane di Vel Curunas). Altre famiglie di questo periodo, i Nevznas e gli Hermelu, sono scarsamente documentate.
Intorno al 320 a.C. l’egemonia sulla «Lega etrusca» passa da Tarquinia a Volsinii o a Perugia, e la città costiera perde ormai la sua potenza. Dopo la guerra di Roma contro l’Etruria (312-
Tra le più antiche iscrizioni magistratuali di Tuscania troviamo il «pretore edile» o «pretore maru» (zil marunuchva). Chi ci soccorre meglio nella conoscenza delle cariche etrusche è il «sarcofago del magistrato» (fine IV, secondo Torelli, inizio del 111 sec. a.C., secondo Pallottino ed Heurgon, mentre il Cristofani lo fa scendere al II) (fig. 10): il defunto, Arnth figlio di Laris e di Tanchvil Peslialch, ritto sul carro e accompagnato dai littori ha ricoperto le 
Dal sarcofago di Vel figlio di Larth Atna (111 sec. a.C.) risulta che costui, oltre a «zil maruchva», è stato anche «cepta», carica ricollegabile al titolo sacerdotale «cepen». Quanto alla possibilità di esercitare più volte una medesima magistratura, la risposta è affermativa: Velthur figlio di Velthur Vipinana ha ricoperto la carica di zilath di Tuscania per ben undici volte (primi decenni del 111 sec. a.C.) (fig. 11). Nel corso di questo secolo conosciamo numerose famiglie gentilizie: i Flenchrinas, i Velisina (Velisna), i Ceise, gli Uple, i Treptie e gli Ancna.
IL PERIODO ROMANO (III sec. a.C. – V sec. d.C.)
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– Tuscania attraverso i secoli – di Giuseppe Giontella

Fin dagli inizi del III e durante il II sec. a.C., si sviluppa a Tuscania una fabbrica di sarcofagi in terracotta, lavorati a parti staccate e successivamente ricomposte; «le teste ottenute a stampo, sono poi ritoccate e vivificate con un’ ampia lavorazione a stecca» (Bianchi Bandinelli –
La nascita della fabbrica tuscanese dei sarcofagi in cotto è la conseguenza del declino e dello scadimento dei sarcofagi tarquiniesi: la produzione fittile di Tuscania si rivela «atta a

Oltre agli Statlane conosciamo i nomi gentilizi di numerose famiglie del n sec. a.C.: i Rufre, i Nerina, gli Hintiu, i Petru, i Puplina, i Ceisina, i Vipe, i Cae, i Sisinia. La documentazione più ricca riguarda gli Statlane (della quale tratterà certamente Marina Cristofani Martelli nella sua imminente pubblicazione «Le tombe di Tuscania nel Museo Archeologico di Firenze», che sarà edita per i tipi di OlschKi).
Conosciamo anche qualche nome delle famiglie che vivevano nei maggiori centri del territorio tuscanese, come i Ceisu a Roccarespàmpani; gli Heiri e i Thuethlies a Collina d’Arcione; i Satna e i Pelies ad Arlena; gli Arinas, i Pepna, i Ceisu, gli Apuna, i Ritna, i Cales alla Cipollara.

Del Collegio dei Decurioni, il «Senato» locale, è stato membro Caio Copone Crescente (CIL 2956). Anche ,.
in epoca romana, continuano a sopravvivere le cariche sacerdotali: troviamo così Lucio Emilio figlio di Lucio Festo, che ha esercitato la carica di «Aruspice Decuriale» (CIL 2955).
Dopo la conquista romana gli aristocratici etruschi si comportano da conservatori. «l pochi personaggi sicuramente conosciuti di quest’epoca (88-
Due parole, infine, sulle origini del nome «Tuscania». Il nome etrusco della città è sconosciuto. Il nome latino, TUSCANA, è citato per la prima volta da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, III, 5, 52); o meglio, egli non nomina la città, ma i suoi abitanti, i TUSCANIENSES, con una grafia errata, perché tutte le successive iscrizioni I riportano la forma corretta TUSCANENSES.
E esatta, ad esempio, la forma in genitivo TUSCANENSIUM di CIL 2956. Il Colonna spiega che l’errato TUSCANIENSES possa essersi prodotto per analogia con TARQUINIENSES. Il nome TUSCANA è attestato solo nel 143 d.c., in un elenco di soldati, tra i quali compare appunto un tuscanese, Caio Claudio Menodoto. Nel Basso Impero non abbiamo altra documentazione del nome: per ritrovarlo bisogna giungere alla Tabula Peutingeriana e all’ Anonimo Ravennate (IV, 36).
I 3 Periodi
L’ALTO MEDIOEVO (sec. VI- XI)
– Tuscania attraverso i secoli – di Giuseppe Giontella
Delle vicissitudini attraversate da Tuscania durante il Basso Imperonon sappiamo nulla, tranne che il Cristianesimo attecchì molto presto.
I Barbari non risparmiarono di certo la Città; ma, all’arrivo deiLongobardi nella Tuscia (574), Tuscania ci si presenta come una tra le città più importanti della zona: non per nulla era già da tempo sede di Diocesi ed il suo Vescovo aveva un’ampia giurisdizione, in un territorio compreso tra i fiumi Fiora e Mignone, dal lago di Vico al lago di Bolsena, fino al mare (figura n. 7). La sua autorità dovette certamente diminuire con l’invasione longobarda.
Quando Autari fu proclamato re dei Longobardi (584), ottenne da tutti i duchi la metà delle terre in loro possesso, per amministrare le quali egli nominava un gastaldo. Così fecero pure i suoi successori.
Nel Ducato di Tuscia, il gastaldo risiedeva a Tuscania, ma non sappiamo nulla della sua attività di funzionario regio, anche perché ne conosciamo uno solo: Ramningo, che, nel 742, fu mandato dal re Liutprando ad accompagnare il Papa Zaccaria, da Terni fino ai confini del Ducato Romano.
Nella Città e nell’esteso territorio era un pullulare di vita agricola abbastanza attiva, che prendeva le direttive dall’Abbazia di S. Salvatore sul Monte Amiata, dall’Abbazia di Farfa e dal vescovo di Tuscania, i tre proprietari terrieri più importanti.
Il monastero dell’Amiata possedeva vasti appezzamenti nella fascia occidentale del territorio, nei villaggi di (Castel) Marano (presso Piansano), Arnena (Arlena di Castro) e, via via, lungo il corso del fiume Arrone.
Farfa possedeva, qua e là, beni disseminati nel castello di Viterbo e lungo il fiume Marta, soprattutto nella zona attigua al castello di Corneto.
Tuscania veniva a trovarsi proprio nel cuore del suo “comitato”. Dall’alto del colle della Civita, la sede dell’Episcopato, adiacente alla cattedrale di S. Pietro, costituiva il fulcro dell’attività economica locale, anche se alcuni centri incominciavano ad evidenziarsi per una certa vita autonoma, come il castello di Viterbo, nei pressi della consolare Via Cassia, e il castello di Corneto, sul mare.
Rimanevano invece molto legati a Tuscania, oltre al Monastero di S. Stefano nell’Isola Martana (Lago di Bolsena), i centri agricoli abitati diPlazianula (Piansano) con il vicino Marano) S. Martino in Colonnata (oggi Poggio Martino), Quintignano (oggi Montebello), Arnena e Tessennano. LeAbbazie di S. Giusto e di S. Savino, la prima sul Marta, l’altra sul Maschiolo, avevano una propria individualità, ma dovettero certamente partecipare alla vita economica locale.
Con la fine del Regno longobardo (774), il territorio, conquistato da Carlo Magno, passò, a poco a poco, sotto il dominio dei Papi, per cui, in Tuscania, riprese certamente vigore l’autorità civile dei vescovi.
Non possiamo ricordarli tutti; ma dobbiamo accennare almeno a Virbono II, che, nell’852, ottenne un “privilegio”, dal Papa Leone IV, contenente il lunghissimo elenco dei beni della “mensa vescovile” nonché i confini precisi della sua diocesi.
Così pure ricordiamo la figura di Giovanni III, il vescovo che, nell’876, fu inviato in Francia, in qualità di legato pontificio, al Concilio di Pontigon, al quale partecipò l’imperatore Carlo II il Calvo.
Anche se scarsamente documentati, sono questi, per Tuscania, dei secoli di piena vitalità, i cui riflessi toccano ogni ramo dell’attività umana, non ultimo il campo artistico.
Nell’852 questa chiesa, però, era già ridotta a semplice “pieve”: probabilmente le esigenze dei tempi richiedevano una sede più comoda e meglio difesa dalle incursioni saracene. In tale anno, pertanto, sul colle della Civita, era già stata innalzata la nuova cattedrale di S. Pietro. Molti resti, soprattutto nella cripta, testimoniano tale periodo storico, mentre altre parti (come la facciata) furono ristrutturate successivamente, nel Duecento.
Nel secolo X, pieno di disordini e particolarmente triste per l’Italia, in Tuscania dovette perdere d’importanza la figura del vescovo; anzi, forse la stessa diocesi cadde nello squallore. Non troviamo più il nome di un solo vescovo, fino al 1027, e il territorio sembra essere stato in balìa dei conti Aldobrandeschi, che possedevano quasi tutta la Maremma grossetana[1].
Della presenza degli Aldobrandeschi sappiamo poco, perché essi, in breve tempo, furono offuscati dai Marchesi di Toscana, la cui presenza, in territorio tuscanese, è evidente, soprattutto nel campo giudiziario, ma, accanto al tribunale del Marchese, siede anche il vescovo di Tuscania.
Quando il Papato cercò di scuotersi dal grigiore ed intraprese una radicale riforma ecclesiastica (la cosiddetta “Lotta per le Investiture”), svincolandosi dalla soggezione all’Impero, la posizione di Tuscania non fu molto chiara, trovandosi, come diverse altre città, ora dalla parte del Papa ora dalla parte dell’Imperatore.
Quando la “Lotta» fu al culmine” (1075-
Anche il vescovo tuscanese Riccardo, si trovò coinvolto nella lotta e si mantenne dalla parte imperiale, con l’antipapa Clemente III, almeno fin dal 1086, In cambio degli aiuti prestati, Riccardo riuscì ad ottenere da Clemente III un ampliamento territoriale: le diocesi di Blera e di Centumcellae (Civitavecchia) non ebbero più i vescovi titolari e furono unite per sempre a Tuscania; sicché, da Riccardo in poi, i vescovi si fregiavano con il titolo di “episcopus Tuscanensis Centumcellensis et Bledanus”.
Al di là di questi successi personali, la realtà quotidiana doveva presentarsi ben diversa, perché la posizione di Tuscania era quella del classico vaso di coccio costretto a viaggiare tra tanti vasi di ferro, perché, durante l’infuriare della lotta, nel 1077, subì considerevoli danni (si parla di mura spianate e case bruciate) da parte dell’esercito della Chiesa, che riprese Tuscania, scacciando gli uomini di parte imperiale.
Assediata, poi, ma inutilmente, nel 1081, dall’esercito di Enrico IV (composto di uomini raccolti alla rinfusa ad Orvieto, Amelia, Corneto e Vetralla), venne liberata dalla morsa dell’assedio, per l’intervento di un esercito pontificio, organizzatosi presso Montefiascone.
Qualche anno, finalmente, poté trascorrere in pace e i cittadini, nel 1082, incominciarono a rimettere in piedi le case bruciate e diroccate cinque anni prima; ma, poco dopo, si era nuovamente da capo, con assedi e saccheggi sempre più rovinosi.
Nel secolo successivo, anche se in tono minore, il discorso non è diverso: tra i cittadini di Tuscania prevale ora il gruppo dei filoimperiali ora quello dei filopontifici (basti ricordare la lotta fra il Barbarossa e Papa Alessandro IlI, nella seconda metà del secolo), Tutto ciò, naturalmente, senza alcun vantaggio per lo sviluppo di Tuscania, ma sempre a discapito di una sua potenziale fioritura economica.
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[1] Non era sottomesso agli Aldobrandeschi il comune di Massa Marittima.
IL PERIODO COMUNALE
FORMAZIONE DEL “COMUNE” DI TUSCANIA
Dopo la costituzione dello Stato Pontificio, per qualche secolo (IX-
Nella ex-
Roma, cioè il Campidoglio, fu alla ricerca costante di uno “spazio vitale”, sottraendo terre e castelli dalla diretta dipendenza della Chiesa, la quale talvolta si opponeva ma più spesso lasciava correre, anche perché le ricchezze che affluivano alle casse del Campidoglio, alla fin fine servivano sempre per una causa comune: sfamare il popolo romano e creare opere assistenziali.
Fu quindi la nuova realtà “comunale” di Roma, che, dopo il 1143, venne recepita dalle città della Tuscia, sedi di diocesi. Queste identificarono il territorio “diocesano” con quello “comunale“, perciò mirarono subito a mantenerlo integro. up
Tra le diocesi di Orvieto, Tuscania, Bagnoregio e Castro, emerse decisamente Orvieto che riuscì ad attuare completamente le sue aspirazioni comunali. In tono alquanto minore si eressero a Comuni le ultime due.
La diocesi di Tuscania presenta uno sviluppo alquanto complesso. La Città non riuscì a convogliare attorno a sé tutto il territorio diocesano, anche se era in una posizione geografica ideale, per farlo. Uno dei fattori negativi fu la mancanza di potenti famiglie antagoniste, che si spronassero a vicenda, in una continua emulazione nel tenere in pugno il territorio.
Tutto ciò perché mancò un forte ceto commerciale e le famiglie nobili locali condussero, quasi sempre, una vita monotona e piatta, priva di grandi passioni, dedicandosi totalmente all’agricoltura e all’allevamento. La causa prima di tali fattori negativi va vista nel graduale abbandono della Via Clodia, già da tempo interrotta in più punti.
Ciò contribuì notevolmente a rallentare lo sviluppo di Tuscania, mentre un castello della diocesi, Viterbo, situato nei pressi della Via Cassia, si sviluppò rapidamente, nel giro di un quarantennio (dal 1150 al 1190), beneficiando del flusso continuo di Papi, Re, Imperatori, vescovi e pellegrini, che, proprio della Cassia si servivano per raggiungere Roma: da “castello”, Viterbo salì presto al rango di “città” e, nel 1192, divenne diocesi, equiparata a Tuscania.
Anche se minore, non dissimile fu lo sviluppo di Corneto. Sfruttando la vicinanza del mare, attivò il porto ed intraprese una attività commerciale, legata alla sua produzione agricola interna e all’industria del sale, ponendosi in posizione autonoma rispetto a Tuscania.
Nella seconda metà del XII secolo, i giovani “liberi Comuni” della Tuscia ebbero la possibilità di svilupparsi senza troppe difficoltà, perché la massima autorità, il Papa Alessandro IlI, era troppo occupato nella lotta contro Federico Barbarossa.
Chi dette, invece, un serio colpo allo sviluppo esuberante dei nostri comuni, fu certamente il riordinamento dello Stato Pontificio (le “recuperationes“) operato, con mano ferma, da Innocenzo III, alla fine del secolo: i “Comuni” della Tuscia dovettero abbandonare definitivamente l’idea di essere “liberi”, tuttavia l’accorta politica di Innocenzo III permise loro di conservare una certa “autonomia”, nel campo amministrativo e giudiziario, ma sarebbe, forse, più esatto parlare di “autarchia“.
Il Papa divise lo Stato Pontificio in sei zone: la Romagna, la Marca d’Ancona, il Ducato di Spoleto, la Campagna, la Marittima e la Tuscia, che prese il nome di Patrimonio di S. Pietro in Tuscia.
A capo del Patrimonio il Papa nominava periodicamente due rettori: uno per gli affari amministrativi, uno per quelli spirituali; spesso, però, le due cariche coincisero in una sola persona.
Il rettore, con la sua curia, aveva sede a Montefiascone.
Solo alla fine del XIII secolo, Tuscania divenne sede invernale del rettore del Patrimonio.
SVILUPPO URBANISTICO DEL “COMUNE”
Ancora nel IX secolo, Tuscania presentava l’aspetto urbanistico che aveva in epoca romana. Era difesa da alte rupi tufacee e da corsi d’acqua naturali. Solo a nord non era protetta. Da quella parte, fuori le mura, correva, è vero, il Riuscello, ma al di là, sovrastavano le mura, quasi dominandole, tre colli verdeggianti (Montàscide, S. Pellegrino, il Cavaglione), dai quali si poteva tenere sotto mira le zone più basse dell’abitato.
Intorno all’anno 1000 (secolo più, secolo meno), i Tuscanesi dovettero costruire sui tre colli esterni, tre fortificazioni, diciamo tre castelli, per prevenire e rintuzzare eventuali attacchi da nord, dalle zone del lago di Bolsena.
Nel periodo successivo (secc. XI-
È chiaro che sui tre colli non furono subito costruite molte case, né tanto meno c’erano le chiese di S. Marco, di S. Silvestro e di S. Maria della Rosa. Anzi, ancora nel 1221, essi ci appaiono delle colline coltivabili, anche se inserite ormai entro la cerchia muraria.
Poi, con le case, comparvero le prime due chiese suddette (non S. Maria della Rosa, che è del XIV secolo). La cerchia muraria raggiunse, così, un perimetro di chilometri 4,700, con una superficie di circa 62 ettari: la massima estensione raggiunta da Tuscania, anzi dalla “Grande Tuscania”, come dicono, ancora oggi, le persone anziane, riferendosi alla Tuscania medioevale.
Nel XIII secolo la Città ci appare divisa in quattro quartieri: –
–
–
Da sette porte si accedeva alla città. Di esse, restano solo Porta di Poggio Fiorentino (rifatta nel Settecento) e Porta Montàscide, l’unica originale, che immetteva nel quartiere dei Castelli.
Ciascuno dei quattro quartieri era diviso in contrade, una quarantina in tutto, molti nomi delle quali riescono ancora a sopravvivere nel linguaggio popolare, anche se “ufficialmente” sostituiti da nomi di eroi del Risorgimento e della Resistenza.
L’ORDINAMENTO AMMINISTRATIVO E GIUDIZIARIO
Tenendo presente che le città nel Medioevo non furono mai molto popolose (basti pensare che Roma arrivava a 50.000 abitanti), Tuscania, con i suoi 5.000 abitanti scarsi, poteva ritenersi un centro discreto. Viterbo, nella metà del XIII secolo, ne raggiungeva, a malapena, il doppio.
Agli inizi del secolo, l’organizzazione comunale di Tuscania si presenta già perfetta e funzionante. Il podestà rappresentava la massima autorità comunale. Era sempre un forestiero, perché doveva essere al di sopra delle parti in lizza: i Guelfi e i Ghibellini. Era eletto dal “popolo” (la borghesia) e durava in carica un anno. Con un salario di circa 1.000 libbre di denari paparini (e altri proventi straordinari) doveva provvedere a sé e al suo seguito (due giudici, due notai, otto sbirri e quattro cavalli).
Era il responsabile della giustizia e dell’ordine pubblico, però controllava anche l’attività amministrativa, sebbene all’attività legislativa locale (le reformationes) provvedessero il Consiglio Generale (48 membri, 12 per quartiere) e il Consiglio Speciale (16 membri, 4 per quartiere), riuniti in seduta comune, nella Chiesa di S. Pietro o di S. Maria Maggiore.
Altre figure di funzionari minori completavano la struttura dell’Amministrazione comunale, ma non divergevano da quelli esistenti negli altri comuni duecenteschi (Camerlengo, Sindaco generale, Gastaldi, Cancelliere, ecc.).
LA LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA
Agli albori del XIII secolo, l’aspetto politico della Tuscia non è dissimile da tante altre parti dell’Italia centro-
A rendere le cose ancor più complicate, si inserisce, di tanto in tanto, il Campidoglio, che, ad ogni impresa, si impadronisce di un castello. Già ha fatto suoi Vitorchiano e Barbarano; ma, più di ogni altro centro, il Campidoglio cerca di colpire Viterbo, che è divenuta, con Orvieto, il fulcro della Tuscia ed incomincia, seriamente, a fargli ombra.
Anche i “Prefetti di Vico“, una potente famiglia romana, che si è stabilita in Vico (sul lago omonimo) e ne ha fatto il suo centro ideale, si inseriscono nella lotta: ufficialmente i “Prefetti” di Vico vogliono solo tener alta la loro carica (un nome vuoto, senza alcuna pratica funzione), ma in realtà tendono ad ingrandire il loro dominio nel Patrimonio, ai danni della Chiesa e delle autonomie comunali.
In tutto questo intrecciarsi di interessi, il Papa Innocenzo III, da parte sua, fu più deciso che mai a mantenere la pace ad ogni costo.
Tra le tante sue iniziative, nel 1207 si recò personalmente a visitare le città e i castelli del Patrimonio, in un lungo giro di ispezione. Dal 15 al 22 ottobre si intrattenne a Tuscania. Certamente ebbe il suo da fare per placare il clero tuscanese, sempre sdegnato ed ostile per l’elevazione di Viterbo a diocesi equiparata a Tuscania. Quasi per bilanciare tale perdita di prestigio, Innocenzo III concesse dei fondi per il rifacimento della facciata della cattedrale di S. Pietro, attribuibile proprio a questi anni.
Il contrasto tra Tuscania e Viterbo, tuttavia, non tendeva a diminuire e, dal piano religioso, le reciproche invettive passavano spesso su campi di battaglia improvvisati.
Non si pensi, però, che si trattasse di vere guerre, come vorrebbero far credere i cronisti, perché raramente ci «scappava il morto», tutt’al più qualche contuso e diversi cavalli malconci.
Solo la preda era spesso consistente. Nel 1213, ad esempio, due Viterbesi subirono l’aggressione da parte di alcuni Tuscanesi, ma non ne conosciamo il motivo.
Le soldatesche viterbesi allestirono subito una spedizione punitiva e le suonarono di santa ragione ai poveri Tuscanesi: dopo averne depredato il territorio, presero un numero considerevole di prigionieri, che furono trascinati a Viterbo, legati alle code dei numerosi tori depredati.
A mettere le paci non ci riuscì nemmeno san Francesco, che tanto si prodigava, in quegli anni, a calmare gli animi divisi. Il Santo venne a predicare anche nella Tuscia e passò a Tuscania. Fu ospite di un nobile locale (forse un Ciglioni), che aveva il figlio storpio dalla nascita. Commosso dalle insistenti preghiere del padre, prostrato ai suoi piedi, san Francesco pose le mani sul corpo dell’infermo, che immediatamente si alzò e cominciò a camminare.
Le cronache degli anni successivi registrano poche notizie frammentarie, ma sempre dello stesso tenore, tanto che diviene quasi monotono raccontarle.
Gli animi però dovettero forzatamente placarsi, per l’arrivo di un male che sovrastò tutto: la furia dell’imperatore Federico II, scomunicato dal Papa. Le sue truppe, nel 1228, tennero in scacco e depredarono molte terre del Patrimonio, compresa Tuscania, fino ad Acquapendente.
Ma, passata la bufera, le lotte fra i Comuni ripresero più vive che mai: Viterbo contro Corneto, Viterbo contro Tuscania.
Alle guerricciole facevano séguito le paci solenni (bellissimo, e molto dettagliato, il trattato di pace fra Viterbo e Tuscania, siglato il 15 febbraio 1229), che, di lì a poco venivano regolarmente infrante, come accadde, appunto agli inizi del 1230.
I Viterbesi sono di ritorno da una aggressione ai danni di Corneto. All’altezza di Tuscania, vengono assaliti. La battaglia divampa.
I Tuscanesi indietreggiano lentamente e sono costretti a rifugiarsi dentro le mura, attraverso Porta S. Paolo, nel quartiere dei Castelli. Mentre la porta si sta chiudendo, i Viterbesi riescono a far prigioniero il vessillifero, che tiene stretto il gonfalone; qualcuno riesce perfino a strappar via le chiavi della porta. Continuare a combattere, ormai, non ha più senso. La lotta cessa. I Viterbesi si avviano, trionfanti, verso la loro Città.
Le chiavi saranno appese alla torre del podestà, Ugolino di Borgognone, mentre il gonfalone tuscanese sarà esposto nella cattedrale di S. Lorenzo.
RISVEGLIO ECONOMICO E COMMERCIALE
Chi riuscì a far uscire i Tuscanesi dal chiuso mondo paesano, fu il podestà di quell’anno 1230: il romano Andrea di Roffredo Cenci, un vero tecnico del mestiere, perché aveva esercitato già la carica di podestà a Todi, nel 1226. Era figlio d’arte, perché suo padre Roffredo, nel 1188, era stato un influente personaggio nell’attività giudiziaria del Campidoglio e, nel 1218, aveva ricoperto la carica di podestà a Todi.
Andrea Cenci doveva possedere una spiccata personalità ed un certo intuito. Appoggiandosi ai nobili locali, Andreotto di Griffulo, Bonfiglio del Lavoratore e il giudice Lituardo, cercò di far uscire i Tuscanesi dal loro isolamento, interessandoli ai commerci ed orientandoli verso il mare.
Essi, fin dall’antichità, avevano uno sbocco sul mare nel Porto delle Murelle, presso il castello di Montalto, ma, negli ultimi tempi, dediti più all’agricoltura che ai commerci, avevano trascurato l’uso del porto.
Andrea Cenci, comprendendo l’importanza di tale diritto, si adoperò a rispolverarlo, stipulando un trattato con i Montaltesi.
L’atto, sancito il 29 luglio 1230, rappresenta l’ultima fase di intense trattative, per la regolamentazione minuziosa sulle operazioni di sbarco ed imbarco delle merci dei Tuscanesi. Ma si trattò anche di un buon colpo per il prestigio della Città, perché i Montaltesi dovettero giurare di fornire aiuto militare a Tuscania contro eventuali attacchi nemici: Andrea Cenci mirava a creare un sistema di alleanze avente un carattere chiaramente difensivo.
Non meno risoluto egli si rivelò nello svolgere la sua funzione di giudice: abbiamo un atto giudiziario (12 agosto 1230) rivolto contro l’abate di S. Salvatore del Monte Amiata, che aveva arrecato dei danni nelle terre di Paolo Romei, un nobile tuscanese.
Il “tono” dell’ordine rivolto all’abate, per invitarlo ad effettuare subito il risarcimento (anche se si tratta di un formulario ordinario), può servire a far risaltare il carattere e la decisione nell’espletamento dei doveri inerenti il suo ufficio di podestà.
La politica di Andrea Cenci approdò certamente a risultati positivi, perché, negli anni seguenti, non si riscontra l’eco di guerricciole, che abbiano in qualche modo coinvolto Tuscania; anzi, i nobili locali (con in testa Egidio di Montanello) intesero continuare su tale politica e cercarono alleanze anche nell’entroterra. Nel 1238, infatti, si guardò ad Orvieto.
Questa Città non era stata mai in buona armonia con Viterbo; un’alleanza, quindi, tra Tuscania ed Orvieto poteva far comodo ad entrambe. Non conosciamo lo svolgimento delle trattative: sappiamo solo che il 3 maggio queste vennero concluse positivamente, nel castello di Bolsena, alla presenza dei magistrati dei due Comuni, accompagnati da un largo seguito di cittadini.
Non si trattò di un’alleanza effimera, perché il suo ricordo rimase ancora in diversi atti orvietani, successivi di oltre un decennio. A breve scadenza, anzi, l’atto di alleanza mostrò subito i suoi effetti positivi, allorché Tuscania, le terre dei “Signori di Farnese” e Guitto III, “Signore di Bisenso”, furono attaccati nel 1239 da Viterbo, che aveva organizzato una lega insieme a Vetralla, Tolfa e Corneto.
Gli Orvietani, immediatamente avvertiti, non si fecero attendere e mandarono la loro cavalleria. In pochi scontri, gli invasori collegati con Viterbo dovettero ritirarsi e tornò la calma. Nell’archivio orvietano si conserva ancora il documento relativo alle spese (157 libbre e 10 soldi) che gli Orvietani ebbero a sostenere e che furono rimborsate dall’inviato di Tuscania, Egidio di Montanello.
FEDERICO II DI SVEVIA E TUSCANIA
Nel frattempo si andavano addensando nuove nubi di guerra nel Patrimonio. I rapporti, sanati nel 1230, tra Federico II e il Papa, si erano nuovamente incrinati e definitivamente spezzati, con la scomunica del marzo 1239.
Divenuta poco solida nell’Italia settentrionale la posizione dell’Imperatore, questi cercò di colpire il Papa nel suo stesso territorio, incominciando dal Patrimonio.
Già ai primi del 1240, aveva occupato Orte; nella metà di febbraio era a Viterbo. Anche a Tuscania la fazione ghibellina prendeva il sopravvento ed apriva le porte a Federico II, che, il 2 marzo, entrava personalmente in Città e, nei giorni successivi, occupava Montalto, Corneto e Vetralla.
Allontanatosi poco dopo dalla Tuscia, l’Imperatore aveva ripreso le trattative con il nuovo Papa Innocenzo IV. L’improvvisa rivolta di Viterbo (9 settembre 1243) contro i soprusi dei soldati imperiali, che furono assediati in. S. Lorenzo, nel cuore della città, richiamò Federico, che pose l’assedio a Viterbo.
Oltre ai suoi, Federico contava nell’aiuto degli altri centri del Patrimonio, tra i quali emergevano Tuscania, Vetralla, Montefiascone e Vitorchiano, che si accanivano a distruggere le campagne e a razziare le mandrie di bestiame dei poveri Viterbesi assediati.
Fu in quell’occasione (primi di novembre 1243) che i Tuscanesi chiesero, e Federico confermò loro, con parole piene di lodi interessate per l’aiuto prestato, l’uso del porto montaltese delle Murelle: ora i Tuscanesi potevano esplicare liberamente il commercio nel porto, per diretta concessione sovrana, non per accordi stipulati con l’altro Comune interessato. Ancora oggi il diploma di Federico II rappresenta uno dei “pezzi” più preziosi dell’Archivio Storico tuscanese.
Non fu certo un momento fortunato per l’Imperatore, che dovette abbandonare l’assedio ed intraprendere le trattative, tramite qualche cardinale. Il Papa scriveva (16 marzo 1244) ai Viterbesi, tranquillizzandoli che tutto si sarebbe risolto per il meglio, e Tuscania, Vetralla, Montefiascone e Vitorchiano avrebbero pagato, fino all’ultimo centesimo, i danni arrecati loro durante l’assedio.
Ma le trattative tra Papa ed Imperatore non giungevano a conclusione. Federico tornò nel Patrimonio con l’intenzione di catturare il Papa, che però riuscì a fuggire in Francia, a Lione, dove raccolse tutte le forze disponibili: per Federico fu l’inizio della fine.
A poco a poco le forze della Chiesa riuscirono a recuperare tutto il terreno perduto. Tuscania subì notevoli danni, perché nel suo territorio avvennero spesso scontri tra gli imperiali, lasciati da Federico, e l’esercito dei pontifici. Soltanto nel 1245 la cavalleria orvietana, agli ordini di Ranuccio di Pepone Farnese, riuscì a riconquistare Tuscania alla Chiesa. I ghibellini furono cacciati e i guelfi ripreso il potere. Anche Corneto, Tolfa e Vetralla furono tolte agli imperiali.
Per provvedere ai risarcimenti dei danni, il 5 maggio 1247, Papa Innocenzo IV scrisse, da Lione, al “prefetto” Pietro III di Vico (già alleato dell’Imperatore, ma tornato fedele al Papa quando le cose cominciarono a mettersi male per Federico), ordinandogli di provvedere alla punizione dei Tuscanesi, dei Vetrallesi e dei Tolfetani, perché “avevano abbandonato la Chiesa Romana come figli degeneri“.
Intanto i ghibellini tuscanesi, scacciati nel 1245, non si davano per vinti e cercavano, con ogni mezzo, di riprendere il potere in Città. Messisi d’accordo con le forze ghibelline di Viterbo, Vetralla e Corneto, finalmente nel 1253, riuscirono nell’impresa: i guelfi furono scacciati e banditi da Tuscania, che divenne nuovamente ghibellina e tale rimase per un lungo decennio.
IL DECENNIO GHIBELLINO (1253- 1263)
a) Dal “Comune podestarile” al “Comune popolare”.
A dire la verità l’etichetta politica (guelfa o ghibellina) c’entra poco, perché a Firenze, ad esempio, il capitano del popolo nasce guelfo (1250), mentre a Roma è ghibellino (Brancaleone degli Andalò, 1252). Quel che conta rilevare, è che a Tuscania, come altrove, la borghesia ha mosso i primi passi, si è organizzata in corporazioni, creando una propria struttura, parallela a quella comunale già esistente: è nato un nuovo “Comune“, che vive ed opera nel Comune. Nel 1256 conosciamo il primo nome di un capitano del popolo, Oderisi Cerasa.
Nella sua funzione di tutore del popolo e di controllore dell’operato dei magistrati comunali, era coadiuvato dai “buoni uomini” e dai “rettori” delle Arti. Queste erano una ventina, molto organizzate. A parte quelle tradizionali, ben note a chi conosce la Firenze medioevale, vogliamo qui ricordare almeno l’arte connessa con l’agricoltura, quella dei “bovattieri” (bovari, pecorai, caprai e armentari in genere).
Invece, i “Villani” o “lavoratori della terra” (laboratores terrae), non costituivano un’arte riconosciuta come le altre, con proprio Statuto, ma erano dei semplici braccianti stagionali. Tuttavia, la loro presenza è continua e numerosa, soprattutto nelle relazioni con i “padroni della terra” (domini terrae), cioè con la piccola nobiltà fondiaria locale, che possedeva ampi appezzamenti di terra o li aveva in locazione, dietro pagamento in natura: il cosiddetto “terratico tredicino“, cioè la tredicesima parte del prodotto (di solito grano, lino o canapa).
b) I castelli del territorio tuscanese alla metà del XIII secolo.
Il nome Toscanella quindi non poteva essere sorto né in riferimento al vasto centro abitato né al territorio né in senso dispregiativo. Un fatto è certo: i documenti locali recano sempre il nome TUSCANA; sono quelli scritti fuori (Orvieto, Roma), che spesso chiamano la Città con il nome di TUSCANELLA.
Noi pensiamo che ciò venisse fatto semplicemente per timore di non essere capiti e di creare confusione tra la regione “Toscana” e la città “Tuscana”.
Successivamente il nome Tuscanella prese il sopravvento (a Tuscania dagli inizi del secolo XV) e tale si mantenne, fino al 12 settembre 1911, quando, per decreto del Re Vittorio Emanuele III, fu dato alla Città il nome attuale, a conclusione di lunghe pratiche burocratiche avviate dall’Amministrazione comunale.
I 60.000 ettari, poi, si sono ridotti ad un terzo, perché alcuni castelli del distretto (Piansano, Canino, Tessennano ed Arlena di Castro) oggi sono Comuni autonomi e una parte del territorio (Le Lestre) è stata ceduta al Comune di Tarquinia, in epoca imprecisata. Pure a Tarquinia passò il castello di Ancarano nel 1438.
I castelli del territorio erano numerosi, ma non si deve pensare che la loro sottomissione a Tuscania fosse sempre pacifica; anzi spesso accadeva che la Città non riusciva ad esercitare in un castello la sua influenza, sia per debolezza sia perché questo aveva fatto atto di sottomissione a Viterbo, ricevendone protezione.
Insomma, la situazione di dominio sui castelli era sempre tanto fluida e così instabile, che sono semplicemente puerili le affermazioni degli storici locali, sempre affannati a contare a Tuscania venti, trenta o cinquanta castelli.
Di alcuni non resta che il nome: si tratta spesso di un grosso casale con qualche casola aggiunta in séguito, per il riparo dei 50, forse 100 abitanti, ma non di più.
Pantalla e San Savino, verso il lago di Bolsena, non ne contavano che una decina. Qualcuno in più ne avevano Civitella (Arlena di Castro) e Tessennano. Lo stesso si deve dire per la Carcarella, Pian Fasciano ed Ancarano. Quest’ultimo apparteneva a Nicola, figlio di quel Ranuccio di Pepone Farnese, che nel 1245 aveva recerato Tuscania alla Chiesa.
Di Castellardo e Piandiana (oggi: Pianiano) sappiamo poco. Erano vicini a Canino, il più grande castello del distretto, in continua ribellione (famosa e ben documentata è quella del 1259), sempre desideroso di rendersi autonomo. (Per la verità, dei rapporti fra questo castello e Tuscania, prima del 1259 sappiamo. ben poco. Canino aveva il podestà nominato da Tuscania, da cui riceveva aiuto e protezione, in cambio dei normali tributi. Sappiamo, ad esempio, che, nel 1254, allorquando reggeva il castello il vicepodestà Gregorio da Tuscania, Viterbo vi mandò un suo rappresentante a riscuotere dei tributi perché lo considerava (a quale titolo?) sotto la sua giurisdizione.
Ai primi d’agosto del 1259, quasi certamente per sottrarsi dalla soggezione a Tuscania, il castello si ribellò, cacciando via Ranuccio di Matteo, il podestà di nomina tuscanese. Approntato un esercito, il podestà di Tuscania, Nicola di Beniamino ed il priore delle arti, Gezzo di Benincasa, domarono la rivolta e costrinsero i Caninesi a chiedere la pace. La mattina del 9 agosto, con una cerimonia ben architettata, quattro ambasciatori caninesi, scelti tra le migliori famiglie (li guidava Simone Riboteschi) si presentarono in lacrime sotto le mura di Tuscania. Aperte le porte e scambiati retorici abbracci di pace, gli ambasciatori furono ricevuti dal podestà, dal capitano del popolo e da tutti i Consiglieri schierati nella Chiesa di S. Maria Maggiore. Dopo aver ottenuto il perdono, gli ambasciatori caninesi giurarono nuova fedeltà a Tuscania e promisero di non ospitare mai più persone che avessero cercato di staccare il castello dal distretto. Ranuccio di Matteo, reintegrato nel suo ufficio di podestà, riprese possesso di Canino in nome del Comune di Tuscania.)
In direzione di Montalto c’era il castello di Rocca Glori, appartenente a Giacomo di Pietro della Rocca, nobile esponente del partito guelfo. Poco discosto era situato il castello di Acquabona (chiamato poi castel Ghezzo), appartenente alla famiglia Cerasa: intorno alla metà del secolo, ne erano signori Oderisi Cerasa (il capitano del popolo del 1256) e suo cugino Ranuccio Cerasa, due ghibellini veramente accaniti.
Adiacente al castello della Carcarella, al confine con Corneto, si estendeva la vasta tenuta di Contignano (o Quintignano) (2.500 ettari) appartenente, nell’alto Medioevo, al Monastero di S. Stefano nell’Isola Martana.
Agli albori del XIII secolo, la tenuta fu affittata al priore di S. Maria Maggiore; poi (verso il 1250) l’abate di S. Stefano la vendette a Guitto IV “Signore di Bisenso”, che nel distretto tuscanese possedeva altri due castelli, Piansano e Castel Marano.
Quando Guitto IV mori (1258 circa), lasciò eredi (oltre alla madre, donna Balbina, e alla moglie, donna Porcacchia) i suoi tre fratelli: Giacomo, Nicola e Tancredi. Tutti e tre erano “Signori di Bisenzo“, ma la tenuta di Contignano (o Montebello, come già si incominciava a chiamare) toccò a Giacomo, mentre Piansano e Castel Marano toccarono a Nicola. Tancredi restò a Bisenzo.
I tre, turbolenti e sempre agitati, erano dichiaratamente ghibellini e in questo andavano d’accordo con gli esponenti del Comune di Tuscania. Nel 1260 Giacomo pensò, poi, di costruire un castello nella sua tenuta di Contignano-
Agli inizi del 1263, era podestà di Tuscania il ghibellino Albonetto, signore di un castello tuscanese non ben precisato; capitano del popolo era Nicola di Giacomo da Montefiascone.
Dense nubi di guerra incominciavano a profilarsi all’orizzonte, dopo la rottura dei rapporti tra il Papa e il Re di Sicilia, Manfredi, l’erede di Federico II.
La ghibellina Tuscania pensò bene di passare in rassegna le forze di cui poteva disporre. Con i castelli era in buona armonia e poteva contare su tutti.
L’unico che non aveva ancora giurato era quello di Piansano. Il podestà Albonetto, allora, convocò Nicola di Guitto da Bisenzo, il Signore di Piansano, che giurò fedeltà il 5 maggio 1263. Giurò pure sua madre Balbina, alla quale si dovette far ascoltare il documento in “volgare”, perché non conosceva la lingua latina. Dato poi che il terzo dei suoi figli, l’irrequito Tancredi, aveva rubato numerosi capi di bestiame ad alcuni Tuscanesi, la madre fu costretta, in quell’occasione, a risarcire i furti perpetrati dal figlio, fino all’ultimo denaro.
IL RITORNO DEI GUELFI. LA GUERRA NEL PATRIMONIO

Forse fu proprio Guiscardo da Pietrasanta a far capovolgere la situazione tuscanese e a far crollare il potere ghibellino del podestà Albonetto. Di costui sappiamo poco, ma certamente si dovette adoperare per accrescere il prestigio della Città. Tra l’altro, nel maggio 1263, proprio lui inaugurò il magnifico palazzo Comunale, (i cui lavori erano stati iniziati durante il decennio ghibellino).
I! palazzo era stato edificato sul punto più alto del quartiere di Valle e prese il nome di palazzo “del Monte” (detto successivamente del Rivellino). All’inizio dell’estate, inaspettatamente, il guelfo signore di Rocca Glori, Giacomo di Pietro della Rocca, con la connivenza del capitano del popolo Nicola di Giacomo, mediante l’aiuto dei fuorusciti guelfi e del rettore del Patrimonio, Guiscardo, operarono un colpo di mano. Scacciarono i ghibellini e sbalzarono via il podestà Albonetto, che fu costretto a rinchiudersi nel suo castello, cinto d’assedio.
Giacomo di Pietro della Rocca fu acclamato podestà dai guelfi rientrati; Nicola di Giacomo rimase capitano del popolo. Tutti i ghibellini furono scacciati. Qualcuno riuscì a “convertirsi”, come i due cugini signori di Castel Ghezzo, Oderisi e Ranuccio Cerasa, che riuscirono a mantenere le proprietà, ma la loro “conversione” dovette rivelarsi ben presto poco sincera.
Intanto gli eventi precipitavano. I tre fratelli “di Bisenzo”, il 2 Febbraio 1264, in un’imboscata, avevano ucciso il rettore Guiscardo, che, prima di morire, era riuscito a colpire a morte Nicola di Piansano; gli altri due fratelli si erano dovuti rifugiare in Maremma, nel territorio aldobrandesco.
Papa Urbano IV, da Orvieto, incitò gli animi alla guerra. Manfredi, dal canto suo, incominciava ad inviare a Pietro di Vico i primi aiuti militari: nel marzo, un contingente di 600 cavalieri tedeschi, al comando di Francesco Troise, penetrò nel Patrimonio e si diresse verso Tuscania, accampandosi presso Castel Ghezzo. Qui i due Cerasa, Oderisi e Ranuccio, dopo il falso giuramento di fedeltà alla parte guelfa, erano divenuti nuovamente ghibellini, di conseguenza erano stati subito scomunicati e dichiarati eretici.
Essi accolsero Francesco Troise e i suoi cavalieri, i quali, il giorno dopo, riuscirono a congiungersi con le forze di Pietro di Vico.
Al divampare della guerra, i primi a rimetterci furono proprio i due cugini. Pippione da Pietrasanta (il nuovo rettore del Patrimonio) e Nicola Farnese (signore d’Ancarano) posero l’assedio a Castel Ghezzo.
Dopo qualche giorno l’espugnazione riuscì. La battaglia fu aspra. Nella mischia, Oderisi fu trucidato con numerosi suoi ghibellini; Ranuccio riuscì a fuggire e di lui non si seppe più nulla.
Intanto anche le milizie tuscanesi facevano la loro brava parte: da tempo tenevano l’ex-
Non conosciamo la fine di Albonetto, ma suo figlio, Giacomo e suo nipote Netto vissero a lungo nel secolo successivo a Tuscania, ricoprendo spesso cariche comunali.
Il ciclone della guerra, intanto si spostò verso Roma e, quando ormai, la situazione incominciò a mettersi male per Manfredi, Pietro di Vico preferì abbandonarlo e passare dalla parte del Papa, nell’esercito guelfo, che, a Benevento, il 26 febbraio 1266, distrusse la fortuna di Manfredi.
Accanto al cadavere di Manfredi fu trovato anche quello di Tebaldo di Pietro Annibaldi (il podestà di Tuscania nel biennio 1260-
LENTA RIPRESA A TUSCANIA
Terminata la guerra, il podestà di Tuscania del 1266, Ranuccio di Pepone Farnese, intraprese l’opera costruttiva per risollevarsi dalle rovine e dai rovesci militari subiti. Non scompose i Tuscanesi avviliti la nuova ed effimera ondata di ghibellinismo. La sentì invece il solito Pietro di Vico, che cambiò nuovamente bandiera e combatté insieme ai ghibellini di Corradino, a Tagliacozzo. Ferito a morte, Pietro ebbe il tempo di morire guelfo, perdonato dal Papa.
I Tuscanesi, riavutisi un poco, pensarono di riappropriarsi di quelle parti del distretto, che avevano allentato i vincoli con il Comune. Fu subito la volta di Piansano.
I due fratelli “signori di Bisenzo”, Giacomo e Tancredi, erano stati condannati a morte per l’assassinio del rettore Guiscardo, ma, dopo un breve periodo trascorso in prigione, erano stati di nuovo lasciati in libertà.
Giacomo poté tornare a vivere tra Bisenzo e Montebello. Il Papa Clemente IV aveva perfino riconsegnato il castello di Piansano alla vedova di Nicola, la nobildonna Fiordiligi, che incominciò subito ad avere noie dai Tuscanesi. Se essi avessero preteso soltanto il giuramento di fedeltà, avrebbero anche avuto ragione, perché Piansano era nel loro distretto. Ma il fatto era che i Tuscanesi cercavano l’occasione per mettere daparte Fiordiligi e governare direttamente il Castello. La nobildonna non poteva certo far affidamento sopra suo figlio Galasso, ancor troppo giovane.
Nella primavera del 1268, Fiordiligi si rivolse al rettore del Patrimonio, Guido del Piglio, per tutelare i suoi interessi e … forse la sua vita. L’azione del rettore fu molto decisa e i Tuscanesi dovettero starsene quieti: da parte di Fiordiligi ottennero solamente il giuramento di fedeltà, che comprendeva i soliti diritti di pascolo per il bestiame dei Tuscanesi in territorio di Piansano.
Tredici anni dopo, però, il 3 settembre 1281, l’accorta nobildonna pensò bene di ritirarsi a vita privata e di cedere (con compravendita) i suoi diritti al figlio, per evitare altri fastidi da parte di Tuscania.
Da quel momento, Galasso di Nicola da Bisenzo sarà il nuovo signore di Piansano, per almeno un trentennio, con grande disappunto dei Tuscanesi, che in seguito avrebbero sperimentato con che tempra d’uomo avessero a che fare.
A parte l’episodio di Piansano, con gli altri castelli il Comune di Tuscania non solo non ebbe incidenti, ma dai documenti si evince una certa crescita economica, durata almeno fino al 1270.
VERSO LA «SIGNORIA» DEGLI ORSINI

Orso Orsini (1270-
In campo architettonico, di Orso Orsini non è rimasto nulla (Tuscania non possiede alcun “palazzo Orsini”, al contrario di altri centri del Viterbese); s’interessò invece a diversi documenti d’archivio, perché fece copiare tutti gli atti relativi alle sottomissioni dei castelli, rafforzando l’autorità del Comune, nel tener ben saldo ed unificato tutto il “distretto”.
LA FINE DELLA “LIBERTÀ COMUNALE”
Nel ventennio successivo al tentativo di “signoria orsina”, la situazione a Tuscania diviene confusa ed inconcludente. Dall’analisi dei numerosi episodi, che si potrebbero raccontare, non appare una linea conduttrice chiara, forse perché chiari non erano gli obiettivi che i Tuscanesi intendevano conseguire: la causa di tutto ciò va vista nell’assenza di forti personalità locali, capaci di imprimere un volto caratterizzante alla Città.
Ad Orvieto si fece eleggere egli stesso capitano del popolo, nel 1296, e poi podestà, per tutto il suo pontificato (sostituito, naturalmente, da “vicari” di sua scelta). Sorte non dissimile toccò a Tuscania.
Nel 1297 era podestà Amato da Anagni (il toponimico la dice lunga). Costui, il 5 luglio 1297, mandò in esecuzione un piano, probabilmente predisposto già dal Papa: convocato il Consiglio generale e speciale, fu votata, all’unanimità, l’elezione di Bonifacio VIII a podestà a vita di Tuscania, ad iniziare dall’uscita di Amato.
Non contento di ciò, Amato fece convocare tutto il popolo, richiamato al suono delle campane a distesa, sul quartiere della Civita, in Piazza S. Pietro. Con una scena grandiosa, quasi preparata su un copione, un grido unanime di approvazione uscì dal popolo e fu ratificato quanto già era stato precedentemente approvato. Così, davanti al popolo schierato, e con il suo consenso, terminava la libertà comunale tuscanese, durata circa 150 anni.
Nelle forme esteriori, naturalmente, non cambiava niente, anzi gli organi comunali funzionavano come prima e, sotto certi aspetti, forse meglio, con più energia nel mantenimento dell’ordine e nel controllo dei diritti comunali, come avvenne, ad esempio, nei confronti del castello di Montebello.
Qui Giacomo da Bisenzo era ormai vecchio e stava per lasciare le redini a suo figlio Guittuccio. Costui fu convocato a Tuscania e dovette rinnovare il giuramento di fedeltà, già effettuato dal padre 39 anni prima, con le solite clausole di sottomissione, relative principalmente al diritto di pascolo, di legnatico per i Tuscanesi e di esenzione dal pagamento del pedaggio a condizione di reciprocità tra gli abitanti di Tuscania e di Montebello.
Guittuccio giurò anche per Castel Marano, davanti ai due “vicari” di Papa Bonifacio. In sostanza egli mantenne quasi sempre fede ai patti, certamente più di suo cugino, Galasso di Piansano.
La sottocommissione al Campidoglio
LA SOTTOMISSIONE (1300)
Il 22 febbraio 1300 Bonifacio VIII bandì il Giubileo. Il primo della storia. I problemi a Roma erano molti, dalla disponibilità di alloggi all’approvvigionamento per i pellegrini. Si era già ad anno inoltrato ed il Papa chiese anche la collaborazione dei due senatori capitolini, che si dettero da fare per reperire vettovaglie un po’ dovunque.
Alla fine di marzo essi uscirono di carica e continuarono l’opera i due nuovi senatori, Riccardo Annibaldi e Gentile Orsini.
Prima del nuovo raccolto, le provviste cittadine incominciavano già a scarseggiare. Allora l’Annibaldi e l’Orsini si rivolsero anche ad altri centri, che non erano compresi nella giurisdizione capitolina.
Cosi mandarono, tra altre iniziative, dei loro rappresentanti a Tuscania, per chiedere grano. Non si sa come si siano svolti effettivamente gli eventi: se la Città si sia solo rifiutata; se, oltre al rifiuto, sia stato ucciso qualcuno; fatto sta che i due senatori piombarono su Tuscania con un esercito e la conquistarono. I danni furono considerevoli, soprattutto, forse, sulla Civita.
Per giunta, i senatori approfittarono dell’occasione e sottrassero Tuscania alla diretta dipendenza della Chiesa, dichiarandola sottomessa al Campidoglio. Probabilmente, con tutto il gran da fare, Bonifacio VIII non percepì nemmeno l’accaduto o, se ne prese coscienza, era coinvolto in problemi da lui ritenuti più gravi. Intanto, d’ora in poi, Tuscania avrebbe ricevuto i suoi podestà dal Campidoglio, che obbligava la Città ad inviare ogni anno, a Carnevale, otto giocolieri per le feste del Testaccio e, inoltre, la costringeva a spedire a Roma, ad ogni raccolto, circa 2.500 quintali di grano (o 1.000 libbre di denari, qualora l’annata granaria fosse stata buona e a Roma vi fosse grano in abbondanza).
Le torri e la cinta muraria furono, eccezionalmente, risparmiate; i palazzi pubblici confiscati, per accogliere il podestà ed i funzionari capitolini. A ricordo, i Romani apposero un’epigrafe in Campidoglio (20 esametri latini), collocata successivamente nella scalata del Palazzo dei Conservatori, dove ancora oggi si può leggere.
RIFORMA AMMINISTRATIVA: I “SEI DEL POPOLO”
Si trattò, naturalmente, per Tuscania di un semplice cambiamento di “padrone”; tuttavia la struttura amministrativa comunale subì qualche modificazione: accanto alla figura del podestà, di nomina capitolina, troviamo i “Sei del Popolo”. Ad essi si trasferì la gestione della vita amministrativa, che prima veniva diretta il Podestà, la cui attività rimase, per sempre, circoscritta al campo giudiziario e poliziesco, anche se prendeva parte alle sedute consiliari.
Con l’istituzione dei “Sei del popolo” si evince una ripresa del ceto artigiano e commerciale, dopo la definitiva scomparsa del “Capitano del popolo”, al tempo della “signoria degli Orsini”, intorno al 1275.
I “Sei del Popolo” si evolveranno nei “Tre Anteposti”, poi nel “Priorato”, con cinque “priori”, ridotti successivamente a quattro, di cui uno sarà il “Gonfaloniere del Popolo” e gli altri tre si chiameranno “Anziani del Comune”.
Ma di questo vedremo in seguito.
LA RIBELLIONE DEI CASTELLI DEL DISTRETTO
Come si è ben compreso, la sottomissione al Campidoglio in pratica non comportò sconvolgimenti radicali a Tuscania, dove la vita scorreva con lo stesso ritmo: era cambiato solo l’asse di riferimento; non più Tuscania-
Non così la pensarono i signori di alcuni castelli del “distretto”, che interpretarono l’episodio come una perdita di prestigio della Città, quasi una deminutio capitis, e, di riflesso, come un affievolimento del suo potere accentratore nei confronti dei castelli subalterni.
Bisognava provare, comunque, se la morsa autoritaria poteva ormai considerarsi meno rigida e, quindi, suscettibile di allentamenti o, addirittura, con buone possibilità di svincolarsi totalmente da ogni ingerenza tuscanese.
a) Galasso di Nicola da Bisenzo, signore di Piansano.
Il primo che ci volle provare fu Galasso. Era trascorso un anno appena dalla sottomissione di Tuscania al Campidoglio. I primi di maggio 1301, Galasso prese contatto con Viterbo per avere le spalle sicure in caso di imprevisti. I Viterbesi non cercavano altro; lo nominarono persino conte e rispolverarono tutti i documenti con cui suo bisnonno, Guitto II conte di Vetralla, s’era sottomesso a Viterbo, nel 1170. Stipulare un atto di alleanza, che si tradusse poi in sottomissione, fu tutt’uno.
A Tuscania la reazione fu immediata. Si allestì subito un esercito, che marciò inferocito e pose l’assedio a Piansano. I Viterbesi, rapidamente avvertiti, corsero in difesa del loro nuovo alleato-
Nel sentire che un esercito stava per sopraggiungere contro di loro, i Tuscanesi preferirono ritirarsi, rinviando la prova di forza ad una migliore occasione. Ormai tranquilli, i Viterbesi incominciarono subito a spremere Galasso, ingiungendogli, alla fine di maggio, l’obbligo di far confluire tutti i prodotti agricoli piansanesi sul mercato viterbese, con la motivazione che il raccolto non si prevedeva buono. Evidentemente i Viterbesi sapevano far bene i loro interessi, a discapito dei Tuscanesi..
La partita, comunque, fu sospesa, ma non definitivamente chiusa.
b) Guittuccio di Giacomo da Bisenzo, signore di Montebello e di Marano.
Visti i risultati, anche Guittuccio, il cugino di Galasso, volle tentare la prova per svincolare, se non il castello di Montebello, almeno quello di Marano, situato tra Piansano e Bisenzo. Gli andò male, ma dimostrò più astuzia di Galasso.
Aveva capito che svincolarsi da Tuscania per cambiare padrone non aveva senso; cercò allora la via legale, portando la lotta su un piano giuridico piuttosto che su un campo di battaglia.
Tuscania rispose sullo stesso terreno e si rivolse al Tribunale dell’Inquisizione, denunciando Guittuccio (era degno figlio di suo padre Giacomo, ancora vivente) come eretico e ghibellino!
L’inquisitore, fra Consalvo d’Aragona, nella sentenza del 2 dicembre 1303, condannò Guittuccio (non come eretico, per fortuna, altrimenti ci avrebbe lasciato la pelle o, quanto meno, la confisca dei beni); gli impose di starsene buono e sottoposto al Comune di Tuscania, rispettando i patti da lui giurati appena cinque anni prima.
Da questo momento, i rapporti tra Tuscania e Guittuccio divennero ottimi; si incrinarono lievemente una ventina d’anni dopo (1323), ma fu cosa di poco conto.
c) Il podestà Lorenzo di Sant’Alberto e la questione di Piansano (1305).
Visto che la via giuridica produceva migliori frutti che non l’uso della forza, si volle risolvere su questa strada anche la questione di Piansano.
Non sappiamo di chi sia il merito, ma non possiamo sottovalutare la capacità diplomatica dei podestà, che il Campidoglio annualmente inviava. Se è vero che essi erano fedeli esecutori di ordini, non si può dubitare che, salvaguardando i diritti di Tuscania, essi arrecavano un beneficio soprattutto al Campidoglio.
A Roma c’era stata una certa agitazione; le forze popolari avevano preso il sopravvento ed ora in Campidoglio sedevano, Paganino della Torre, come senatore, Giovanni da Ignano, come capitano del popolo.
Tra le misure, che essi adottarono, ci fu quella di inviare a Tuscania, come podestà, il nobile Lorenzo di Sant’Alberto, un romano tra i più in vista, che collaborava con loro e viveva da vicino le vicende capitoline.
Giunto a Tuscania e presa conoscenza dei problemi, il podestà Lorenzo aprì immediatamente un contenzioso contro Galasso. Fece redigere le copie degli atti di sottomissione del castello di Piansano e rimise tutto il fascicolo al “suo” senatore capitolino, Paganino della Torre.
La questione andò a lungo qualche mese, tra condanne, appelli, dichiarazioni di contumacia contro Galasso e ingiunzioni ai Viterbesi di starsene buoni (furono minacciati con le armi). Alla fine (18 giugno) la sentenza, inappellabile, piombò su Galasso: Piansano era compreso nel distretto di Tuscania, quindi doveva tornare all’obbedienza. Ai Viterbesi non restò altro che far buon viso a cattivo gioco
I PODESTÀ INVIATI DAL CAMPIDOGLIO E LA NUOVA ESPANSIONE DEL DISTRETTO TUSCANESE (1305- 1310)
Dopo la sottomissione di questi signorotti ed il recupero totale del territorio, scaturì, o per azioni estemporanee dei podestà o per suggerimento accorto del Campidoglio stesso, l’idea di procedere a nuove “conquiste territoriali”, ampliando in tal modo “distretto” tuscanese.
La politica di espansione da parte del Campidoglio ora si faceva più viva che mai, perché dall’autunno del 1305, il Papa aveva trasferito la sede da Roma ad Avignone, generando nello Stato Pontificio un disordine amministrativo e politico, che, con il trascorrere del tempo, si andava aggravando sempre di più.
I rettori del Patrimonio, quasi tutti francesi, che il Papa inviava da Avignone, erano solo avidi di ricchezze ed incapaci di amministrare. E il Campidoglio ne approfittava.
Nel 1308, il podestà Stefano di Jacopino “de Camera de Judicibus” puntò ad un ingrandimento del distretto di Tuscania verso i castelli di Cellere e di Musignano, situati tra Canino e Valentano,
Del primo era signore Nicola di Ranuccio Farnese, mentre suo zio, Pietro di Ranuccio Farnese (Pietro di Campiglia), era signore di Musignano.
Il podestà tuscanese, Stefano, allestì un esercito e alla sua testa marciò contro i due castelli. Si trattava di una palese aggressione. Non fidandosi completamente sulle sue forze, Stefano chiese aiuti al Campidoglio e ricevette un esercito, guidato dal capitano Lorenzo di Sant’Alberto, che, per essere stato podestà di Tuscania tre anni prima, conosceva molto bene uomini e territorio.
Le forze congiunte di Romani e Tuscanesi, in breve, conclusero la campagna militare e i due Farnese dovettero giurare fedeltà a Tuscania (18 giugno 1308).
Canino non si era mai rassegnato a rimanere soggetto ai Tuscanesi. Dopo la grave ribellione del 1259, aveva provato a svincolarsi con una nuova rivolta, nel 1294, ma senza alcun risultato.
I fermenti di ribellione, però, non si erano mai sopiti ed ora i Caninesi, esasperati dalla prepotente politica espansionistica di Tuscania, cercarono di far divampare una nuova rivolta, nell’autunno dello stesso anno: per tutta risposta, ecco un nuovo esercito di Stefano di Jacopino; soccorso da un nuovo esercito inviato dal Campidoglio, guidato da Giovanni Pantaleoni.
Canino chiese una tregua: voleva astutamente spostare la battaglia su un piano giuridico. Fu scelto un arbitro: Guittuccio da Bisenzo.
Costui, quasi cittadino tuscanese, pronunciò il lodo arbitrale (e come poteva essere diversamente!) favorevole a Tuscania: Canino doveva continuare a fornire alla città 50 armati, ad ogni richiesta; poi ogni anno, il 7 agosto, per la vigilia dei SS. Martiri protettori, doveva inviare due “pallii” (uno del valore di 10 libbre, uno di 5) per le corse di cavalli, dell’otto agosto e di Carnevale; insieme ai “pallii” il procuratore caninese doveva portare un cero del valore di 10 libbre e depositarlo sull’altare della cattedrale di S. Pietro insieme alle credenziali, moltissime delle quali sono ancora oggi conservate negli archivi tuscanesi.
Tali consuetudini sono state sempre osservate fino alla metà del secolo scorso, quando veniva ormai portata dai Caninesi solo una piccola somma simbolica, in omaggio ai SS. Protettori, Secondiano, Veriano e Marcelliano.
Seguivano altre clausole relative all’uso del pascolo, del legnatico e dello spicatico. Tuscania, dal canto suo, promise solenne protezione verso il castello di Canino, contro qualsiasi aggressore.
Il lodo arbitrale di Guittuccio è del 6 marzo 1309, quando a Tuscania Stefano di Jacopino aveva terminato il suo incarico ed, al suo posto, il Campidoglio aveva già mandato un altro podestà: Lorenzo di Guglielmo da Roma. Se la sentenza di Guittuccio fu molto equilibrata (non vi furono mai più controversie rilevanti tra i due Comuni) lo si deve, forse, anche all’accortezza del nuovo podestà Lorenzo.
Costui si comportò da vero amico per i Tuscanesi, anche se va precisato che la sua politica, tendente a tenere alto il prestigio di Tuscania, era vantaggiosa soprattutto per il Campidoglio.
Lo stesso podestà, accompagnato da due ambasciatori Tuscanesi, si recò a Roma, verso la fine di luglio, per illustrare ai senatori, Tebaldo di S. Eustachio e Giovanni Stefaneschi, la situazione di Tuscania: il risultato fu che il 10 agosto venne spedito a Tuscania un “privilegio” contenente il riconoscimento dell’autonomia giudiziaria per le cause civili e criminali e l’esonero (forse temporaneo, ma il documento non è chiaro) di tutte le imposte dovute al Campidoglio.
L’opera di Lorenzo di Guglielmo non termina qui: egli si adoperò anche per abbellire la Città. A lui si deve la costruzione della bella Fontana delle Sette Cannelle in Piazza del Butinale (settembre 1309). La sorgente già esisteva; egli fece convogliare le acque in un ampio bottino, chiuso dall’ornamentale parapetto in nenfro, arricchito da sette mascheroni che gettano acqua. Ancor oggi si vede affissa l’epigrafe con il nome di Lorenzo e uno stemma con la sigla capitolina S.P.Q.R.
L’anno successivo, primavera del 1310, qualche noia venne dal Castello della Carcarella, ma il podestà, Paolo di Oddone di Egidio “de Rolfredo” da Roma, si rivelò all’altezza della situazione, non meno dei suoi predecessori e, in breve, riuscì a normalizzare la situazione, facendosi prestare il solito giuramento di fedeltà.
BERNARDO DI CUCUIACO: UN “VICARIO” PAPALE ARRIVISTA E… GHIBELLINO
(1312- 1317)
È evidente che questi erano episodi di cronaca locale, di poco conto rispetto a quelli di più ampia portata che sconvolgevano il Patrimonio.
Erano momenti difficili; non regnava certo l’ordine: Manfredi di Vico (figlio di Pietro) era in lotta con Orvieto; anche Guittuccio aveva delle grane con Orvieto, per via del suo castello di Bisenzo, dipendente da quella Città; il ghibellinismo aveva ripreso nuovo spirito alla notizia che Arrigo VII di Lussemburgo stava per giungere a Roma (era a Pisa il 6 marzo 1312), per ricevere la corona imperiale; nella Curia del Patrimonio, a Montefiascone, si stava in attesa per l’arrivo del nuovo rettore, un francese, che però non poté venire in Italia ad assumere l’icarico, per cui, al posto suo, mandò un suo “vicario”: Bernardo de Coucy, canonico. di Nevers.
Costui, meglio conosciuto come Bernardo di Cucuiaco, arrivò a Montefiascone il 31 marzo 1312. Dopo aver pensato all’arredamento della sua dimora, il primo problema, che volle affrontare, fu proprio quello relativo a Tuscania.
Alla fine di aprile il Cucuiaco già mandava ambasciatori al senatore del Campidoglio (Ludovico di Savoia), chiedendo lo sgombero immediato delle terre soggette alla Chiesa. Senza nemmeno attendere il ritorno degli ambasciatori, incominciò a comperare armi e munizioni e a far la spola tra Orvieto e Viterbo, per chiedere aiuti militari, in caso di attacco da parte delle truppe capitoline.
Nell’andirivieni degli incontri fra le due città, però il Cucuiaco non s’era accorto che i Romani usavano la stessa sua tattica e ottenevano promesse di neutralità sia dai Viterbesi che dagli Orvietani.
Se ne accorse in seguito, soprattutto quando vide che un esercito romano stava costantemente accampato presso Tuscania e nessuno gli si muoveva contro. Allora lasciò perdere e cercò un’altra strada.
Ogni anno, in autunno, i pastori dell’Appennino centrale scendevano a Tuscania con le greggi transumanti, alla ricerca dei pascoli invernali.
Il Cucuiaco scrisse precipitosamente (il 13 ottobre) ai Comuni di Orvieto, Città della Pieve, Chiusi, Perugia, Gubbio, Assisi e ad altre città umbro-
In assemblea, scagliò tutta la sua ira contro i Romani, Tuscania e Vetralla (che da poco s’era sottomessa al Campidoglio) e finì per condannare aspramente le due città.
Contro Tuscania, non potendo fare altro, dichiarò nullo il lodo arbitrale emanato da Guittuccio tre anni prima, invitando i Caninesi a ribellarsi al giogo tuscanese e a tornare alla Chiesa.
A questo punto Tuscania si risentì: il 26 si riunì il Consiglio generale e speciale e fu consegnato al primicerio della Cattedrale, Andrea, l’appello da recapitare al Papa Clemente V, in Avignone, contro le decisioni del “sedicente” vicario del Patrimonio: “sedicente” perché i Tuscanesi non lo ritenevano vicario, in quanto la sua nomina non era stata fatta dal Papa, ma dal rettore che non aveva preso servizio.
Inoltre, anche se la sua nomina fosse valida, essi non cadevano sotto la giurisdizione del rettore, si affermava, perché esenti, in base ai privilegi di Bonifacio VIII, Benedetto XI e dello stesso Clemente V.
Tutto finì qui. Il Papa rispose, tre mesi dopo, inviando una lettera ai Romani, con cui intimava loro di lasciar libere le terre della Chiesa, tra cui Tuscania, ma senza alcun risultato. Il Cucuiaco continuò a lamentarsi, senza che succedessero altri episodi degni di nota. Egli avrebbe fatto meglio a pensare al consolidamento della sua precaria posizione, invece di invischiarsi in operazioni a lui controproducenti.
Dopo la venuta (e la morte) di Arrigo VII in Italia, il ghibellinismo aveva ripreso vigore nella lotta contro i guelfi. Il punto di maggior attrito si verificò in Orvieto, dove la fazione ghibellina dei Filippeschi (aiutata da Manfredi di Vico e da Guittuccio da Bisenzo) cercò di sopraffare quella guelfa dei Monaldeschi (aiutata da Pietro di Campiglia, Nicola di Cellere, i Tuscanesi e i figli del defunto Galasso di Bisenzo, cioè Vanni e Cataluccio, signori di Piansano e di Capodimonte).
Il Cucuiaco non trovò di meglio che mettersi con … i ghibellini, per il solo fatto che li riteneva più forti e ne poteva ricavare vantaggi maggiori. Invece il 20 agosto 1313 i ghibellini furono sonoramente sconfitti (anche per l’apporto di milizie guelfe mandate da Perugia) e i Filippeschi dovettero abbandonare Orvieto, per sempre.
I Monaldeschi orvietani allora cercarono il momento buono per vendicarsi del Cucuiaco. Prepararono un colpo di mano, da mandare ad effetto il 24 novembre 1315.
Oltre ai Tuscanesi, stavano con gli Orvietani tutti i guelfi del Patrimonio. Poncello Orsini guidava l’esercito che assediò il Cucuiaco in Montefiascone. Ma i ghibellini (soprattutto Viterbesi) riuscirono ad avere la meglio e il loro esercito, guidato da Manfredi di Vico, liberò il Cucuiaco. Anche Tuscania fu conquistata e i ghibellini ripresero il potere, cacciando la parte guelfa.
L’ira del Cucuiaco non ebbe più ritegno: le condanne fioccarono da ogni parte contro i guelfì collegati. Il Comune di Tuscania fu multato in 25.000 marche d’argento, oltre a 500 marche a carico di ogni cittadino (guelfo) che aveva partecipato alla sommossa. Ma nessuno pagò, dato che la “guerriglia” riprese di lì a poco.
A Tuscania la situazione era divenuta alquanto confusa; pur essendo la Città contro il Cucuiaco, ora, i ghibellini tuscanesi al potere davano aiuto a Guittuccio, ricercato dai guelfi orvietani di Poncello Orsini: significava distruggere la vecchia amicizia con Orvieto. Infatti Poncello si aggirava spesso nel distretto tuscanese con la speranza di catturare Guittuccio.
Non potendo ottenere risultati consistenti, egli si limitava a danneggiare le campagne (si era nel febbraio 1316) e a razziare il bestiame dei Tuscanesi. Alla fine la ghibellina Viterbo e la guelfa Orvieto fecero la pace (11 ottobre).
Solo il Cucuiaco non si piegava, anzi si serviva di Guittuccio per compiere scorrerie contro gli Orvietani, che arrivarono perfino ad uccidere e a tagliare a pezzi i figli di Guittuccio.
Poncello Orsini con la cavalleria orvietana iniziò la caccia all’uomo: tra il febbraio e il marzo 1317 nuove razzie e nuove uccisioni si registrarono nelle campagne tuscanesi. Complessivamente gli Orvietani ammazzarono circa cento persone; oltre un migliaio furono ridotte sul lastrico, tanto da abbandonare per sempre la zona. Numerosi furono i prigionieri tuscanesi gettati nelle carceri orvietane.
Quei poveretti, per odio contro Guittuccio, vennero torturati crudelmente e furono lasciati senza mangiare e senza bere. A diversi prigionieri furono strappati i denti, altri furono venduti, “come se fossero stati schiavi”.
Si può affermare che in quel periodo Tuscania perse, forse, un quarto dei suoi abitanti! Per non parlare dei danni economici, ammontanti a circa 10.000 libbre di denari paparini.
Finalmente il Cucuiaco si decise a stipulare la pace con gli Orvietani (21 giugno 1317), non tanto perché inorridito dai lutti e dal disordine, quanto perché aveva capito che il suo modo di agire era scarsamente vantaggioso per i suoi stessi interessi. Ma era troppo tardi.
Il nuovo Papa, Giovanni XXII, accolse le numerose lamentele, che piovevano da ogni parte, e lo sostituì con il suo cappellano pontificio: Guglielmo Costa, che arrivò a Montefiascone il 30 ottobre.
Il rettore iniziò una lotta senza quartiere contro i ghibellini di Manfredi di Vico e, nei due anni di governo, riuscì a riportare una parvenza d’ordine nel travagliato Patrimonio.
TRASFORMAZIONE AMMINISTRATIVA E URBANISTICA NEL PRIMO VENTENNIO DEL XIV SECOLO
Le scarse notizie non ci permettono di stabilire il funzionamento dell’Amministrazione comunale di Tuscania, dopo l’introduzione dei “Sei del Popolo” nei primi anni del Trecento. È probabile che, al tempo del Cucuiaco, soprattutto dopo le devastazioni subite da Tuscania ad opera degli Orvietani, tale organo amministrativo scompaia (mentre le competenze del podestà, nel campo giudiziario, non subiscono alcuna modificazione).
La Città, già devastata in parte dai Romani nel 1300, dovette subire un duro colpo con i cento morti e il migliaio di esuli del 1317.
Chi rimase più danneggiato di tutti fu senza dubbio il quartiere della Civita, che si andò spopolando in maniera irreversibile.
Furono emanate delle disposizioni (non conosciamo l’anno), tendenti a ripopolare il quartiere, con esenzioni sulle imposte, per chi fosse propenso a stabilirvi la residenza, ma tutto risultò inutile. Ormai il quartiere era destinato, inesorabilmente, a morire. Alla fine, ridotto a pochi abitanti, esso fu unito a quello di Valle, per cui Tuscania cominciò ad assumere una nuova divisione, non più in quattro quartieri, ma in tre “terzieri”: il terziere di Poggio Fiorentino, il terziere dei Castelli e il terziere di Valle e di Civita, unificati.
Anche il numero dei consiglieri comunali del Consiglio generale, da 12 per quartiere passò a 12 per terziere, scendendo, in totale da 48 a 36. Quelli del Consiglio speciale scesero da 16 a 12 (quattro per terziere).
Al posto dei “Sei del popolo” troviamo, inoltre, un altro organo collegiale: i “Tre Anteposti”, evidentemente uno per terziere, che, insieme, amministravano la cosa pubblica, in posizione di parità, senza che uno dei tre vantasse maggiori prerogative rispetto agli altri due.
RAPPORTI CON ORVIETO: VERSO LA PACIFICAZIONE (1319)
Deve essere stato questo un periodo molto triste per Tuscania. Verso la fine del 1318, comunque, si notano i primi sintomi di ripresa. Il podestà, i tre anteposti, di concerto con il Consiglio generale e speciale, spedirono ambasciatori ad Orvieto, per vedere se c’era buona disposizione ad eventuali trattative di pace.
Dopo alcuni abboccamenti preliminari, gli ambasciatori tuscanesi, Vanni. di Filippo e Puccio di Nicola, nella seduta del Consiglio orvietano del 27 gennaio 1319, esposero con lucidità la situazione.
Ricordarono le scorrerie di Porcello Orsini, enumerarono i morti, i prigionieri, le torture, fecero il resoconto dei danni economici. Ricordarono agli Orvietani la concordia del 1238, l’ininterrotta amicizia fino alla lotta contro il Cucuiaco.
La commozione, dopo le belle parole, dovette essere grande, ma alla fine gli Orvietani vennero al sodo e fecero capire che tutto si poteva appianare, se Guittuccio fosse stato messo in condizioni di non nuocere.
L’accordo non si poté siglare subito, perché i Tuscanesi chiesero una dilazione, dato che dal 16 febbraio (venerdì grasso), erano impegnati a Roma alle feste del Testaccio, dove erano obbligati a partecipare con l’invio di otto giocolieri.
Ai primi di marzo, l’atto di pace era sottoscritto da entrambe le Città: Guittuccio non doveva uscire dal territorio tuscanese e, qualora intendesse farlo, le autorità comunali dovevano comunicarlo ad Orvieto almeno 15 giorni prima; venne stabilita l’entità dell’indennizzo per i danni causati dagli Orvietani, che, da parte loro, si impegnavano a tenere a bada Vanni di Galasso, affinché non continuasse a rubare nel distretto tuscanese, come spesso aveva fatto e come spesso continuò a fare, anche dopo la pace, nonostante i vari richiami degli Orvietani
GUITTO FARNESE, VESCOVO DI ORVIETO, RETTORE DEL PATRIMONIO; RIPRESA DEL POTERE GHIBELLINO A TUSCANIA (1320)
Nel biennio in cui il rettore Guglielmo Costa governò il Patrimonio, Tuscania ed Orvieto, ormai alleate, lo aiutarono a riportare la pace, combattendo soprattutto il prefetto Manfredi di Vico, che da Viterbo compiva le sue scorrerie.
Ammalatosi il Costa (agosto 1319) Papa Giovanni XXII nominò “vicario” Guitto Farnese, vescovo d’Orvieto. Proprio agli inizi del vicariato di Guitto, Tuscania fu nuovamente sconvolta da lotte interne: scacciati i guelfi, i ghibellini ripresero il potere, ed è facile immaginare che vi riuscissero con l’aiuto dell’indomabile Guittuccio.
Contemporaneamente, il vicario Guitto era andato raccogliendo notizie ed aveva composto una relazione, con la quale intendeva mettere al corrente il Papa sul reale stato delle città e dei castelli del Patrimonio.
Nella relazione egli parla degli obblighi economici che ciascun comune dovrebbe rispettare; dice di chi paga e di chi non paga, a causa dei continui soprusi che il Campidoglio compie. Tra chi non paga c’è Tuscania.
“Questa città, scrive Guitto, appartiene alla Chiesa e dovrebbe esserle soggetta. Durante l’inverno essa ospitava [prima del 1300] la curia generale del Patrimonio, che, nei periodi di freddo più intenso, era solita trasferirsi là, da Montefiascone. Tuscania – afferma Guitto –
I Romani, però, al tempo di Bonifacio VIII (1300), mandarono un grande esercito contro la città; i Tuscanesi, costretti dalla violenza, si sottomisero e si obbligarono nei confronti del Campidoglio a pagare annualmente 1.000 libbre di tributo.
Da quell’anno, i Tuscanesi non solo non effettuarono più alla Chiesa i dovuti versamenti, ma, con l’appoggio del Campidoglio, essi arrecarono alla Curia e ai territori circostanti ogni sorta di danni e di offese; sono altezzosi e offrono ospitalità alle milizie capitoline, che fanno di Tuscania la base per le loro scorrerie.
Essa appare utilissima –
I Tuscanesi, da parte loro, se potessero, si scrollerebbero di dosso tanto volentieri il giogo del Campidoglio, per tornare alla fedeltà alla Chiesa; ma lo farebbero solo a condizione che, poi, noi fossimo in grado di difenderli dalle inevitabili rappresaglie dei Romani.
Proprio in questi giorni –
Questa è solo la parte della relazione che riguarda Tuscania; Guitto scriveva con lucidità e con reale conoscenza dei problemi. Pochi mesi dopo, il 2 giugno 1320, egli era nominato rettore effettivo.
[1] La “tallia militum” era l’imposta che ogni comune doveva pagare in base al contingente militare che era tenuto a mantenere (in caso di guerra si mandavano uomini, in pace si pagava tale imposta); il “focatico” corrispondeva all’imposta di famiglia, soppressa qualche anno fa; la “procurazione” era il dono in danaro (obbligatorio) che ciascun comune doveva versare “una tantum” al nuovo rettore del Patrimonio, quando entrava in carica.
TUSCANIA RITORNA, PER BREVE TEMPO, ALL’AUTORITÀ DELLA CHIESA: IL VESCOVO ANGELO TIGNOSI (1323)
Dopo la pace del 1319 tra Tuscania ed Orvieto, seguì un biennio di scorrerie nel Patrimonio. Guittuccio era sempre inferocito verso gli Orvietani e trascinava contro di loro i ghibellini Tuscanesi, che, però, alla fine preferirono dissociare le loro azioni da quelle di Guittuccio, riappacificandosi con Orvieto.
Giovanni XXII da Avignone faceva quello che poteva: scriveva continuamente a tutti (un paio di lettere anche ai Tuscanesi), per stimolarli a tornare alla fedeltà alla Chiesa. Guitto Farnese, contrariamente alle previsioni, si rivelò incapace a ricoprire la carica di rettore, per cui venne affiancato dal Vescovo di Viterbo e Tuscania, Angelo Tignosi.
Il Papa incitava continuamente quest’ultimo, lo elogiava al più piccolo successo, ma, nei primi tempi, anche il Tignosi non riusciva a combinare molto; poi, grazie alla sua tenace volontà, ottenne discreti risultati.
Nei riguardi di Tuscania, il suo paziente lavoro diplomatico ottenne il successo desiderato. Egli riuscì a trovare un punto d’incontro, nel luglio 1323, con i “cinque priori” del Comune[2] e con il podestà, anzi con il suo “vicario”, perché il podestà, Giovanni Papa da Roma, era in quel momento assente.
Con il ritorno di Tuscania alla Chiesa, il vescovo Tignosi riuscì anche a rientrare in possesso dei suoi beni, che costituivano la massa della “Mensa Vescovile”.
E poiché nessuno ormai era più in grado di individuare quali fossero i beni della “Mensa”, essendo trascorso troppo tempo da quando erano stati usurpati, il Comune offrì al vescovo tutto il territorio fuori le mura, compreso tra il Riuscello-
Anche Papa Giovanni XXII, il mese dopo, da Avignone scrisse ai Tuscanesi con accenti benevoli, considerandoli ormai tornati definitivamente alla Chiesa.
Essi gli risposero, inviando un “memorandum” con cui richiedevano il ripristino dei privilegi di giurisdizione civile, penale e amministrativa (il “merum et mixtum imperium”); l’esenzione dal pagamento (alla Camera Apostolica) dell’imposta sull’erbatico, da trattenere nelle casse comunali per utilizzarlo nella riparazione della cerchia muraria cittadina; invocavano severi provvedimenti contro Guittuccio, che, dopo la rottura coi Tuscanesi, pretendeva il pagamento del pedaggio sulle merci che attraversavano Montebello; chiedevano che la diocesi di Tuscania riacquistasse il suo splendore, divenendo autonoma da Viterbo, con un proprio vescovo, e pregavano il Papa di nominarne subito uno, in modo da evitare anzitutto gli scandali e gli attriti interminabili fra il clero delle due diocesi; si lamentavano, infine, circa la tassa pretesa dal clero tuscanesi nei confronti dell’Ospedale di S. Maria della Rosa, troppo gravosa per la povera gente sulla quale finiva per gravare.
Non conosciamo l’eco di tale “memorandum”, ma certamente non produsse molte novità di rilievo.
Chi invece si agitava, era l’esercito inviato dal Campidoglio per recuperare nuovamente Tuscania. Vane furono le lettere di Giovanni XXII, piuttosto dure verso i senatori capitolini, molto affettuose verso i Tuscanesi, con esortazioni a non ricadere sotto il dominio capitolino.
Verso la fine del 1325, i Romani avevano nuovamente sottomesso Tuscania.
[2] In sostituzione dei Tre Anteposti, a Tuscania era stato istituito un Priorato composto da cinque Priori.
LA “SIGNORIA” DI MATTEO ORSINI (1329- 1334)
Seguì un periodo di lotte e di sconvolgimenti in tutto il Patrimonio. Il ghibellinismo imperversava.
I rettori, non sempre all’altezza delle difficili situazioni, per arginare i danni venivano aiutati dal legato papale che, di solito, risiedeva a Roma: era, in quegli anni, il card. Giangaetano Orsini. Con i suoi interventi si riuscì a ottenere un po’ di calma, ma l’arrivo dell’Imperatore Ludovico il Bàvaro, accolto dal ghibellino Silvestro Gatti in Viterbo (2 gennaio 1328), fece ripiombare la situazione nel caos.
Quando il Bavaro finalmente abbandonò il Patrimonio, il legato card. Orsini poté intraprendere un’azione di recupero del terreno perduto. L’obiettivo principale era la ripresa di Viterbo, dove i ghibellini erano divisi in due fazioni: quelli di Silvestro Gatti e quelli di Faziolo di Vico.
Anche la sottomissione di Tuscania era uno dei nodi da risolvere: Giovanni XXII incitò più volte il legato a riprenderla; gli scrisse il 16 giugno 1329 ricordandogli le numerose lettere inviate, inutilmente, al Campidoglio e ai Tuscanesi; bisognava con tutti i mezzi riprendere Tuscania, “essendo questa Città –
Questo non è strano, perché se è vero che egli era il legato papale, “in Roma sembra che conseguisse –
Quindi la posizione di Tuscania era alquanto confusa: non si staccava dal Campidoglio, ma contemporaneamente tornava alla Chiesa.
La verità è che Tuscania cadeva nuovamente sotto l’influenza degli Orsini: il card. Giangaetano si trattenne nella Città per tutta l’estate (1329) e di lì organizzò le trattative con i ghibellini di Viterbo, facilitate dall’assassinio di Silvestro Gatti, sgozzato personalmente da Faziolo di Vico.
Il cardinale, in novembre, poteva entrare trionfante in Viterbo e lasciava a Tuscania un membro della sua famiglia, Matteo Orsini, che divenne così il vero arbitro della amministrazione cittadina.
Sul punto più alto del terziere di Poggio Fiorentino, egli fece costruire una “rocca” ben munita, per difendersi da eventuali assalti e da rivendicazioni di chiunque sia.
La “rocca”, rimaneggiata diverse volte, nel Cinquecento ancora esisteva, ma poi fu inglobata e “cancellata” dalle sistemazioni urbanistiche effettuate successivamente in quella zona, compresa tra Piazza della Rocca, la via omonima, fino al palazzo della Dogana pontificia.
Il nuovo rettore del Patrimonio, Pietro d’Artois, non digeriva troppo l’invadenza degli Orsini (Napoleone Orsini, padre di Matteo, si era insignorito di Nepi, Orte e Gallese). Il rettore, d’altronde, non era uno sprovveduto, né giunto di fresco dalla Francia, perché aveva ricoperto per diversi anni la carica di tesoriere del Patrimonio, poi quella di vicerettore, ora quella di rettore; ed era continuamente in contrasto con il legato Orsini, per la sua invadenza.
L’attrito tra il rettore Pietro e Matteo Orsini divenne aperto ai primi di febbraio del 1330. Dapprima il rettore a chiare note gli scrisse di non usare Tuscania come luogo di ricovero e di protezione “per malandrini e ladroni”, che ne avevano fatto un centro delle loro scorrerie; poi si lamentò col Papa del comportamento dei famigliari del legato, sia Matteo che Napoleone Orsini.
Giovanni XXII prese subito posizione e, il 30 agosto, scrisse ai due Orsini di non ostacolare il rettore nell’esercizio della giurisdizione su Tuscania, Nepi, Orte e Gallese. A Matteo, in particolare, rimproverò l’aiuto che forniva ai malfattori: la sua nuova rocca, costruita dentro Tuscania, stava divenendo un vero covo di banditi; lo esortò a non approfittare della protezione del card. legato, perché aveva inviato una chiara e ferma lettera anche a lui, richiamandolo severamente per le usurpazioni nel Patrimonio.
Parole al vento. Matteo continuò a dominare indisturbato in Tuscania. Però non si fece attribuire nessuna delle cariche comunali “importanti”; ne preferì una minore, quella di “sindaco generale”: rivestito di tale funzione, era in grado di bloccare l’attività di qualsiasi ufficiale, sia il podestà che i priori, mediante la “protestatio”. L’ufficio del “sindaco generale” ricordava, sotto certi aspetti, la potestà dei “Tribuni della Plebe” di Roma antica, che agivano utilizzando all’occorrenza il diritto di “veto”.
Così Matteo restò “signore” di Tuscania, fino al 1334. Riapparve nel 1340 e ricevette dai Tuscanesi una carica analoga, quella di “sindaco e difensore del Comune”, ma nel periodo successivo i suoi interessi si orientarono verso Orvieto.
Tuscania tornò, così, all’obbedienza del rettore del Patrimonio, Filippo di Cambarlhac; poco dopo, però, le milizie capitoline ebbero la meglio, rioccuparono la Città, che dipese nuovamente dai senatori del Campidoglio.
Giovanni XXII lanciò allora l’interdetto contro Tuscania, ma non ebbe il tempo di agire contro i senatori, perché morì (4 dicembre 1334). A scomunicarli pensò poi Benedetto XII, ma tutto rimase come prima.
FAZIOLO DI VICO E GIOVANNI DI GUITTUCCIO DI BISENZO (1335)
Verso la metà del 1335 ci fu un improvviso quanto inatteso colpo di mano: il signore di Viterbo, Faziolo di Vico, e Giovanni da Bisenzo (il figlio di Guittuccio, morto da pochi anni) si impadronirono di. Tuscania.
Il Campidoglio sembrò lasciar correre. Non il rettore, Filippo di Cambarlhac, che scrisse al Papa. Benedetto XII mandò la solita, inutile lettera ai Tuscanesi.
Il rettore allora volle provare con la forza. Trattò con gli Orvietani per allestire un esercito; però Ermanno di Corrado Monaldeschi non ne volle sapere di urtarsi con Faziolo, e non si fece nulla.
Ci riprovò il nuovo rettore, Ugo d’Ogerio. Costui dapprima si limitò alle normali intimazioni; fece poi la voce grossa, ma, visti i risultati negativi, applicò l’interdetto scagliato un anno prima dal precedente pontefice contro Tuscania.
L’interdetto papale era una cosa seria: bloccava tutto, dalla vita religosa a quella economica e sociale. I Tuscanesi resistettero per ben otto mesi e, alla fine, riuscirono a scacciare Faziolo di Vico.
A Giovanni da Bisenzo, come figura di secondo piano, fu consentito di rimanere a Tuscania e preferì ritirarsi a Montebello e a conservare il suo dominio su Piansano, di cui era da tempo divenuto signore.
LA TEMPORANEA SOTTOMISSIONE AL RETTORE UGO D’OGERIO (1337)
Scrollatisi di dosso i due, finalmente, si poté inviare, nel luglio 1336, un’ambasceria al rettore, mostrando disposizione ad accettare la sottomissione alla Chiesa. Tutto questo, però, senza aver fatto i conti con i senatori del Campidoglio. Il resto dell’anno trascorse nell’invio di lettere al Papa, che assolse i Tuscanesi e scrisse al Campidoglio per bloccare ogni sua eventuale reazione.
Il 17 gennaio 1337 tutto era pronto. Il Consiglio generale e speciale nominò procuratori del Comune Pagnone di Giusto, il cancelliere comunale Giovanni di ser Pietro Boncambi e il padre guardiano del convento di S. Francesco.
La solenne cerimonia di sottomissione si svolse il 26 a Viterbo, nella chiesa di S. Sisto. C’erano Ugo d’Ogerio, il vescovo Tignosi e tutte le autorità schierate. Pagnone, inginocchiato, giurò, ma volle anche il riconoscimento dei consueti privilegi e, soprattutto, mise bene in chiaro che il Papa e la curia del Patrimonio avrebbero dovuto appianare ogni eventuale controversia provocata dal Campidoglio.
Fino alla fine dell’anno non si profilarono novità all’orizzonte. Nell’inverno del 1338, però, l’esercito capitolino, guidato dai senatori Pietro Colonna e Matteo Orsini, ricomparve nei pressi di Tuscania e la Città fu costretta a tornare nuovamente sotto il dominio capitolino.
Nessuno intervenne a contestare.
SVILUPPO DELL’ORGANIZZAZIONE AMMINISTRATIVA; STRUTTURE ECONOMICHE, SOCIALI E URBANISTICHE NELLA PRIMA METÀ DEL XIV SECOLO
Tra il 1320 e il 1340 gli organi che reggevano il Comune subirono qualche modificazione. Dopo la sostituzione dei “Sei del Popolo” con i “Tre Anteposti”, come accennammo, anche questi ultimi lasciarono il posto al “Priorato”, un organo collegiale formato dai “Cinque Priori del Popolo”. Nel 1340, uno dei cinque ci appare designato come “Gonfaloniere del Popolo”, mentre gli altri quattro hanno l’appellativo di “Priori Anziani del Comune”.
Verso il 1345, i priori sono scesi a “tre” (uno per terziere) e si chiamano semplicemente “Anziani del Comune”. Tale organo, composto dal “Gonfaloniere del Popolo” e i “Tre Anziani del Comune”, rimarrà immutato per tutto il Medioevo.
Per le competenze del podestà non ci furono particolari variazioni: continuò ad essere la longa manus del Campidoglio (successivamente della Chiesa) in campo giudiziario e poliziesco. Qualche mutamento si verificò nella sua durata in carica: dal 1349, incominciò a ridursi, da un anno ad un semestre, prorogabile spesso nel semestre successivo.
L’evoluzione delle cariche comunali avvenne in un periodo in cui la situazione economica locale era alquanto precaria, ma è difficile rilevare i nessi e le relazioni nei vari mutamenti.
Tra i Consiglieri comunali appare netta la distinzione in “nobili” e “popolari”; questo non era solo il risultato di classi sociali in conflitto, ma piuttosto, meno eroicamente, era la distinzione che gli “Allibratori della Libbra del Catasto” effettuavano a scopo fiscale tra “grandi proprietari terrieri” e “piccoli artigiani”.
L’economia cittadina, come nel secolo precedente, derivava principalmente dall’agricoltura e dall’allevamento. I boschi erano ricchi di cacciagione, ma la povera gente si cibava spesso di legumi, piccioni, tartarughe e lumache (sono ricchi di tali resti i “butti” medioevali).
L’artigianato e il commercio erano poco sviluppati: tra i banchieri si notano gli Ebrei.
Le entrate comunali derivavano principalmente dalla riscossione delle “gabelle”, gestite direttamente dal Comune (nella persona del cancelliere), talvolta appaltate al miglior offerente.
Se le entrate erano discrete (ma sottoposte all’alea dell’andamento stagionale), le uscite erano sempre certe e sempre in aumento. Questo spiega le continue crisi, come quella del 1340, allorché il Comune si dovette “quasi vendere” a Matteo Orsini, che pagò tutti i debiti (circa 8.000 libbre di denari!), si impegnò a saldare i conti delle uscite ordinarie del Comune, relative ai successivi otto anni, ma pretese per sé tutte le fonti di entrata per lo stesso periodo di otto anni, (gabelle, pascoli ecc.) che il Comune avrebbe potuto percepire.
Sarebbe interessante sapere come andò a finire, perché Matteo lasciò quasi subito Tuscania e divenne signore di Orvieto, fino al 7 agosto 1345, quando cadde assassinato durante una passeggiata.
Quanto all’assetto urbanistico, Tuscania cominciava veramente a mutare volto.
Dicemmo già che i “quattro quartieri” furono ridotti a “tre terzieri”, intorno al 1320. La cerchia muraria comunque rimaneva enorme, troppo lunga per essere difesa dagli abitanti, che, invece di aumentare, diminuivano. Se nel secolo XIII questi erano quattro o cinque mila, ora Tuscania poteva contare 3.000 abitanti scarsi, in lento, ma continuo regresso. L’abbandono del “quartiere della Civita” era ormai un fatto compiuto, nonostante che gli Statuti comunali concedessero immunità fiscali a chi vi andasse ad abitare stabilmente.
Nel frattempo cominciava a mutare aspetto l’esteso spazio verde, esistente nel “terziere dei Castelli”, soprattutto nella fascia interna lungo le mura di cinta, da contrada Montàscide fino a contrada S. Pellegrino. Vi si incominciarono a costruire case, bilanciando l’abbandono della Civita: la nuova contrada prese anche un nome significativo: Borgo Nuovo, tanto che perfino la torre rotonda delle mura di cinta si cominciò ad identificare con il nome di torre di Borgo Nuovo. Era da poco sorta la chiesa collegiata di S. Maria della Rosa e fu ristrutturata quella parrocchiale di S. Marco.
Anche il perimetro delle mura venne ristretto: lasciando solo il semicerchio, che comprendeva i due terzieri di Poggio e dei Castelli (figura n. 9), il muro venne rotto (la zona ancora si chiama “Murrotto” o “Morrotto”) lungo tutto l’altro semicerchio, tagliando completamente fuori la Civita e due ampie parti del quartiere di Valle (con la collegiata di S. Maria).
I due punti del semicerchio rimasto integro furono congiunti da un muro nuovo, che, opportunamente deviato, poté contenere il palazzo comunale del Rivellino e il Convento di S. Francesco[3] dentro la città. Questa nuova cerchia non fu mai più toccata e corrisponde a quella che ancora oggi si ammira (da Km. 4,700 scese a Km. 2,380).
[3] Il Convento di S. Francesco era stato fino al 1281 la chiesa di S. Giacomo Minore. In tale data il vescovo Filippo l’aveva donata ai Frati per trasferirvisi da un altro vecchio convento. Vicino S. Francesco era ubicata Chiesa di S. Maria della Pace.
GIOVANNI III DI VICO E COLA DI RIENZO
Dopo la morte di Matteo Orsini, era entrato sulla scena un nuovo personaggio, Giovanni III di Vico, che debuttò con l’assassinio del fratello Faziolo (aprile 1338) divenendo signore incontrastato di Viterbo.
Quando Giovanni di Vico si interessò a Tuscania, da diverso tempo la Città era tornata sotto il Campidoglio. Forte dell’alleanza di Benedetto, Monaldo e Corrado Monaldeschi, Giovanni la occupò, unitamente a Piansano.
Con l’acquisto di Vetralla e Bagnoregio, si era già creato una discreta base territoriale, con centro in Viterbo. In base agli impegni assunti scambievolmente, Benedetto Monaldeschi divenne podestà di Tuscania, ma Giovanni vi mandò ad abitare suo fratello Sciarra di Vico, per controllare meglio la situazione. Al principio i senatori romani lasciarono fare, ma, nell’inverno del 1347, scacciarono dall’ufficio di podestà Benedetto Monaldeschi e vi misero un uomo di loro fiducia.
Poco dopo, a Roma, accaddero fatti di vasta risonanza. Cola di Rienzo, già sulla scena capitolina da qualche anno, il 20 maggio 1.347, operò un arditissimo colpo di stato: si proclamò “Tribuno” e piegò tutti al suo volere.
Nell’assetto amministrativo, Cola si occupò anche di Tuscania, stabilendo un trattamento “di grazia” piuttosto favorevole. Dopo aver inviato nella Città un uomo a lui fedele, Nicola di Fusca Berta, “podestà per il nostro signor Tribuno e per il sacro popolo romano”, sostituì il censo annuo delle mille libbre di denari con cento fiorini d’oro (come tassa sul “focatico”) e con un semplice cero, del peso di 100 libbre, che ogni anno i Tuscanesi avrebbero portato a Roma, in omaggio alla Chiesa di S. Maria dell’Aracoeli.
Di questa sua disposizione Cola ne scrisse anche al Papa (8 luglio 1347). Quasi certamente anche i Tuscanesi parteciparono alla grandiosa manifestazione del 2 agosto (c’erano più di 25 città), allorché Cola volle concedere la cittadinanza romana alle città italiane. Al termine ci fu la cerimonia dell’inanellamento, con più di 200 anelli, che gli ambasciatori delle numerose città misero al dito, “in segno di fraternità, di pace e di amore”.
Cola di Rienzo, dopo aver schiacciato la nobiltà romana, volle anche sottomettere Giovanni di Vico, che fu costretto a recarsi a Roma, per giurare fedeltà, portandosi dietro il figlio Francesco e il fratello Sciarra (“Sciarra da Toscanella”, lo chiama Cola, per la continua dimora che costui faceva nella Città).
Fu un brutto momento per Giovanni ed i suoi. Passata la paura, Sciarra corse a Tuscania per chiedere al Comune tutto il denaro di cui era creditore.
Lo aveva preceduto anche Benedetto Monaldeschi, che aveva mandato a chiedere il residuo del suo salario di podestà (49 fiorini d’oro), perché, fuggendo via da Tuscania quando era giunto il podestà capitolino, non aveva avuto il tempo farsi saldare il conto.
LA “PESTE NERA” (1348) E IL TERREMOTO (1349): FINE DELL’EGEMONIA CAPITOLINA
La fine dell’anno (15 dicembre 1347) segnò anche la caduta della stella di Cola.
Tutti rialzarono la testa. Fu la prontezza del rettore Guiscardo di Comborino, che colse di anticipo Giovanni di Vico nell’occupare Tuscania. Per difenderla meglio, il rettore iniziò immediatamente la fortificazione e l’ampliamento della “rocca Orsini”, costruita da Matteo Orsini. Era necessaria una discreta somma di denaro, allora ci si mise d’accordo: metà avrebbe pagato il tesoriere del Patrimonio, metà il Comune.
Nella primavera del 1348 il Campidoglio, superata una crisi interna, si fece risentire per mezzo di due senatori, Bertoldo Orsini e Luca Savelli; ma questa volta, al di là delle minacce e delle multe, che rimasero lettera morta, il Campidoglio non ebbe la forza di concludere nulla, perché un triste flagello stava mettendo a soqquadro non solo lo Stato della Chiesa, ma l’Europa intera: la “peste nera”!
Nel Patrimonio la peste fu introdotta dalle bande di Guarnieri, diretto dal Regno di Sicilia verso nord. Si calcola che le città della Tuscia persero i due terzi degli abitanti; in Orvieto le cifre salirono ancora più in alto. Il rettore Guiscardo morì di peste il 16 luglio.
Quando il terribile morbo cessò, la vita riprese il suo corso regolare. Nell’occupazione di Tuscania, questa volta Giovanni di Vico fu preceduto dalle forze capitoline: il 30 luglio 1349 un rappresentante comunale si recava a Vetralla e giurava fedeltà nelle mani del senatore Guido Orsini.
Come podestà fu lasciato, stranamente, quello che c’era: Simonetto Baglioni di Castel di Piero.
Durante la notte del 9 settembre, un terribile terremoto portò la morte nel Patrimonio. Anche Roma fu colpita. A Viterbo, ad Orvieto, ma soprattutto ad Onano, si registrarono danni. A Tuscania, oltre a numerose abitazioni private, fu gravemente danneggiata la “rocca Orsini”, finita di riparare giusto l’anno precedente.
Nel caos, la Città fu nuovamente ripresa dai soldati pontifici. Il Campidoglio, momentaneamente, non si preoccupò di Tuscania, ma, quando ci riprovò, non ci riuscì più: la sottomissione ai senatori di Roma era terminata per sempre. Il rettore del Patrimonio si adoperò subito per riparare la “rocca”: il tesoriere dovette sborsare ben 400 fiorini d’oro per i lavori di consolidamento.
TUSCANIA NELLA “SIGNORIA” DI GIOVANNI III DI VICO (13501354)
Giovanni di Vico aveva stipulato una tregua triennale con la Chiesa (7 maggio 1348). Ufficialmente non l’aveva rotta, ma, oggi una città, domani un castello, commetteva soprusi a non finire ed estendeva sempre più il suo dominio.
Nell’agosto del 1350 è la volta di Tuscania. Le forze del Campidoglio gironzolano nel territorio, completamente impotenti, e devono starsene inoperose in Barbarano, ad osservare l’astro di Giovanni di Vico, che s’innalza ogni giorno di più.
Il 19 agosto 1352 egli è padrone di Orvieto, dove si trasferisce da Viterbo. La sua potenza è al culmine. Di questo passo, forse, potrà realizzare il sogno di suo nonno Pietro IV: la Signoria di tutto Patrimonio di S. Pietro in Tuscia.
Nessun comandante dell’esercito pontificio è in grado di resistergli, tranne, forse, Simonetto Baglioni che gli impedisce di prendere San Gemini.
Tra i tanti episodi di guerriglia, ne ricordiamo uno solo. Nel giugno del 1353, mentre Giovanni discendeva verso il mare, assediò e distrusse Montebello, ancora in mano alle truppe pontificie, da quando, diversi anni prima, l’avevano tolto a Giovanni da Bisenzo. Da quel momento Montebello rimase completamente spopolato ed il suo territorio divenne una tenuta, che la Reverenda Camera Apostolica concedeva per il pascolo del bestiame transumante.
Il RITORNO DELLA CHIESA
LA “RECONQUISTA” DEL CARD. EGIDIO ALBORNOZ (1354)
Appena eletto (18 dicembre 1352), il nuovo Papa Innocenzo VI pose, tra i suoi programmi, il riordinamento dello Stato ecclesiastico. Il Card. Egidio d’Albornoz, inviato in Italia a questo scopo, volle subito iniziare dal Patrimonio, dove entrò il 20 novembre 1353.
Si presentavano tempi duri per Giovanni di Vico. L’inverno trascorse in modo inconcludente, ma quando cominciarono ad affluire rinforzi al Cardinale, si aprirono le ostilità vere e proprie.
Era il l0 Marzo 1354. Il rettore, Giordano Orsini, con il grosso dell’esercito iniziò a stringere d’assedio Orvieto. Puccio di Cola Farnese guidò 300 fanti all’assedio di Tuscania difesa da Sciarra di Vico: con Puccio erano il fratello Francesco, tre squadroni di cavalleria perugina e Ludovico Vitelleschi, cornetano.
Le porte di Tuscania furono rotte il 18; Sciarra si diede alla macchia (morì poco dopo) e i fedeli di Giovanni di Vico si asserragliarono dentro la “rocca”. Alla fine cedettero, lasciandosi corrompere da 50 fiorini d’oro di Puccio di Cola. Qualcuno non condivise la resa disonorevole e il tradimento nei confronti di Giovanni di Vico.
Ci furono delle risse violente. L’Albornoz, chiuso in Montefiascone, mandò il conte Carlo da Dovàdola a ristabilire la pace. Niente da fare. Il primo di aprile il Cardinale dovette scendere personalmente a Tuscania a sedare le controversie utilizzando la sua arte diplomatica.
Pose la residenza nel terziere di Poggio Fiorentino, ospite nel palazzo di Guido di Bartolomeo e in un paio di giorni sistemò tutto; il 4 aprile, 370 capi famiglia giuravano fedeltà alla Chiesa.
PACIFICAZIONI E TENSIONI NEL PATRIMONIO
A poco a poco, anche le altre città caddero ad una ad una: Giovanni di Vico si arrese il 5 giugno; Orvieto cadde il l0, Viterbo il 12 luglio. Sottomesso il Patrimonio (con un perdono collettivo) l’Albornoz convocò un”Parlamento generale” a Montefiascone per ratificare la pace, ormai accettata da tutti.
La Chiesa ripristinò i suoi diritti e le varie prerogative, ma alle singole comunità il Cardinale accortamente riconobbe quei privilegi, che rivendicavano e non volevano cedere a nessun costo.
Giovanni di Vico rimase signore di Corneto (la cosa al Papa non andò giù) e conservò i territori già posseduti dai suoi antenati.
Tuscania, dal canto suo, rivendicò tutti i suoi diritti; ma per la riscossione dell’imposta sul pedaggio delle merci e del bestiame in transito sul suo territorio, trovò ostacoli da parte della curia del Patrimonio. I Tuscanesi insistettero presso l’Albornoz, che, il 22 ottobre, scrisse al giudice del Comune, Ghino da Siena, affinché compisse una ricerca nell’archivio tuscanese e gli preparasse una relazione sui diritti pretesi.
Ghino eseguì il lavoro alla perfezione: la sentenza dell’Albornoz fu favorevole al comune di Tuscania, che poté continuare a riscuotere i suoi pedaggi, senza l’interferenza dei funzionari del Patrimonio.
Prima di partire (7 gennaio 1355) per la “reconquista” dell’Umbria e delle Marche, l’Albornoz istituì un esercito cittadino composto di pavesati ebalestrieri.
I pavesati erano armati di una lunga spada e del pavese, un grande scudo rettangolare infisso a terra: disposti in lunga fila, costituivano un muro di protezione per i balestrieri, che, nascosti dietro di loro, avevano tutto il tempo di caricare l’arma micidiale e di mirare giusto, contro il nemico che avanzava, decimandolo. I pavesati, poi, completavano l’opera nel combattimento corpo a corpo.
Era un nuovo modo di combattere: la vecchia cavalleria feudale, prima invincibile, dovette soccombere di fronte a tale novità (si pensi alla battaglia di Grécy, del 1346, che aveva segnato la disfatta della cavalleria francese ad opera degli arcieri inglesi). In Roma tale milizia cittadina comparve nel 1358; a Tuscania si trova già nel 1356, perfettamente funzionante.
Partito l’Albornoz, la calma ritornò, ma Giovanni di Vico soffiava sempre sul fuoco, sperando in una rivincita, che non venne mai più.
A Tuscania, i suoi fautori, Lucio Casella e Mancinasa, cercavano con ogni mezzo di sollevare il popolo.
Un giorno, agli inizi del 1356, il gonfaloniere e i tre anziani, per poter pagare una multa inflitta dal giudice del Patrimonio, raccoglievano un’imposta ripartita tra i cittadini, davanti al palazzo del Rivellino. Lucio Casella cominciò ad aizzare i presenti contro il gonfaloniere e i tre anziani gridando: “Questi ufficiali sono la rovina della Città!”. Nessuno si mosse. Lucio fu arrestato e condannato ad una salatissima multa.
Poco dopo, in marzo, il rettore e capitano del Patrimonio, Giordano Orsini, aveva mandato a Tuscania un notaio per effettuare il controllo periodico dei “pavesati e balestrieri”, onde mantenerli continuamente in efficienza.
Mentre il notaio passava in rassegna i pavesati e i balestrieri schierati, Mancinasa cominciò a gridare contro il potere pontificio e rivolse parole di fuoco ai Tuscanesi, venuti a curiosare: “Or oltra, signori Toscanesi, noi anderemo alquanti sciagurati, e l’altri rimarranno qui: volemo più co’ la Chiesia de Roma? Oltre, sciagurati Toscanesi ov’è la iurisdictione nostra? Voi che potete, come lo sofferéte [come fate a sopportare] che ‘l notaro del capitanio vole le nòmora [i nomi] del pavesari et del balestrieri?“. Dopo tali parole, piene di amarezza per la perdita totale dell’autonomia comunale, il Mancinasa fu preso e messo in prigione. La sentenza fu emanata il 14 agosto e lo condannò a pagare 30 fiorini d’oro.
LENTA RICOSTRUZIONE E SVILUPPO ECONOMICO
Oltre che in Tuscania, naturalmente, incidenti avvenivano un po’ dovunque: la storia del Patrimonio del “dopo-
Aumentarono la tensione le prime “compagnie di ventura”, che, proprio in quegli anni, incominciavano ad affluire in Italia, durante le pause della Guerra dei Cento Anni (1337-
Tuscania non ebbe ancora contatti con i capitani di ventura, ma nel Patrimonio si verificarono le prime scorrerie. I rettori (che dal 18 gennaio 1358 incominciarono a risiedere stabilmente a Viterbo) stavano sempre all’erta.
Si vigilava anche a Tuscania, nella cui “rocca” si faceva buona guardia: questa era custodita da un castellano pontificio con nove soldati. L’esercito cittadino di pavesati e balestrieri si formava solo in caso di pericolo.
Tuscania incominciava a divenire un discreto centro economico: vi confluiva in abbondanza il grano del distretto, ammassato nei magazzini della dogana pontificia, nel terziere di Poggio Fiorentino. Il grano, poi, veniva avviato al porto di Corneto, per essere imbarcato sulle navi mercantili alla volta di Roma.
Il commercio, principalmente, rappresentava un’attività collaterale dell’agricoltura e dell’allevamento. Gli artigiani che compaiono nei documenti sono calzolai, fabbri e vasai; in riferimento a questi ultimi, non ci sembra azzardato parlare di laboratori di “ceramica tuscanese”, dato che abbiamo la conferma in alcuni resti di fornaci e nei numerosi repertirinvenuti nei “butti” medievali. Anche l’attività bancaria era discretamente sviluppata: sono presenti ed attivi numerosi Ebrei, che prestano denaro ad usura, con interessi calmierati. Non si tratta di Ebrei occasionali, ma da tempo residenti a Tuscania, come Sabato di Bonaventura, Abramo, Vitaluccio di Angelo, Manuele di Dattulo, Matasia, i cui figli e nipoti si trovano ancora a Tuscania nel secolo successivo. .
Prestavano il denaro ad usura anche alcuni Tuscanesi non Ebrei, ma questi esercitavano tale attività saltuariamente, perché erano prevalentemente gabellieri o commercianti, come Ciglione di Cecco di Oddone Ciglioni e Muziarello di Cola di Angelo Maccabei, esponenti di due famiglie, che guideranno l’Amministrazione comunale fino al XVII secolo.
Ciò che abbiamo detto sul commercio e sull’artigianato ha un valore relativo, perché la vera fonte di reddito, per Tuscania, rimaneva sempre la”terra”. I grandi proprietari erano sempre quelli: la Camera Apostolica, laMensa vescovile, le Parrocchie, il Comune ed alcune famiglie private, non più quelle duecentesche, come i Romei, i Cerasa o i Della Rocca, ma iCiglioni e i Maccabei.
Anche il convento di San Francesco veniva accumulando un patrimonio con i lasciti testamentari: divenne ricco, specialmente quando nel 1363, donna Giacoma Avveduti gli donò la tenuta di Pian di Vico, vari appezzamenti nelle contrade di Valle dell’Oro e della Mignattara e la grande tenuta di Castel Gronda [1].
NUOVI TIRANNI SUL FINIRE DEL SECOLO: FRANCESCO DI VICO
Con la strada spianata dall’Albornoz, Papa Urbano V poté riportare la sede da Avignone a Roma. Il 4 giugno 1367 sbarcò a Corneto. .
Trascorse il 7 e l’8 a Tuscania, ospite dei Francescani presso il loroconvento della Madonna dell’Olivo, posto ad un paio di chilometri prima di giungere a Tuscania per chi proveniva da Corneto. Per l’ospitalità ricevuta il Papa donò ai Francescani 25 fiorini d’oro; altri 10 ne regalò alle monacheClarisse Urbaniste, perché, forse, provvidero alla cucina e alle faccende domestiche.
Qui Urbano V ricevette il beato Giovanni Colombini, che aveva fondato l’Ordine dei Gesuati, e gli approvò la “regola”. Il convento dei Gesuati, a Tuscania, era nel terziere di Poggio, in contrada della Rocca: al Museo si conserva un pezzo d’architrave della porta del convento stesso.
Da Viterbo, poi, il Papa andò a Roma; ma fu un ritorno breve, perché, il 17 gennaio 1370, era di nuovo sulla via di Avignone. Altri disordini si preparavano nel Patrimonio. lt .
A procurarli erano gli stessi rappresentanti papali, che amministravano, rubando spudoratamente. Tutti gli storici, a questo punto, fanno il nome di un viterbese, Angelo Tavernini, che, dal 1350, faceva il tesoriere del Patrimonio. Che fosse un ladro e uno strozzino era notorio (anche Piansano era divenuto suo), ma non era certamente il solo! Gli animi erano giunti sull’orlo della sopportazione.
Il grido di guerra quella volta partì da Firenze, che ne aveva fin troppo delle pretese dei legati pontifici.
La “Guerra degli Otto Santi”, appena scoppiò nel 1375, da Firenze si ripercosse immediatamente nel Patrimonio, dove prese le redini della rivolta il prefetto Francesco di Vico, il figlio di Giovanni IlI, morto tempo prima. Viterbo lo acclamò come « signore ».
A Tuscania un moto popolare dei primi di dicembre scacciò i pontifici ed aprì le porte a Francesco. Lo stesso fecero Corneto ed altri castelli. Il rettore non aveva forze sufficienti per opporsi; allora si chiamò l’esercito del Campidoglio, guidato da Giovanni Cenci, che riuscì a recuperare Tuscania, ma Francesco di Vico continuava a dominare indisturbato.
Questo e molti altri problemi convinsero il Papa a partire per l’Italia. Fu la volta decisiva, perché non ritornò più ad Avignone. Egli, però, morì poco dopo (27 marzo 1378).
Al successore Urbano VI, fu subito opposto un altro Papa, Clemente VII, e si aprì uno Scisma che doveva dilaniare la Chiesa per 40 anni.
Il primo restò a Roma, il secondo andò ad Avignone. Francesco di Vico, manco a dirlo, fu dalla parte del Papa avignonese. Lo scisma favoriva Francesco, che si dette da fare per recuperare il terreno perduto. Nel novembre 1378, cercò subito di riassoggettare Tuscania servendosi anche delle milizie dei soldati bréttoni, lasciategli dal Papa avignonese. lt .
A Tuscania qualcuno gli aveva promesso di aprire, nottetempo, le porte. Visto che queste erano aperte, infatti, Francesco fece entrare una parte delle sue truppe, ma… era una trappola! Le porte furono subito richiuse e un esercito di Tuscanesi piombò sui malcapitati, facendone una strage: 50 morti. Gonfio di rabbia, Francesco andò a scaricarla sui poveri castelli di Ancarano e Rocca Glori.
La guerriglia continuò per diversi anni. Il territorio di Tuscania subì continuamente dei guasti da parte di Francesco, che, ripresa la Città il 3 aprile 1386, la tenne fino alla sua morte, quando fu massacrato a furor di popolo, in Viterbo, l’8 maggio 1387.
Il nipote, Giovanni IV di Sciarra di Vico, continuò sulle orme dello zio, ma, alla fine, dato che nel Patrimonio il séguito del Papa romano (Bonifacio IX) andava aumentando notevolmente, egli chiese la pace (1396), staccandosi dal Papa avignonese, troppo lontano.
Tuscania passava continuamente da una “sottomissione” ad una “liberazione”, tanto che a ricordarle dettagliatamente ci si ridurrebbe ad aridi e noiosi elenchi.
Accenniamo solo all’occupazione del capitano di ventura Bernardone della Sarre, nel giugno-
IL NUOVO SECOLO
All’alba del XV secolo, il bilancio della situazione, economica e sociale di Tuscania è veramente preoccupante.
Non è questa una nostra conclusione, dedotta con “il senno del poi”: furono proprio i Tuscanesi di quell’epoca ad accorgersi, non tanto delle rovine materiali, fin troppo evidenti, quanto della miseria economica e sociale, in cui versavano. La vita nella Città era grama, perché l’economia ristagnava: talvolta non si reperivano nemmeno i soldi per pagare gli stipendi ordinari al personale del Comune.
Qualunque oggetto, in quel clima di miseria, poteva divenire prezioso: nel suo testamento, una certa donna Paola di Vannuccio di Paltoneria (12 aprile 1406) si preoccupava di lasciare “una tovaglia bucata in molte parti dai topi e un asciugamano”. Potremmo citare altri esempi simili a questo.
Che gli abitanti di Tuscania non fossero in aumento, lo abbiamo già detto, ma, nel 1402, l’esodo dovette raggiungere cifre sensibili, dal momento che le autorità sentirono la necessità di convocare (6 agosto 1402) il Consiglio comunale per arginare la falla: “Bisogna trovare –
La frase sembra stilata da un amministratore contemporaneo, invece la soluzione adottata ci riporta inesorabilmente alla tipica concezione medioevale: “Si intimi a tutti i cittadini –
Se tale soluzione non risolveva il problema, lascia almeno intravedere che di questo se ne prendeva coscienza e che si temeva lo sfaldamento della comunità locale.
Ci sono altri esempi, comunque, che offrono per certi problemi soluzioni più concrete, diremmo quasi, più moderne: nel Consiglio del 14 maggio 1403, all’ordine del giorno leggiamo: “Le casse comunali sono vuote: che si deve fare?” La soluzione (dura per qualcuno) rivela saggezza e accortezza nell’amministrare: “È ora di farla finita con le esenzioni sui pagamenti delle gabelle [la maggior fonte di reddito per il Comune]; tutti devono pagare la gabella, eccettuati i forestieri che vengono ogni anno per la fiera“.
Disposizione saggia, anche nell’ultima parte, perché aumentava l’afflusso in Città delle merci, molte delle quali erano difficili da procurare.
I CONDOTTIERI DI VENTURA
Mentre a Tuscania, nel nuovo secolo, si dibattevano problemi relativi alla lotta per la sopravvivenza, al di là del suo territorio regnava ancora il caos politico.
I Papi erano sempre due: quello di Avignone (Benedetto XIII) e quello romano, che, dal 1406, era Gregorio XII. Troppo affaccendato ai suoi problemi, quest’ultimo non era in grado di tenere sotto controllo i territori dello Stato Pontificio.
In questi anni (marzo 1407), Tuscania fu saccheggiata proprio da colui che la doveva proteggere: Paolo Orsini, il capitano generale dell’esercito pontificio. E non era che il primo capitano di ventura di una lunga serie.
Dopo di lui, Angelo Broglio da Lavello detto il Tartaglia tenne la Città per sette anni (dal 1414 al 1421).
Papa Martino V, unico Papa dopo la fine dello Scisma, vi mandò Nicolò da Tolentino nel 1422. Paolo Colonna la depredò, con scorrerie, nel 1429 e nel 1431. Fu concessa in vicariato a Francesco Sforza da Eugenio IV nel 1431. Lo Sforza tenne la Città per 11 anni. Personalmente ci andava poco (quando lo faceva, preferiva il castello della Carcarella); la lasciava governare dai capitani di ventura alle sue dipendenze: Michelotto Attendoli, suo fratello Leone Sforza, Antonio Colella da San Severino detto il Ciarpellone e Bernardo d’Utri.
Nel 1434 Giovanni da Crema la occupò, contro lo Sforza, per conto diNicolò Fortebraccio.
Tuscania, nel 1443, tornò nuovamente alla Chiesa ed il Papa, nel 1446, vi mandò Napoleone Orsini.
In quasi mezzo secolo s’avvicendarono una decina di capitani di ventura. È vero che il Tartaglia meriterebbe un ampio discorso, per l’impronta che più degli altri ha lasciato a Tuscania. Così facendo, però, finiremmo con lo scrivere la storia di un condottiero, o di una serie di condottieri, non più la storia di Tuscania, perché la Città divenne, in realtà, solo un punto di riferimento per le loro imprese, alle quali i Tuscanesi non apportarono che pochi contributi di rilievo, in particolare quello di fornire uomini armati.
Essi ci appaiono piuttosto privi di iniziativa e vivono una vita politica piatta, monotona, senza alcun desiderio di mutare l’ordine in cui sono costretti a vivere.
I vari Mancinasa e Lucio Casella, che, nella metà del secolo XIV, gridano contro il potere e piangono la perduta “giurisdizione”, appartengono al passato e non si trovano più né in questo secolo né in quelli successivi. Il periodo “comunale” è terminato da un pezzo.
Dopo la “signoria” dei capitani di ventura, Tuscania si adatterà, definitivamente, a vivere sotto il “principato” dei Pontefici; allora il “livellamento” dei sudditi sarà un fenomeno generale e parlare di vita politica “cittadina” non avrà più senso.
IL TRAMONTO DEL MEDIOEVO
LABORIOSA VITA ECONOMICA IN VIA DI SVILUPPO
Se da un punto di vista politico c’è, ormai, un appiattimento totale, lavita economica tuscanese è in lento ma continuo progresso. L’amministrazione comunale si regge sulla borghesia, formata da un ristretto numero di famiglie: accanto ai Ciglioni ed ai Maccabei, si sono fatti strada, i Malagigi, i Malmoneschi, i Silvani, i Ludovisi, i Gioia, i Farnesani, iPedonelli e pochi altri.
L’agricoltura e l’allevamento producono abbastanza.
Le esigenze delle casse comunali vengono quasi sempre soddisfatte (ma non sempre) dalla rendita delle gabelle: c’è quella Generale, quella sulMacinato, quella sui Pesi e Misure, sui Pascoli e sulle Carni Macellate: piuttosto che affidarle a dipendenti impiegati comunali, come nel XIV secolo, ora si preferisce appaltarle, perché rendono di più.
I cittadini sono censiti nel “libro del Catasto” e vengono divisi in tre categorie (cittadini “de maiori” “de mediocri” e “de minori libra”), a seconda dei redditi di ciascuno.
Si accede ad alcune cariche pubbliche per sorteggio. Ogni due o tre anni gli “Statutari” (12 persone), alla presenza del rettore del Patrimonio, preparano il “bussolo”, un recipiente nel quale racchiudono da 12 a 18 “cartucce di pergamena”. In ciascuna di queste essi hanno scritto cinque nomi (un gonfaloniere, tre anziani, un camerlengo). Dal bossolo (custodito nella chiesa di S. Francesco), ogni due mesi, verrà estratta una cartuccia: i cinque nominativi ricopriranno, per quel bimestre, le rispettive cariche.
I membri del Consiglio generale (ogni anno) e dello speciale (ogni sei mesi) sono, invece, “scelti” dai magistrati in carica.
Va con sé che i nomi da sorteggiare o da scegliere appartengono tutti alla ristretta cerchia delle famiglie borghesi.
Solo il podestà e il cancelliere sono nominati dal Papa, ogni sei mesi, prorogabili per altri sei. Una eccezione si ebbe nella crisi del 1480, allorquando il Papa concesse ai Tuscanesi di potersi scegliere podestà e cancelliere (a stipendio ridotto) per cinque anni. Al termine ci fu una proroga di l0 anni (fino al 1496); ma spesso, anche in questi anni, troviamo il podestà nominato dal Papa, quando non era a lui gradito quello scelto dai Tuscanesi.
Crisi economiche, di tanto in tanto, si verificavano: erano causate, soprattutto, dalle avversità naturali (l’alluvione del settembre 1467 spazzò via tutti i mulini dei fiumi Marta e Maschiolo) e dalle “pestilenze”, che poi erano normali influenze stagionali o malattie infettive, che esplodevano a causa della enorme sporcizia, soprattutto in estate.
I commerci erano in netta ripresa, nella seconda metà del Quattrocento: i “Registri delle entrate e delle uscite” ci offrono il volume esatto delle merci in entrata, in uscita e in transito, con gli importi dei diversi valori e le relative gabelle pagate.
L’attività bancaria della comunità ebraica era buona. Gli Ebrei più in vista erano Aleuccio di Matasia e i suoi figli Melle e Manuele.
Lo “Statuto”, che regolamentava i rapporti tra la loro banca e i cittadini, veniva ogni tanto aggiornato, perché non sempre la povera gente era in grado di pagare gli interessi, per la verità, non molto esosi.
Ad un certo punto, però, il Comune, per aiutare le classi più povere, dovette aprire il “Monte di Pietà” (1472): funzionò un centinaio di anni, poi fu sostituito dal “Monte degli Aratri”.
Ci dobbiamo limitare, purtroppo, a questo quadro succinto, ma l’Archivio Storico Tuscanese, dalla metà del secolo in poi, diviene, sempre più ricco e più aperto ad una vasta gamma di indagini.
UN COLPO IMPROVVISO E TERRIBILE
Man mano che scorrono sotto i nostri occhi le carte quattrocentesche, in un latino espressivo e plastico, ci si compone lentamente, come in un puzzle, il quadro di una vita monotona, condotta senza troppe preoccupazioni, ma complessivamente serena.
Tra l’appalto di una gabella e l’altra, troviamo (nei volumi delle”Riformanze”) i consiglieri comunali entusiasti, per la cappella, che si sta costruendo (1468) nella chiesa della Rosa in onore dei Santi Protettori.
Si nota la volontà di rinnovare tutto, dalla rocca del Tartaglia, ai merlie le torri della cinta urbana, alle campane delle torri di S. Pietro, dell’orologio e di “Tor della Vela”. Maestri della pietra e pittori vengono ad abbellire Tuscania. Due anni prima (1466) erano venuti, da Norcia, mastro Giovanni Sparapane e suo figlio Antonio, per affrescare una cappella dellachiesa di S. Francesco.
Sempre nel 1468, non è ancora cessata la pestilenza estiva, che i consiglieri decidono l’istituzione della “Gara delle Balestre”, finanziata dai banchieri Melle e Manuele di Aleuccio: si effettuerà l’ ultima domenica d’ottobre e il martedì di Pasqua.
Un fatto abbastanza grave venne a turbare, per qualche tempo, la serena esistenza dei cittadini (e degli amministratori).
Dopo che il cardinal Giambattista Cibo salì al pontificato (29 agosto 1484) con il nome di Innocenzo VIII, suo nipote Francesco incominciò a spadroneggiare nello Stato della Chiesa, sperando che lo zio gli creasse uno stato, tutto suo.
Nel marzo 1491, Francesco Cibo aveva mandato a TuscaniaBernardino della Posta, un capitano, che stava ai suoi stipendi. Non conosciamo che tipo fosse costui e che atteggiamento assumesse nei riguardi dei Tuscanesi.
Por ammettendo che una “massa” popolare infuriata oltrepassa il razionale, scatenandosi in eccessi sproporzionati alla causa, dobbiamo ritenere che capitan Bernardino l’avesse combinata proprio grossa, se, in un baleno, la sua persona fu sommersa da una folla inferocita e, quando tutto si calmò, riapparve il suo cadavere, penzolante, impiccato alla finestra del palazzo del Rivellino.
Francesco Cibo, il potentissimo nipote, non sopportò l’affronto e ottenne la condanna dei Tuscanesi, senza che i giudici si premurassero di sapere da quale parte fosse la ragione.
Per fortuna Innocenzo VIII ascoltò, in seguito, le ambasciate tuscanesi. L’8 dicembre la città veniva praticamente perdonata, per”l’audace e atroce delitto”, ma restava da pagare una parte della pena: la consegna di 2000 some di grano alla Camera Apostolica.
I Tuscanesi incominciarono ad ammassare il grano, nei magazzini di S. Francesco, in attesa di inviarlo a Roma, ma speravano nel condono totale, attraverso continui appelli al Papa.
La questione si stava dibattendo nell’incertezza di come sarebbe andata a finire, quando i Tuscanesi dovettero affrettarsi precipitosamente a vendere all’asta il grano già accantonato, perché si accorsero che una parte era già ammuffita.
Si sperò di porre fine positivamente alla questione, quando il nuovo Papa, Alessandro VI, venne in visita a Tuscania, nell’ottobre del 1493.
Tra le molte richieste, i Tuscanesi inserirono quella di vendere il grano in discussione e di acquistare, con il ricavato, delle armi per il potenziamento della difesa cittadina. Probabilmente il Papa rispose con un “vedremo!” molto vago; ma nel marzo 1494, la Camera Apostolica pretendeva tutto il grano, fino all’ultimo chicco.
Proprio in quei giorni si stavano allestendo, in Francia, i preparativi per un fatto di grande portata storica, che doveva arrecare numerosi lutti, anche a Tuscania: la calata di Carlo VIII in Italia.
Decisa l’impresa di occupare il Napoletano, il Re francese entra in Italia il 2 settembre 1494. Attraverso la Cassia, il 28 novembre, le truppe francesi sono nel Patrimonio.
Alessandro VI ha paura: sperando in chissà che cosa, nomina il cardinale Alessandro Farnese come legato del Patrimonio.
Il 10 dicembre Carlo VIII è a Viterbo, dove lascia un drappello a presiedere la “rocca Albornoz”. Il Papa è ossessionato dall’incontro che non può evitare.
Mentre Carlo s’avvia lentamente verso Roma, il 26 dicembre arriva a Tuscania una lettera del Papa: “Per accogliere, nel migliore dei modi, il “criastianissimo” Re dei Franchi –
Carlo arriva il 15 gennaio e si intrattiene a Roma per un mese. Nei colloqui egli chiarisce al Papa (costretto a fare buon viso a cattivo gioco) la sua decisione di impadronirsi del Napoletano.
Il 30 gennaio il Papa scrive una letteraccia ai Tuscanesi, che, invece di mandare grano, gli hanno inviato ambasciatori: “Se non mandate subito gli approvvigionamenti richiesti (e ora concordati anche con i vostri ambasciatori) cadrete nella nostra ira –
Il 22 febbraio Carlo entra, trionfante, a Napoli.
A nord qualcosa si è già mosso: Milano, Venezia, Massimiliano d’Austria e Ferdinando di Spagna hanno creato una “lega antifrancese”. Il Papa, impaurito e titubante, vi entra a far parte solo ai primi di aprile.
La reazione di Carlo VIII è immediata. Il Papa invoca aiuti: solo il doge veneziano, Antonio Barbadigo, gli manda 500 cavalieri.
Il 22 aprile il Papa scrive ai Tuscanesi e ai Viterbesi, comunicando loro che il latore della lettera, Ludovico da Todi, ha l’incarico di dirigere le operazioni di sistemazione e vettovagliamento per i 500 cavalieri veneziani (250 per ciascuna città).
A Viterbo è presto fatto, mentre i 250 cavalieri, destinati a Tuscania, devono trascorrere le notti all’aperto perché la Città si rifiuta di ospitarli.
Nuova lettera del 13 maggio: il Papa, adirato, intima di alloggiare immediatamente i cavalieri, sotto la pena della sua “indignazione”, della multa di 3000 ducati d’oro e della condanna per “ribellione allo Stato”. Tuscania sbatte le porte in faccia a Lodovico da lodi, che, dopo l’inutile tentativo di mediazione, torna dal Papa a mani vuote.
A questo punto, Alessandro VI, infuriato, condanna (17 maggio) i Tuscanesi a pagare, su due piedi, la salata multa di 2000 ducati, perché non credano di essere “duri” e non abbiano modo, in futuro. di fare i gradassi andando a raccontare d’aver disubbidito al Papa; se, poi, si ostineranno ancora a non alloggiare i Veneziani, incorreranno in altri 5000 ducati di pena, nell’indignazione e nell’interdetto papale e nella condanna per “ribellione allo Stato”.
Dieci giorni dopo (27 maggio) corre voce che Carlo stia per venire a Roma. Alessandro VI si rifugia nella Rocca di Orvieto; lo seguono i cavalieri veneziani.
Carlo, superata Roma, il 4 giugno (giovedì) è a Ronciglione, da dove manda a chiedere un incontro con il Papa. All’alba del mattino seguente (venerdì), il Papa fugge precipitosamente a Perugia; Carlo entra in Viterbo, a tarda sera, in testa alle sue numerose truppe, che affluiscono anche il giorno seguente.
La domenica mattina (il 7, festa di Pentecoste), giunge a Viterbo il comandante della retroguardia (8000 uomini), Matteo di Botheau,consigliere e ciambellano di Carlo VIII, figlio di Giovanni Il duca di Borbone e di Auregne, meglio conosciuto con il nome di « Gran Bastardo ».
Impossibile alloggiare in Viterbo: viene dirottato su Tuscania. Qui, però, la ricettività è già satura, perché, oltre ai normali abitanti, ci sono diverse centinaia di operai agricoli, scesi dai paesi dell’A pennino, come di consueto, per la mietitura.
Mentre il Gran Bastardo giunge a Tuscania, è già pomeriggio e molti cittadini si avviano verso la chiesa si Santa Maria della Rosa (divenuta cattedrale provvisoria) per cantare i Vespri.
I Francesi domandano vettovaglie e alloggio per la notte.
Si nega. Si insiste. Volano parole grosse.
Il sangue di un cavaliere e di due fanti francesi uccisi bagna il terreno. È il segnale della battaglia.
Le porte sono chiuse in fretta, ma basta un po’ di fuoco per renderle inutili.
Ottomila soldati irrompono per le vie di Tuscania. Hanno ordine di trucidare chiunque, tranne le donne e i bambini. Il “sacco” nella Città è di breve durata; alla fine, i Francesi abbandonano l’abitato, carichi d’oro, d’argento e di mille oggetti rubati. Catturano molti uomini e li trascinano via prigionieri.
Dopo una pausa, un’altra ondata irrompe per le vie, sparse di cadaveri e di feriti: sono le centinaia di persone, che asserragliate nella cattedrale di Santa Maria della Rosa fin dall’inizio dei Vespri, si precipitano ora, forsennate, alla ricerca disperata dei loro congiunti.
Dalla Torre Ciglioni, da Tor della Vela, dalle altre della Rocca Tartagliae della cerchia urbana, scendono, in preda al terrore, quei pochi che vi si erano asserragliati e che i Francesi, nella fretta di uccidere, non si erano dati nemmeno la briga di stanare.
Dopo la notte di lutto, si contano i morti: sono circa 800. Ci sono donne e bambini; molti sono anche i montanari dell’Appennino.
All’alba la triste notizia è portata ai Viterbesi, che subito si fanno in quattro per portare aiuto ai poveri Tuscanesi.
Corrono da Carlo VIII. Pregano. Un messo è già partito, a spron battuto, a rincorrere il Gran Bastardo con l’ordine di lasciare prigionieri e bottino. Ma l’ordine non viene eseguito.
Partono, intanto, da Viterbo, Mariano Nicolai e Paolo Gentili: portano offerte a Tuscania; con loro ci sono le confraternite laiche al completo; imedici sono carichi di medicinali e di bende per i feriti.
La notizia intanto si diffonde: a Orvieto la portano, a Tommaso di Silvestro (che ce l’ha tramandata), i “montanari” feriti, che tornavano ai loro paesi appenninici.
Mariano Nicolai corre da Tuscania a Viterbo: il Gran Bastardo non ha ancora rilasciato i prigionieri! Allora si scrive al Re (12 giugno), che è ormai alle porte di Siena: “Aiutare i Tuscanesi –
Ora la marcia di Carlo si trasforma in fuga.
Da Siena ripiega per Pomarance (15 giugno). Non gli è possibile sfuggire all’esercito della “lega”, che lo investe a Fornovo sul Taro (6 luglio). L’esito della battaglia è incerto e Carlo ne approfitta per raggiungere la Francia, ma il Gran Bastardo è fatto prigioniero.
Anche il Papa è tornato a Roma. Dal 23 al 25 giugno è transitato per Viterbo. Non una parola di cordoglio per i poveri Tuscanesi: forse, conservava ancora del rancore verso di loro, per il comportamento tenuto nei mesi precedenti.
In modo veramente encomiabile si comportano invece le autorità delcomune di Pomarance (allora, Ripomarance).
Intorno alla metà di luglio, esse avvisarono il Comune di Tuscania che una parte del bottino era stato recuperato e i Tuscanesi potevano andare a prenderselo.
Furono mandati Antonio Scagnozzi e Antonio Malagigi, che, mentre ricevevano il “Maltolto”, comunicarono ai presenti una decisione del Comune di Tuscania: “Qualora i Pomarancini avessero avuto occasione di venire o di transitare con le loro merci nel territorio di Tuscania, sarebbero stati esenti dal pagamento di qualsiasi gabella, per sempre“. Almeno, così, il Medioevo si chiudeva con un gesto di simpatia e di amicizia, dopo tanti lutti e tribolazioni.
5 SECOLI DI ANONIMATO
UN PICCOLO “PAESE” CON IL TITOLO DI “CITTÀ”
La ripresa di Tuscania fu rapida. I documenti dell’archivio riprendono dalla fine dell’anno dopo (1496), ma del sacco di Carlo VIII già non si trova più alcun cenno.
I secoli successivi presentano diversi fatti “di cronaca” ed hanno tutti lo stesso denominatore comune: una grande laboriosità e il desiderio di abbellire la “città”.
Un campanilismo sfrenato permea in questi secoli i “cittadini”. Sarebbe vano ricercare il nome di Tuscania senza che una volta sia preceduto dal titolo di “città”. Francesco Giannotti, alla fine del Cinquecento, scrive la prima “Storia della “città” di Tuscania”. Un grande amore traspare dalla sua opera, anche se spesso ci fa sorridere la continua ricerca del “grandioso e del meraviglioso”.
“Giannotti è un nome nuovo della borghesia tuscanese. Come la sua famiglia, ne sono venute alla ribalta molte altre, accanto a quelle vecchie quattrocentesche: i Ragazzi, i Brunacci, i Capogalli, i Fani, i Pocci, i Cavetani, i Ciotti, i Matuzzi, i Bonsignori, i Donnini, i Mansanti, i Benedetti; poi verranno.i Ricci, i Bassi, i Consalvi, i Turriozzi; infine (sec. XIX), i Campanari, i Luchetti, i Marcelliani, i Dottarelli, i Fiori, i Pasquali e tanti altri.
Nonostante che la “città” sia un anonimo e sconosciuto paese, la borghesia terriera di Tuscania sente ancora l’antica grandezza e vuole divenire nobile: nascono il “Patriziato Toscanese” e altri circoli nobiliari.
Qualche nobile arrivato per ultimo (sec. XVII) non sopporta il fatto di non poter vantare una antica discendenza “toscanese”; allora ha un’idea geniale: approfittando che può entrare liberamente nell’Archivio Comunale, utilizza con diligenza alcune pagine dei registri più antichi, copiando alcuni documenti cercando di imitare (in modo talvolta maldestro) la grafia del cancelliere comunale; ma nel copiare tali documenti, cambia i nomi: ad un Ciglioni, un Maccabei, un Pedonelli, sostituisce un antenato della propria famiglia, completamente… inventato! Ma, ora, può raccontare, al circolo dei nobili, che anche lui è di antica discendenza tuscanese.
Di chi si tratta? Beh! di Cesare Mansanti possiamo fare il nome, tanto, ormai, a Tuscania la sua famiglia non esiste più.
I nobili tuscanesi, in questi secoli, abbelliscono e rinnovano le loro case, demolendo, purtroppo, quelle medioevali preesistenti. Comunque anche essi costruiscono palazzi imponenti e artisticamente validi: Palazzo Giannotti, (ora sede dell’Istituto Professionale), Palazzo Fani, Palazzo Quaglia, Palazzo Fani-
Una grandiosa opera pubblica, costruita tra il 1614 e il 1621, è l’acquedotto della sorgente, detta la “disgrignata”, che da San Savino porta l’acqua, prima vicino alla Città, poi dentro le abitazioni (dei più facoltosi).
Con l’occasione si costruiscono alcune artistiche fontane pubbliche: le più belle sono quelle di Poggio e di Montascide, costruite tra il 1620 e il 1625 da uno degli architetti che lavoravano alla costruzione dell’acquedotto (Domenico Castelli da Roma); interessanti però sono anche quelle di S. Antonio, del Cavaglione e del Pigno.
Dopo il Giannotti, provano a scrivere la storia di Tuscania F. A. Barbacci e Sebastiano Dini, ma essi non pubblicarono mai i loro lavori.
Ci riuscì, invece, il primicerio della Cattedrale, Francesco Antonio Turriozzi: uno studioso preparato e laborioso, un vero figlio dell’Illuminismo.
Turriozzi ed altri letterati fondarono anche “l’Accademia dei Volonterosi”, di sapore arcaico e pastorale, trasfornata poi nell’Accademia degli Aborigeni.
Poi vennero Napoleone e il card. Ercole Consalvi. Racconta (una leggenda?) che, appena nacque a Tuscania il futuro cardinale fu portato di corsa a Roma dai genitori per essere battezzato e registrato come… cittadino romano: un tradimento che il “Patriziato Toscanese” non ha mai digerito!
Chi, meglio di ogni altro, ci può far conoscere esattamente
tutto il Settecento tuscanese, non sono le opere (edite e inedite) sopra accennate, ma un documento dell’archivio: la relazione della visita fatta a Tuscania da un ispettore “< visitatore”): Diomede Casimiro Caraffa di Colobrano.
Costui, nel 1761, era stato mandato in visita ispettiva a Tuscania dalla “Sagra Congregazione del Buon Governo” (oggi diremmo, dal Ministero degli Interni). Ebbene, la sua relazione finale è tutta una dura requisitoria contro il malcostume e le ruberie degli amministratori tuscanesi (finì in prigione anche il segretario comunale).
In un discorso serrato, che non dà tregua, il visitatore Caraffa spiega agli “Eminentissimi Cardinali” le cause del disordine amministrativo del Comune di Tuscania, ne mette a fuoco i mali cronici ed, infine, suggerisce seri rimedi pratici, per eliminare povertà e corruzione, con lucidità di mente e con una chiara visione “illuminata”, rivelando non comuni capacità di economista.
ATTRAVERSO LA “RESTAURAZIONE” PONTIFICIA (1815), IL REGNO (1870) E LA REPUBBLICA ITALIANA (1946)
Dopo la caduta di Napoleone, il papa ristrutturò lo Stato pontificio. Tuscania fu inserita nella Delegazione Apostolica di Civitavecchia (1816). La Delegazione venne divisa in “Governatorati”: Tuscania costituì un “Governatorato” con i Comuni di Arlena, Tessennano, Canino, Cellere (Pianiano) e la stessa Tuscania..
Il governatore, in realtà, era l’antico podestà, perché aveva la stessa funzione giudiziaria e di polizia.
Preposto all’ Amministrazione comunale rimaneva sempre il gonfaloniere (con il consiglio). Per la residenza del governatore venne scelto, e restaurato, il palazzo Mansanti, in contrada Montàscide (ora sede del Liceo Scientifico).
Nel 1824 la “Delegazione” di Civitavecchia e quella di Viterbo furono unite; poi nuovamente separate (1831) e il “governatorato” di Tuscania rimase ancorato alla Delegazione di Viterbo, fino al 1870, quando Nino Bixio, il 12 settembre, entrò in Tuscania, mentre la guarnigione pontificia fuggiva, da porta S. Leonardo, verso Roma.
Dopo il “plebiscito”, con l’annessione al Regno d’Italia, la Città continuò la vivere come prima e poco mutò nella sostanza, molto invece nella forma: Tuscania entrò nella provincia di Roma; il “gonfaloniere” si chiamò “sindaco”, il “governatore” cambiò il nome in “pretore”, fino al 1927, quando Viterbo divenne provincia e la pretura di Tuscania fu soppressa.
Mutarono anche i nomi delle vie medievali, perché dovettero lasciare il posto agli eroi che avevano collaborato al Risorgimento e all’unità nazionale.
Molti di questi, a loro volta, nel giro di pochi anni, furono soppiantati dai nomi degli eroi della Resistenza.
Si è visto, però, che non è possibile mutare una lunga consuetudine con un decreto o con una ordinanza: i nomi delle vie medievali, infatti, rimangono vivi nella tradizione tuscanese, che ancor oggi li usa ed insegna ad usarli alle nuove generazioni.
Solo in un caso un decreto del Re è riuscito a mutare, di colpo, un nome: quello di “Toscanella” in “Tuscania”, il 12 settembre 1911, ma il mutamento fu accolto con gioia da tutti, amministratori e cittadini, perché lottavano fin dall’Annessione al Regno d’Italia: non si vedeva l’ora di eliminare un diminutivo tanto scomodo e offensivo alla grandezza della città!
Una visione completa dell’Ottocento tuscanese porterebbe via troppo spazio. Accenniamo soltanto all’aspetto artistico. Gli scavi archeologici iniziarono a Tuscania verso la fine del ‘700.
Li portò avanti l’archeologo Vincenzo Campanari. Alla grande passione per l’archeologia unì anche un interese oggettivo, in quanto esercitò in questo campo un’intensa attività economica: egli ed il figlio Carlo spedivano intere navi cariche di reperti etruschi in Inghilterra, dove l’altro figlio Domenico, titolare di una “bottega d’arte”, pensava a vendere i reperti archeologici nella piena legalità.
Un altro figlio, infine, Secondiano, avvocato e collaboratore paterno, scrisse una voluminosa Storia di Tuscania (pubblicata postuma nel 1856), ricca di notiziole; ma la sua vastità è dovuta anche al soffermarsi dell’autore in ampie dissertazioni di carattere generale di sapore romantico, non prive di appassionato fervore con uno stile ricco e ancora oggi piacevole: questa Storia è stata, fino ad oggi, la sola guida per chi abbia voluto iniziare un’indagine storica su Tuscania.
Questo è il suo merito; ma, per amore di verità, dobbiamo aggiungere che Secondiano ha sfruttato moltissimo il materiale d’archivio preparato, e mai utilizzato, dal Turriozzi, come, ad esempio, molte trascrizioni dei documenti contenuti nel II volume: esse sono opera del Turriozzi, appassionato paleografo di fine Settecento, anche se non sempre preciso nella lezione dei documenti.
TRISTE RISVEGLIO (6 febbraio 1971 ore 19,09)

Dopo tante rovine, però, essa sembra aver assunto una nuova atmosfera. C’è stato un rapido progresso nella riscoperta di certi valori storici, artistici, turistici e, in ultima analisi, economici.
E’ nato in tutti i cittadini il desiderio, il gusto per la valorizzazione della Città, che, però, si è spogliato, o si va spogliando, del puerile campanilismo di un tempo.
Moltissimi cittadini, prima del terremoto non avevano mai preso coscienza di vivere in un “centro storico”: ora che è risorto dalle rovine, se lo guardano, imparano a riconoscerlo, pezzo per pezzo, via per via, quartiere per quartiere e alla fine ci si sentono attaccati, sono fieri di esserne i proprietari e vogliono che anche altri vengano a vederlo, a conoscerlo e ad apprezzarlo. E tutti fanno la loro parte, dai più grandi ai più piccoli, come le tessere di un mosaico.
Ieri i Tuscanesi vivevano ciascuno asserragliato nel proprio quartiere, nel proprio “vicolo”, senza ricercare il contatto con quelli di altri quartieri.
Oggi il terremoto li ha scaraventati via dal vicolo, li ha rimescolati disordinatamente, facendoli stare, per lunghi anni, gomito a gomito.
Anche se triste, è stata una esperienza che ha rigenerato i Tuscanesi, ne ha ampliato l’orizzonte sociale e culturale, li ha risvegliati da un torpore secolare: nascono numerosi circoli culturali, sta rinascendo perfino l’artigianato locale, già quasi completamente decaduto: ferve la lavorazione del cuoio, del ferro, del legno e del1’argilla.
C’è un clima di entusiasmo, ma non possiamo dimenticare che il “Risveglio” di Tuscania fonda le sue basi sulle vittime innocenti di un terremoto.
BIBLIOGRAFIA
BIBLIOGRAFIA
La presente bibliografia su Tuscania non ha la pretesa di essere completa, ma è sufficiente ad orientare lo studioso che non si accontenta della semplice lettura del presente lavoro. Ci dobbiamo, comunque, scusare per la forzata soppressione delle note al testo, avvenuta per cause indipendenti dalla nostra volontà: abbiamo preferito rinunciare alla loro ricostruzione, per i notevoli ritardi che ciò avrebbe comportato nell’inoltro alle stampe.
A. LE FONTI
1.Fonti documentarie inedite (o parzialmente edite)
a) Archivio Storico Comunale Tuscanese.
Oltre a numerose pergamene, dal XIII secolo in poi, abbiamo consultato una notevolissima quantità di materiale cartaceo; in particolare: i libri dei Consigli (Reformationes), il cui volume I è del 1449, e la serie «Introitus et Exitus» (voI. I del 1453).
b) Archivio Capitolare Tuscanese.
Possiede pergamene e raccolte varie di visite pastorali, lettere, registri di battesimo (vol. I del 1539), di morte e di matrimonio. Numerosi sono i codici cartacei contenenti trascrizioni di documenti duetrecenteschi e memorie varie, il tutto curato dal primicerio della cattedrale, mons. Francesco Antonio Turriozzi († 1821). Costui non poté sfruttare interamente il suo lavoro (pubblicò solo il volume citato più sotto).
c) Archivio Storico Cornetano (Tarquinia).
Di questo archivio, come dei due precedenti, stiamo curando personalmente il riordinamento. A Tarquinia abbiamo consultato numerose pergamene (ricordiamo il noto codice membranaceo la MARGARITA CORNETANA) e i libri dei Consigli (vol. I dal 1422).
d) Archivio Comunale di Viterbo. (Abbiamo trovato diversi documenti membranacei del XIII e XIV secolo riguardanti Tuscania).
e) Archivio Diocesano di Viterbo. (Vi sono molte visite pastorali delle parrocchie della diocesi di Tuscania).
f) Archivio di Stato di Viterbo. Qui si conserva, tra l’altro, l’archivio notarile di Tuscania. Il Dottor Alberto Porretti ci ha molto aiutato ed agevolato nella consultazione del notarile tuscanese, avendolo egli catalogato ed inventariato.
g) Sezione dell’Archivio di Stato di Orvieto.
Abbiamo consultato numerose pergamene e codici membranacei del XIII secolo. I volumi delle Reformationes (il I è del 1295) contengono molti riferimenti a Tuscania; ne abbiamo utilizzati diversi relativi al XIV secolo.
h) Archivio di Stato di Siena.
Nel ricchissimo fondo di pergamene provenienti dall’ Abbazia del del Monte Amiata (Abbadia S. Salvatore) abbiamo trovato una sessantina di pergamene riguardanti Tuscania (secc. XIII e XIV), oltre ad altre numerose dei secoli precedenti, pubblicate dal CALISSE e dal KURZE (vedi oltre). Nell’archivio si conservano lettere del capitano di ventura Angelo da Lavello detto il Tartaglia indirizzate alla Repubblica di Siena intorno al 1416.
2. Fonti documentarie edite
a) Opere di carattere generale (relative allo Stato Pontificio).
BATTELLI G., Rationes Decimarum Italiae, nei secoli XIII e XIV, Latium, Città del Vaticano 1946.
BATTELLI G., Le raccolte documentarie del Card. Albornoz sulla pacificazione delle terre della Chiesa, in « Studia Albornotiana », voI. XI(1972), pp. 521-
BIBLIOTHÈQUE DES ÉCOLES FRANÇAISES D’ATHÈNES ET DE ROME, che ha pubblicato tutti i registri pontifici da Gregario IX a Bonifacio IX (sec. XIII-
CORPUS INSCRIPTIONUM LATINARUM (CIL) –
GREGORIO DI CATINO, Il Regesto di Farfa (a cura di L. GIORGI e U. BALZANI), voll. 5, Roma 1879-
HUlLLARD-
JAFFÉ Ph. –
MANSI J.D., Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, voll. IX, X, XVII, XIX, Graz 1960.
MIGNE J.P., Patrologiae Latinae cursus completus, voll. 77-
PAPIRIO M., De Episcopis Urbis Romae (Vitae Romanorum Pontificum), coll. 405-
POTTHAST A., Regesta Pontificum Romanorum (1198-
THEINER A., Codex diplomaticus dominii temporalis S. Sedis, vol. I, Roma 1861.
b) Opere di carattere locale (relative alla Tuscia).
(La rivista «Archivio della Società Romana di Storia Patria» è
indicata con la sigla ASR$P; i «Rerum Italicarum Scriptores» di Ludovico Antonio Muratori con la sigla RR.II.SS).
ANTONELLI M., Una relazione del Vicario del Patrimonio a Giovanni XXII in Avignone, in ASRSP, XVIII (1895), pp. 447-
ANTONELLI M., Estratti dai registri del Patrimonio del sec. XIV, in ASRSP, XIL (1918), pp. 59-
ANTONELLI M., I registri del tesoriere del Patrimonio Pietro d’Artois (1326-
ANTONELLI M., Di Angelo Tignosi Vescovo di Viterbo e di una sua relazione al pontefice in Avignone, in ASRSP, LI (1928), pp. 1-
CALISSE C., Documenti del Monastero di S. Salvatore sul Monte Amiata riguardanti il territorio romano (secoli VIII-
CESSI R., Una relazione di Guigone da S. Germano rettore della Tuscia nel 1340, in ASRSP, XXXVI (1913), pp. 147-
EGIDI P., L’Archivio della Cattedrale di Viterbo, Roma 1906.
FUMI L, Codice diplomatico della città di Orvieto, Firenze 1884.
GIONTELLA G., Gli Statuti degli Ortolani di Tuscania del 1422, Viterbo 1972.
KEHR P. F., Italia Pontificia, II Latium, Berlino 1938.
KURZE W., Codex Diplomaticus Amiatinus, voI. I, Tiibingen 1974.
SAVIGNONI P., L’Archivio storico del Comune di Viterbo, in ASRSP, XVIII (1895), pp. 5-
SUPINO P., La Margarita Cornetana –
3.Fonti narrative.
BARBACCI A., Relazione dello stato antico e moderno della città di Toscanella e sua chiesa (codice manoscritto della Cattedrale; preparato per le stampe nel 1704, non fu mai pubblicato).
CARAFFA D. C., Relazione della visita fatta alla Comunità di Toscanella nell’anno 1761 (codice manoscritto pubblicato in ciclostile dal Centro Turistico Tuscanese nel 1975).
CIAMPI I., Cronache di Niccolò della Tuccia e Statuti della città di Viterbo, Firenze 1872.
EPHEMERIDES URBEVETANAE, in RR.II.SS., T. XV, Parte V, voll. I e II, (ed. Carducci e Fiorini, 1902-
GIANNOTTI F., Storia della città di Tuscania, (codice manoscritto pubblicato in ciclostile nel 1969 dal Centro Studi Storici Campanari, diretto dall’avv. Giambattista Sposetti-
GREGORIO DI CATINO, Il «Chronicon Farfense» (a cura di U. Balzani), Roma 1903.
MANENTE C., Historie, Venezia 1561.
EGIDI P., Le croniche di Viterbo scritte da Frate Francesco d’Andrea, in ASRSP, XXIV (1901), pp. 197-
POLIDORI M., Croniche di Cometo (sec. XVII), Grotte di Castro 1977.
TOMMASO DA CELANO, Vita I S. Francisci Assisiensis, in “Analecta Franciscana”, X, Ad Claras Aquas 1926-
B. GLI STUDI
1. Studi generali (relativi all’Etruria e allo Stato Pontificio)
a) Studi Etrusco-
AKERSTRÖM A., Studien ueber die truskischen Graeber, Lund 1934.
BANTI L., Il mondo degli Etruschi, Roma 1968.
BORIOSI N., Alfabeto e Ortografia della Lingua Etrusca, Varese 1976.
CIATTlNI A. –
COLONNA G., La cultura dell’Etruria meridionale interna con particolare riguardo alle necropoli rupestri, in “VIII Convegno Nazionale di Studi Etruschi ed Italici: Aspetti e Problemi dell’Etruria interna” –
DUCATI P., L’Italia antica, Verona 1948.
FERRI S., Archeologia, Firenze 1962.
GATTI E., Gli Etruschi, voll. I-
MOSCATI S., Le pietre parlan’o, Vicenza 1976.
PALLOTTINO M., Etruscologia, Milano 1968 (sesta ediz.), Milano 1984 (settima ediz.).
PALLOTTINO M., Civiltà artistica etrusco-
TORELLI M., Storia degli Etruschi, Bari 1981.
b) Studi di carattere prevalentemente medioevale.
BELCARI P., Vita del Beato Giovanni Colombini da Siena, fondatore dei poveri Gesuati, Verona 1817.
BERTOLINI O., Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941 (con una vastissima bibliografia).
BREZZI P., Roma e l’impero medioevale, (774-
CAPPELLETTI G., Le chiese d’Italia dalle Origini sino ai nostri giorni, VI, Venezia 1846.
CASIMIRO (Padre) DA ROMA, Memorie istoriche delle Chiese e dei Frati Minori della Provincia Romana, Roma 1845.
COGNASSO P., L’Italia nel Rinascimento (voI. V. –
DUPRÉ THSEIDER E., Roma dal Comune di popolo alla Signoria Pontificia, (1252-
ERMINI G., I Parlamenti dello Stato della Chiesa dalle origini al periodo albornoziano, Bologna 1930.
GAMS P. B., Series Episcoporum Ecclesiae Catholicae, Graz 1957.
GIORGI I., Il trattato di pace e d’alleanza del 1165-
LANZONI P., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII, Faenza 1927.
MACCARRONE M., Studi su Innocenzo III, Padova 1972.
MARIANO (Padre) d’ALATRI, L’Inquisizione Francescana nell’Italia centrale nel secolo XIII, Roma 1954. MOCHI ONORY S., Ricerche sui poteri civili dei Vescovi, Bologna 1930.
PASCHINI P., Roma nel Rinascimento, Bologna 1940 (con una vastissima bibliografia).
SILVESTRELLI G., Città, castelli e terre della Regione Romana, (2 voll.) Roma 1940.
UGHELLI P., Italia Sacra, Venezia 1717.
AA.VV. Nel I centenario dalla morte del Cardo Ercole Consalvi (25 gennaio 1824-
2. Studi locali (interessanti l’area della Tuscia, anche se qualcuno varca tale limite territoriale).
a) Studi etrusco-
BARKER G., Archeologia del paesaggio ed agricoltura etrusca, in “L’alimentazione nel mondo antico –
BARKER G., Archaeology and the etruscan countryside, in “Antquity” 62(1988) pp.772-
CATALDI G., Processi di formazione del territorio etrusco, in “L’Universo” LXIII(1983, num.6 nov.-
COLONNA G., L’Etruria meridionale interna dal Villanoviano alle tombe rupestri, in “Studi Etruschi” XXXV(1967) pp. 3-
COLONNA DI PAOLO E., Necropoli rupestri del Viterbese, Novara 1978.
CRISTOFANI M., Etruschi –
CRISTOFANI M. – MARTELLI M., Fufluns Pachies, sugli aspetti del culto di Bacco in Etruria, in “Studi Etruschi” XLVI(1978) pp.119-
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MORETTI M., Catalogo «Nuovi tesori dell’Antica TusCia », Viterbo 1970.
MOETTI M., Tarquinia, Novara 1974.
PANNUCCI U., Bisenzo e le, antiche civiltà intorno al Lago di Bolsena, Grotte di Castro 1964.
PALLOTTINO M., Tarquinia, in “Monumenti antichi dei Lincei”, XXXVI col. 593, Milano 1937
b) Studi. medioevali.
ANTONELLI M., Una ribellione contro il vicario del Patrimonio Bernardo di Coucy (1315-
ANTONELLI M., Vicende delta dominazione pontificia nel Patrimonio di S. Pietro in T uscia dalla traslazione della Sede alla restaurazione del!’Albornoz, in ASRSP, XXV (1902), pp. 355-
ANTONELLI M., La dominazione pontificia nel Patrimonio negli ultimi venti anni del periodo avignonese, in ASRSP, XXX (1907), pp. 269-
ANTONELLI M., Nuove ricerche per la Storia del Patrimonio dal MCCCXXI al MCCCXLI, in ASRSP, LVIII (1935), pp. 119-
ANTONELLI M., Il Patrimonio nei primi anni dello scisma, in ASRSP, LXI (1938), pp. 167-
ANTONELLI M., La dimora estiva in Italia di Urbano V, in ASRSP, LXV (1942), pp. 153-
ANZILLOTTI A., Cenni sulle finanze del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia nel secolo XV, in ASRSP, XLII (1919), pp. 349-
ApOLLONJ-
BAUER C, Studi per la storia delle finanze papali durante il pontificato di Sisto IV, in ASRSP, L (1927), pp. 319-
BUSSI F., Istoria della città di Viterbo, Roma 1742.
CALISSE, C, Longobardi e Monaci in territorio romano, in ASRSP, LXII (1939), pp. 335-
CALISSE, C, Le condizioni della proprietà territoriale studiate sui documenti della provincia romana dei secoli VIII, IX e X, in ASRSP, VII (1884), pp. 1-
CALISSE C., Costituzione del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia nel secolo decimo quarto, in ASRSP, XV (1892), pp. 5-
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CENCETTI G., Giovanni da Ignano « Capitaneus Populi et Urbis Romae » in ASRSP, LXIII (1940), pp. 145-
CESSI R., Roma ed il Patrimonio di S. Pietro in Tuscia dopo la prima spedizione del Bavaro, in ASRSP, XXXVII (1914), pp. 57-
CIACCI G., Gli Aldobrandeschi nella storia e nella « Divina Commedia », Tomi I-
CONGEDO U., Vita e costumi a Viterbo nel secolo XV, Livorno 1917.
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FALCO G., Costituzioni preegidiane per la Tuscia e per la Campagna e Marittima, in ASRSP, L (1927), pp. 213-
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FUMI L., Orvieto –
LANZI C, Memorie istoriche della Regione Castrense, Roma 1938.
MACCHIONI F., Storia di Bagnoregio dai tempi antichi al 1503, Viterbo 1956.
MORGHEN R., Il cardinale Matteo Rosso Orsini, in ASRSP, XLVI (1923), pp. 271-
M.P.I. –
MUÑOZ, A., Per la conservazione dei nomi dei paesi e delle strade, in ASRSP, XL (1927), pp. 133-
NATALE A., La Felice Società dei Balestrieri e dei Pavesati a Roma e il Governo dei Banderesi dal 1358 al 1408, in ASRSP, LXII (1939), pp. 1-
PARDI G., La popolazione del distretto di Roma sui primordi del Quattrocento, in ASRSP, XLIX (1926), pp. 331-
RICCI G., La «Nobilis universitas bobacteriorum Urbis» in ASRSP, XVI (1893), pp. 131-
ROSSI L. –
PANNUCCI U., I Castelli di Bisenzo e di Capodimonte-
PARTNER P., The Papal State under Martin V, the administration and governement of the temporal power in the early fifteenth century, London 1958.
PETRANGELI PAPINI F., Bagnoregio-
PIERIBUTI L., Storia di Montefiascone, Montefiascone 1870.
PIETRINI F., I Vescovi e la diocesi di Viterbo, Viterbo 1949.
PINZI C., Storia della città di Viterbo, voll. 4, Roma (1887-
SAVIGNONI P., A proposito di un documento relativo all’« exercitur populi Romani Urbis », in ASRSP, XVIII (1895), pp. 217-
SCALABRELLA D., Vita eroica del milanese Guiscardo da Pietrasanta fondatore del cuore della Versilia, Pietrasanta 1964.
SCRIATTOLI A., Vetralla, (nuova edizione a cura di G. Fabbri), Vetralla 1971.
SERAFINI A., Musignano e la Rocca al Ponte della Badia, Roma 1920.
SIGNORELLI G., Viter.bo nella Storia della Chiesa, voll. I-
SORA V., I Conti di AnguilJara dalla loro origine al 1465, in ASRSP, XXIX (1906), pp. 395-
STENDARDI E., Memorie storiche della distrutta città di Castro) Viterbo 1959.
VENEROSI PESCIOLINI G., Notizie e Documenti Senesi sulla guerra del 1416-
WALEY D., The Papal State in the 13th Century, London 1961.
3. Studi specificatamente Tuscanesi.
a) Studi Etrusco-
BARKER G. – RASMUSSEN T., The Archaeology of an etruscan “Polis”: a Preliminary report on the Tuscania project (1986 and 1987 season) (Plates IV-
CAMPANARI V., Dell’urna con bassorilievo ed epigrafe di Arunte, Roma 1825.
CAMPANARI S., Degli Antichi Tuscaniesi e dei vari modi di seppellire in Tuscania, in «Giornale Arcadico », LXXIII (1837), pp. 46 ss.
CAMPANARI S., Iscrizioni etrusche tuscaniensi dichiarate da Secondiano Campanari, in «Giornale Arcadico », CXIX (maggio-
COLONNA G., Archeologia dell’età romantica in Etruria: i Campanari di Toscanella e la tomba dei Vipinana, in «Studi Etruschi», XLVI (1978), pp. 81-
COLONNA G., Tuscania, Monumenti etruschi di epoca arcaica, in «Archeologia », VI (marzo-
COLONNA G., Tuscana, in “Corpus Inscriptionum Etruscarum”, II, I, 4, pp.345-
CRISTOFANI M., Stefania Quilici Gigli, Tuscana (Forma Italiae, Regio VII, vol.II). Istituto di Topografia Antica dell’Università di Roma, De Luca Editore, Roma 1970, pp.184, 1 tav. f.t.(Recensione), in “Studi Etruschi” XL(1972) pp.571-
GOTELLI M., Esposizione del materiale rinvenuto e delle discussioni intorno a Tuscania, Università di Pisa 1960 (Tesi di Laurea: relatore Prof. Silvio Ferri).
LAVAGNINO E., S. Pietro a Toscanella, Roma 1921. MANGOSI E., Breve Memoria sui primi numeri etruschi e i dadi di Tuscania, Roma 1961.
MARCHESE, L, Il museo di Tuscania, Curcio ed. 1964. PAULY, K.,-
QUILICI GIGLI S., La necrapoli della Castelluzza, in «Bollettino della Unione Storia ed Arte », N. S. LXII (1969), Gennaio-
QUILICI GIGLI S., Per una tipologia delle tombe di Tuscania, in “Palladio –
QUILICI GIGLI S., Tuscana (Forma Italiae –
b) Studi medioevali
APOLLONJ GHETTI B.M., La Chiesa di S. Pietro in Tuscania in «Miscellanea di Studi storici Viterbesi », pp. 9-
ARGAN G.C., L’architettura protocristiana, preromanica e romanica, Firenze 1936.
AURELI A., Toscanella ed i suoi monummti, guida storico-
CAMPANARI S., Tuscania e i suoi monumenti, voll. I-
BATTISTI E., L’Abbazia di S. Giusto presso Tuscania, in «Studi Medioevali», XVII (1951), fasc. 2, pp. 337-
CERASA G., Gli acquedotti e le fontane di Tuscania, Viterbo 1914.
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CLAUSSE G., Les églises de Toscanella, in «Revue de l’Art Chrétienne», 1896, pp. 159-
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FUSCO G., Contributo allo studio di Tuscania, in “Quaderno n. 7” dell’Istituto di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti,
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GENTILI E., S. Pietro in Toscanella, in «Archivio storico dell’arte », 1889, II, pp. 361-
GUALDO G., Giovanni Toscanella, in « Italia Medioevale e Umanistica», XIII (1970), pp. 29-
KÄPPELI T., La tradizione manoscritta delle opere di Aldobrandino da Toscanella, in «Archivum Fratrum Praedicatorum», VIII (1938), pp. 163-
LUTTRELL A., Due precettorie di templari e ospedalieri a nord di Tuscania, in «Papers of the British school at Rome », voI. XXXIX, 1971.
MARCELLIANI G., L’antica Tuscania, in «Romana Tellus », n. 78, 1912, pp. 210-
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MARIOTTI G., L’Abbazia di Pontevivo nel P,armigiano e l’unica sua figlia l’Abbazia di S. Giusto presso Tuscania, in «Archivio Storico per la Provincia Parmense», XXVII (1927), pp. 26-
MAZZARRINI R., Aspetti politici, economico-
NARDI M., L’espansione del Cristianesimo nella Tuscia suburbicaria (Regione Cimina) e la diocesi di Tuscania dalle origini al 1192, Università degli Studi di Roma 1962, (Tesi di Laurea: relatore Pro£. Alberto Pincherle).
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PIERDOMENICO L. B., Il Comune di Tuscania e le Corporazioni artigiane nel 1400, Grotte di Castro 1972.
RAGGHIANTI A.C., L’Architettura in Italia alla fine del secolo XI, Modena 1964-
RASPI SERRA J., Tuscania-
RICCI PORTOGHESI L., Ceramica medioevale in Tuscania, in “Faenza –
RIVOIRA G.T., Le Origini dell’Architettura Lombarda, Milano 1908.
RUYSSCHAERT J., La bibliotèque des Franciscains Observants de Tuscanella (Tuscania) au XV siècle, in «Bulletin du Centre National de la recherche scientifique», n. 15, (1967-
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SILVESTRELLI G., Toscanella, in «Roma », VI (1928), pp. 289-
TOMBINI G., Le fondazioni monastiche della Diocesi di Tuscania nei secoli IX-
TURRIOZZI F.A., Memorie istoriche della città Tuscania che ora volgarmente dicesi Toscanella, Roma 1778.
TURRIOZZI F.A., S. Maria Maggiore in Toscanella, in «Album», XIX (1852), pp. 89-
THÜMMLER H., Die Kirche S. Pietro in Tuscania, in «Kunstgeschichte Jahrbuch der Bibliotheca Hertziana», 1938, pp. 263-
VERDIER Ph., La façade-
c) Studi Contemporanei
BARTOLUCCI G.-
CECILIONI S., Contributo allo studio delle tradizioni popolari, Università degli Studi di Roma 1962, (Tesi di Laurea: relatore prof. Paolo Toschi) (pubblicata a cura della Biblioteca Comunale di Tuscania nel 1988 per i tipi della Tipografia Ceccarelli di Grotte di Castro).
PIERI M. C., Il Comune di Tuscania, Università degli Studi di Roma 1964, (Tesi di Laurea: relatore prof. Giuseppe Caraci).
SANGIORGI G., Tuscania anno terzo, in «Rassegna del Lazio », XX (aprile 1973, n. 4), pp. 23-
SCRIBONI P., Tuscania non c’è più, Vignanello 1977.



