Blog Toscanella - Succede a Tuscania - Toscanella - 2021

Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

● - LA TERRA AI CONTADINI: LA RIVOLTA DI TUSCANIA DEL 27 SETTEMBRE 1946.

Pubblicato da in Blog Toscanella ·
Angelo Allegrini
Direttore dell'Archivio di Stato di Viterbo
(articolo già pubblicato sul n° 3 del 2008 della rivista Biblioteca e società edita dal Consorzio delle Biblioteche di Viterbo)
 
Nella peripezia delle occupazioni delle terre incolte o insufficientemente coltivate, avvenuta a seguito dei provvedimenti legislativi emanati dal ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo e dal suo successore Antonio Segni, la vicenda delle agitazioni contadine  verificatesi nel periodo che va dalla liberazione dagli occupanti tedeschi, nel 1944, all’approvazione della legge di riforma agraria del 1950, fu una questione saliente anche per molti uomini e molte donne del territorio della provincia di Viterbo.


Campagna viterbese 1953 (Archivio Mauro Galeotti)
 
A Tuscania, dopo lunghe trattative intercorse nell’agosto 1946 fra gli agricoltori e la cooperativa agricola ex combattenti e reduci, si era giunti ad un accordo per la concessione in affitto di circa 1.000 ettari di terreno a 585 soci della cooperativa, per la durata di sei mesi e dietro corresponsione di un quintale di grano a rubbio (circa due ettari).
 
Mentre si stava perfezionando la trattativa fra le parti, sopraggiunsero agli agricoltori nuove richieste da parte di altre tre cooperative agricole di Tuscania (la cooperativa “Matteotti”, la cooperativa “Consalvi” e la Lega dei Contadini) delle cui istanze si faceva portavoce il sindaco, avv. Nicola Salvatori.
 
Poiché dall’esame degli elenchi dei richiedenti risultava che molti nominativi apparivano duplicati nelle richieste di diverse cooperative, la prefettura di Viterbo – nel frattempo coinvolta – diede mandato a Salvatori di compilare un elenco univoco, nel quale fossero compresi tutti i braccianti agricoli di Tuscania in condizioni di bisogno, che risultarono poi corrispondere al numero di 833 persone.
 
A seguito di ciò, il 26 settembre si tenne in prefettura una riunione dei proprietari terrieri e dei rappresentanti delle cooperative di Tuscania, alla presenza del sindaco e dei rappresentanti dell’Associazione degli agricoltori e della Camera del Lavoro.
 
Nonostante gli agricoltori dichiarassero preliminarmente che avevano già fatto il massimo sacrificio con la concessione dei terreni ai reduci e dopo successive ammissioni del sindaco che riconobbe che circa 320 contadini erano già compresi nelle concessioni agli stessi reduci, concordato sul fatto che il numero di bisognosi poteva essere ridotto con verosimile approssimazione a trecentocinquanta braccianti, si giunse infine a stabilire che per sistemare la faccenda sarebbe stata necessaria una concessione ulteriore di 350 rubbi di terra.


Foto di repertorio
 
Alla richiesta di assicurazione formulata dai proprietari che una volta acconsentito alla nuova concessione di terra non sarebbero giunte ulteriori pretese da parte di altre cooperative o dai malcontenti esclusi dall’assegnazione, il sindaco Salvatori escluse sostanzialmente che queste possibilità si sarebbero potute verificare e la riunione si chiuse con l’impegno dei proprietari ad esaminare l’ipotesi di ripartizione dei richiesti 350 rubbi e con la promessa di una risposta definitiva da darsi entro e non oltre il giorno tre ottobre.
 
Malgrado il buon esito della lunga discussione, il mattino dopo, 27 settembre 1946, circa trecento lavoratori agricoli invasero vasti appezzamenti sparsi nell’agro di Tuscania, provocando la risentita reazione degli agricoltori che chiesero un immediato ristabilimento dell’ordine e fecero presente che le azioni a carattere intimidatorio non aiutavano di certo a comporre bonariamente la vertenza.
 
Cadute nel nulla le diffide a desistere dall’occupazione eseguite dall’Arma di Tuscania a carico delle organizzazioni sindacali e degli invasori, poiché l’abusiva lavorazione di terra continuava, il mattino del 2 ottobre vennero inviati in quel comune quaranta carabinieri e venticinque agenti di P.S. agli ordini del capitano Vincenzo Barbato, comandante la compagnia Carabinieri di Montefiascone e del vicecommissario di P.S. Ernesto Dante.
 
Data la vastità del territorio da sgombrare la forza pubblica fu divisa in due gruppi sotto il comando dei due ufficiali e, poiché il Questore aveva impartito ordine tassativo di fermare gli invasori, il gruppo diretto dal vicecommissario Dante effettuò un rastrellamento della zona a lui consegnata, fermando dieci individui in località “Quarticciolo” e nove in località “Mandrie” da accompagnarsi in caserma per le contestazioni e diffide del caso.
 
Quando il gruppo rientrò in paese, trovò però ad aspettarli folti capannelli di persone in atteggiamento minaccioso che, lanciando insulti e invettive nei confronti della forza pubblica e sempre più aumentando nel numero, tentarono, in parte riuscendovi, di occupare la caserma dei Carabinieri con lo scopo di liberare i compagni fermati.
 
A questo punto il funzionario di P.S., riuscendo a stento a frenare i tumulti, si rivolse al sindaco pregandolo di intervenire e di ricorrere alla sua popolarità tra la gente per riportare la calma e sedare gli animi. Questi, anziché intervenire in tal senso, salì sul balcone del teatro comunale e di lì incitò a continuare, sia pure ordinatamente, la manifestazione affinché si ottenesse il rilascio immediato dei fermati, aggiungendo che nessun giudice avrebbe potuto condannare chi aveva invaso le terre col solo obiettivo di lavorarle.
 
Tali parole ebbero l’effetto di inasprire la situazione e i manifestanti tentarono di nuovo di prendere possesso della caserma, tanto che il vicecommissario Dante, resosi conto di non essere in grado di contenere la pressione della folla, per evitare più gravi conseguenze, ordinò il rilascio dei fermati.


Foto di repertorio
 
La decisione non bastò tuttavia a sedare la ribellione; i facinorosi non si allontanarono dalla caserma rimanendo in attesa del ritorno del secondo scaglione di agenti delle forze dell’ordine e, quando questo dopo un paio d’ore rientrò a Tuscania con altre diciotto persone fermate in località “San Giusto” e “Pompabella”, la manifestazione riacquistò intensità e la situazione si fece molto tesa.
 
Dato il maggior numero di militi a disposizione, questa volta fu possibile sgombrare la caserma e respingere l’assalto dei dimostranti che rimasero però radunati nei pressi dello stabile.
 
Mentre venivano richiesti maggiori rinforzi da Viterbo e si procedeva nell’attesa a individuare e fermare gli elementi più scalmanati, quando la situazione sembrava dovesse migliorare, si udirono i rintocchi del campanone civico sito sulla torre comunale che chiamava a raccolta la popolazione per rinnovare l’assalto alla caserma dei Carabinieri.
 
A suonare il campanone vennero di lì a poco sorprese quattro donne, identificate nelle persone di Amina Imperi in Salvatori, moglie del sindaco, Francesca Pietrangeli in Liberati, consigliera comunale, Carolina Palombella in Firmani, moglie del segretario della camera del lavoro e Rosina Vagnarelli, che vennero tutte tratte in arresto.
 
Nel frattempo la folla accorsa al richiamo venne dispersa dai militari che continuarono i fermi dei più esaltati, fra cui erano compresi anche il sindaco Nicola Salvatori ed il fratello Alpinolo, mentre il capitano Barbato provvedeva a rimuovere i pesanti carri agricoli senza ruote che erano stati posti a mo’ di barricate dai dimostranti per ostruire la strada per Viterbo e impedire così l’afflusso di nuovi rinforzi.
 
 
Quando questi giunsero a Tuscania, intorno alle ore 18.00, l’ordine poté essere finalmente ristabilito e in serata quarantadue persone, delle quali 18 in stato di fermo, vennero tradotte nelle carceri giudiziarie di Viterbo.
 
Il bilancio della giornata era pesante: 132 persone vennero denunciate per vari reati e, tra queste, il sindaco fu chiamato a rispondere dei reati di pubblica istigazione a delinquere con l’aggravante della continuazione (articoli 81 e 414 C.P.), di istigazione all’odio fra le classi sociali (art. 415 C.P.) e di omissione di atti d’ufficio in qualità di sindaco (art. 328 C.P.)[1].
 
La vicenda naturalmente ebbe una vasta eco, sia sul territorio che negli ambienti romani.
 
Già il giorno successivo il giornale “Italia Nuova”, organo del Partito Democratico Italiano, riportava la notizia dell’arresto del sindaco sottolineando come “la moglie del “primo magistrato” aveva fatto suonare le campane a stormo per aizzare la folla contro la forza pubblica” [2].
 
Il quattro ottobre “L’Unità”, richiamando il prefetto ad assumersi le sue responsabilità e chiarire chi aveva ordinato un’operazione che ricordava “i metodi del regime di Mussolini”, chiedeva l’immediata scarcerazione dei 42 cittadini “ingiustamente arrestati” [3] per tornare il giorno dopo sull’argomento e fornire una diversa versione dei fatti:
 
Il sindaco, Nicola Salvatori (…), invitava il popolo a dire quali erano i suoi malcontenti però in una forma ordinata, unica forma che poteva dare soddisfazione. Dello stesso parere non erano certi [sic] i carabinieri: l’appuntato Iemma, imbracciato un fucile preso dalle spalle di un altro carabiniere, lo caricava e lo puntava al petto di una donna inveendo contro di lei. Tale vista fece scaturire alcune grida dalla massa femminile presente, ma la risposta fu che da tutte le finestre della caserma apparvero mitra spianati sulle strade [4].
 
Sempre il 4 ottobre, a Tuscania, aveva luogo una riunione congiunta delle “organizzazioni democratiche”, appositamente convocata per il caso, che produceva due distinti ordini del giorno firmati dai partiti comunista, socialista e repubblicano, dalla camera del lavoro, dall’ANPI e dall’associazione Reduci che denunciavano la falsità dell’accusa mossa contro il sindaco e chiedevano la scarcerazione dei quarantadue arrestati e la concessione di terre incolte ai contadini.
 
Si attivò il “soccorso rosso” e il 7 ottobre i lavoratori di Tuscania indissero uno sciopero generale di protesta per la liberazione dei compaesani raccogliendo nel contempo diversi quintali di grano e farina e diecimila lire che si andarono a sommare ad altre diecimila inviate dalla segreteria del gruppo parlamentare comunista per assistere le famiglie dei detenuti[5].
 
In ogni caso l’otto ottobre l’avvocato Salvatori veniva posto in libertà dalla Procura della Repubblica di Viterbo per mancanza di autorizzazione a procedere da parte del Ministero di Grazia e Giustizia [6] poiché l’allora vigente codice di procedura penale, all’articolo 15, prevedeva infatti che per potersi procedere nei confronti di un sindaco occorresse il proscioglimento della garanzia amministrativa di cui agli articoli 22 e 51 del T.U. della legge comunale e provinciale.
 
In verità il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Viterbo il proscioglimento della garanzia lo aveva chiesto con solerzia e il 31 ottobre 1946 il Ministero di Grazia e Giustizia, a quel tempo capeggiato da Fausto Gullo, chiedeva al dicastero dell’Interno un parere a proposito prima di dare seguito alla richiesta inoltrata.
 
Al fine di esprimere motivatamente la propria posizione, la Direzione Generale dell’Amministrazione Civile dell’Interno volle prima raccogliere anche l’opinione del prefetto di Viterbo: benché chiedesse a quest’ultimo di “esprimere con urgenza il proprio parere sull’opportunità di accordare il richiesto proscioglimento” il Viminale non si mostrava particolarmente propenso a continuare l’iter giudiziario nei confronti del sindaco, visto che la nota indirizzata al prefetto si chiudeva sottolineando bene come “il proscioglimento stesso può essere negato per gravi motivi d’ordine pubblico o quando possa essere inasprita la situazione locale”[7].
 
A quella lettera il prefetto rispose in maniera conseguente:
 
Tenuto conto dei fatti che dettero luogo alla denuncia nonché delle ripercussioni che si avrebbero in pubblico in seguito ad un eventuale procedimento penale a carico del Sindaco di Tuscania, ritengo che sia oltremodo opportuno negare il proscioglimento della garanzia amministrativa (…). L’arresto del Sindaco, infatti (…) allarmò la popolazione di Tuscania, ove egli gode largo seguito, e diede luogo a vive proteste; solo il successivo provvedimento di scarcerazione contribuì a far ristabilire del tutto la calma tra quei cittadini. Una ripresa, quindi, di procedimento penale a carico del sindaco in parola darebbe di certo luogo ad altre pubbliche proteste ed inasprirebbe la situazione locale con conseguente turbamento dell’ordine pubblico, da poco ristabilito[8].
 
L’opinione del prefetto non venne tuttavia tenuta in considerazione e il ministro Gullo concesse l’autorizzazione alla Procura a perseguire il sindaco di Tuscania, visto che, dopo un regolare processo, l’undici dicembre del 1947, il Tribunale di Viterbo, presieduto dal giudice Finocchiaro, emise sentenza di condanna dell’avvocato Nicola Salvatori:
 
Entrando nel merito della causa, il collegio osserva (…) che anche se il substrato della stessa abbia un carattere politico, in sede giudiziaria si tende all’accertamento della lesione del bene giuridico protetto dalla legge penale, indipendentemente da ogni considerazione di indole sociale o politica o economica (…). Invero non si nasconde il collegio che una evidente ragione sociale ed economica sta alla base delle invasioni delle terre incolte, onde in certi casi le invasioni stesse possono presentare una giustificazione morale, che sarebbe erroneo negare. Ma ciò non può minimamente influire sulla serenità e obiettività di giudizio tendente ad accertare o meno la sussistenza del reato (…). Ora se questi fatti si pongono in rapporto al successivo svolgersi degli episodi dedotti in giudizio non si può non concludere se non per la colpevolezza del Salvatori: infatti solo la sua sobillazione poteva spingere all’invasione prima del 3 ottobre, quando cioè i proprietari avrebbero dovuto dare una risposta definitiva. E’ ovvio che ove tale risposta fosse stata data ed in senso favorevole, come tutto faceva prevedere (…) l’invasione non avrebbe potuto aver senso alcuno e i contadini si sarebbero dovuti accontentare (…). Che il tempo della semina fosse imminente è vero, ma non sarebbe stato di certo il ritardo di un giorno a farlo trascorrere inutilmente (…). Sarebbe stato perciò molto difficile far loro un discorso effettivamente e sostanzialmente pacificatore: egli non poteva “rimangiarsi” il passato e perciò (…) invece che invitare la folla a disperdersi ordinatamente, la invitò a dimostrare, sia pure ordinatamente, la sua solidarietà con i fermati (…).
 
Il Salvatori non agì nella sua qualità di sindaco, né quindi abusò dei poteri o violò i doveri inerenti a tale carica, bensì nella sua qualità di semplice cittadino militante in un determinato partito politico. (…)
 
Nella valutazione del fatto il collegio tuttavia non dimentica quanto sopra è stato detto circa i motivi sociali ed economici, che formano la base dei reati di invasioni di terre. Considera che, dato l’atteggiamento a carattere sociale assunto nei riguardi delle masse del partito politico a cui il Salvatori aderisce, egli si è venuto a trovare nella difficile posizione di chi da una parte, quale sindaco, è tutore dell’ordine della legalità e della pacifica convivenza dei cittadini, e dall’altra invece, come esponente politico di partito, deve essere uomo di parte pronto ad agire ed agitare questioni ed uomini[9].
 
Con queste interessanti e anche contraddittorie motivazioni il collegio giudicante dichiarò Salvatori colpevole dei reati a lui ascritti, ma, riconoscendo le attenuanti generiche, ritenne equo infliggere la pena minima e lo condannò alla pena di nove mesi di reclusione e al pagamento della somma di quattromila lire di multa oltre alle spese processuali, concedendo peraltro il beneficio della sospensione e della non menzione nel casellario.
 
Molto più articolata era stata invece la sentenza emessa il sedici gennaio 1947 contro gli altri 131 denunciati per i fatti del due ottobre.
 
In questo caso i reati contestati erano molteplici e spaziavano da quello di grida sediziose a quello di radunata sediziosa, da quello di invasione di terre a quelli di resistenza e oltraggio.
 
Le quattro donne sorprese a suonare il campanone vennero assolte per insufficienza di prove dal reato di radunata sediziosa ma furono ritenute colpevoli di quello di manifestazione sediziosa e condannate per questo a venti giorni di arresto.
 
Molti degli imputati furono assolti dalle accuse più gravi di oltraggio violento e resistenza a pubblico ufficiale, per i quali reati vennero comminate quattro condanne da otto mesi di reclusione e uno di arresto fino a dieci mesi di reclusione e uno di arresto. Il collegio, presieduto dallo stesso Finocchiaro che giudicherà l’avv. Salvatori, ravvisò inoltre “nel fatto accertato dello sterpamento, della dissodatura e della ripartizione delle quote, la cosciente volontà da parte degli occupanti di immettersi nel possesso dei terreni e di lavorarli” e, stabilita in tal senso la penale responsabilità degli invasori, ritenne di “irrogare a ciascuno la pena di mesi uno di reclusione e lire duemila di multa” [10].
 
---------------------
 
Riferimenti alle note:
 
[1] Per il resoconto più dettagliato dei fatti si vedano la relazione del prefetto di Viterbo al ministro dell’Interno del 4.10.1946 e il rapporto giudiziario di denuncia ad opera della Tenenza dei carabinieri di Tuscania del 7.10.1946. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 30, cc. 184-184, 143-149.
 
[2] Il Sindaco di Tuscania arrestato dai Carabinieri, “Italia Nuova”, 3.10.1946.
 
[3] I 42 arrestati di Tuscania debbono essere scarcerati, “L’Unità”, 4.10.1946.
 
[4] U. Macchia, Non si risponde coi mitra al popolo che lavora!, “L’Unità”, 5.10.1946.
 
[5] Sciopero generale di protesta contro gli arresti arbitrari, “L’Unità”, 8.10.1946.
 
[6] Relazione del Prefetto di Viterbo del 22 dicembre 1946. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 30, cc. 126.
 
[7] Lettera prot. 15991-52 del 7.11.1946 della Direzione Generale Amm.ne Civile dell’Interno. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 30, cc. 94-95.
 
[8] Risposta del prefetto prot. 4689 del 13.11.1946. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 30, c. 93.
 
[9] ASVT – Tribunale di Viterbo, sentenza penale n° 543 dell’11.12.1947.
 
[10] ASVT – Tribunale di Viterbo, sentenza penale n° 14 dell’16.01.1947.
 
---------
 
Tratto dal sito dell'Archivio di Stato di Viterbo
 
Via Cardarelli n. 18 01100 Viterbo
 
Tel. 0761/25.31.40 25.31.44
 
Mail as-vt@beniculturali.it
 
Pec mbac-as-vt@mailcert.beniculturali.it



● - NASCE A TUSCANIA BOSCO CAFFÈ, UN NUOVO MARCHIO DI CAFFÈ CREATO E DISTRIBUITO DALL'AZIENDA GRUPPO AGENZIA 08 DISTRIBUZIONE

Pubblicato da in Blog Toscanella ·

● – AVIS TUSCANIA: ASSEMBLEA ANNUALE ORDINARIA DEI SOCI - RELAZIONE DEL PRESIDENTE

Pubblicato da in Blog Toscanella ·

● - IL BUE CHE TORNÒ DA SOLO IN AZIENDA. di Pietro Borgi.

Pubblicato da in Blog Toscanella ·

● - GUSTO, TRADIZIONE E INNOVAZIONE: A TUSCANIA GIOVEDÌ 11 MARZO APRE CHANTILLY

Pubblicato da in Blog Toscanella ·

● – AVIS TUSCANIA: VERSO IL RINNOVO DEI CONSIGLI

Pubblicato da in Blog Toscanella ·

● - QUEL 6 FEBBRAIO DI 50 ANNI FA, VISTO DA GIUSEPPE TIBERI

Pubblicato da in Blog Toscanella ·

● – AVIS TUSCANIA: STORIE DI COVID

Pubblicato da in Blog Toscanella ·

● – RICORDANDO MARIA LISA RODANO CINCIARI. a cura della cooperativa di “Pajeto”

Pubblicato da in Blog Toscanella ·

● – I PASS PARCHEGGI SI POTEVANO EVITARE O AGEVOLARE?

Pubblicato da in Blog Toscanella ·
Successivo
Copyright 2015. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu