Angelo Tartaglia da Lavello (1413-1421)

La Signoria di Tuscania

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Frattanto a Tuscania la Signoria appariva al massimo del suo splendore. Il palazzo signorile ormai completato,[1] aveva ampi cortili a grandi stanze per ricevimenti e spazi per tutta quella corte che ricalcando le mode umaniste dell’epoca era stata creata da Tartaglia circondandosi di qualche artista e letterato, ricercando modi e atteggiamenti più gentili e aristocratici con una vita pubblica più ricca e intensa.

            A tal proposito va ricordato Simone Serdini da Siena detto il Saviozzo, da tempo al seguito di Tartaglia con mansioni di segretario e, da non escludere, di cantore in versi delle gesta e della gloria del suo Signore.[2] Questi fu uno dei maggiori poeti del primo Quattrocento italiano, noto in corti di mezza Italia e destinato ad un certo successo, ma che invece, per motivi che non conosciamo, finì miseramente i propri giorni nelle carceri del Tartaglia sul finire del 1419.[3]

            Fra le opere e gli edifici che Tartaglia volle e modificò a Tuscania, va segnalato il contributo alla ristrutturazione della chiesa di S. Maria delle Rose, di cui forse era devoto, a memoria di una omonima chiesa esistente nella campagna di Lavello;[4] tanto che vi fece anche erigere una sontuosa cappella completamente affrescata, ora completamente distrutta, di cui restano pochi ruderi;[5] dentro la chiesa restano invece le insegne del Tartaglia .

Dappertutto, nelle sue proprietà e realizzazioni, Tartaglia fece affiggere, scolpire e disegnare le proprie insegne e stemmi; talvolta affiancati da quello del Comune di Tuscania; quasi sempre con scolpiti i cordoni annodati del suo primo maestro e padre militare, tal Broglio di Trino, detto Il Cecchetto[6] e le proprie iniziali T e A; come anche restano le insegne fatte scolpire attorno al palazzo e nelle sontuose finestre, di cui ne resta una completa presso il lato sud di Palazzo Quaglia, dove nell’architrave si succedono gli stemmi Tartaglia a sei bande e di Tuscania, le iniziali T e A e i cordoncini del Broglio[7] e nella soglia ricompaiono i cordoni con le iniziali; possenti finestre che ben danno l’idea della grandezza del palazzo che illuminavano. L’insegna completa che invece troviamo in tutti i monumenti tartaglieschi è composta da un quadrato lobato di gusto gotico, entro cui sono inscritti, dal basso, lo scudo a sei bande, un cimiero con svolazzi sormontato da un mezzo leone rampante con ai lati i cordoncini del Broglio entro cui sono le iniziali T e A. Un interessante  disegno su un boccale in ceramica riconducibile al Tartaglia e rinvenuto presso le sue fortificazioni di Tuscania, riproduce semplificato lo stemma Tartaglia.[8]

 

Insegne di Angelo Tartaglia poste nella parte superiore delle finestre 

del palazzo di Tuscania (disegno di Pietro Lanzetta)

[1] Sul palazzo vedi David Andrews, Medieval domestic architecture in Northern Lazio, 1, BAR, series 125, Oxford, 1982, pp. 70-73. La residenza Tartaglia ha subito radicali trasformazioni, modifiche e crolli, fino quasi a scomparire del tutto, parte di essa è stata inglobata dalla edificazione, nel XVIII secolo, di palazzo Quaglia, pertanto resta difficile delimitarne il perimetro e quasi impossibile l’elevazione, se non in quelle parti dove restano ancora presenti finestre e insegne. Ancora più incerta la delimitazione di tutta la rocca Tartaglia, compresi gli edifici dei soldati e dei sevizi. Per le foto d’epoca sulla residenza vedi la mia raccolta di foto d’epoca, Da Toscanella a Tuscania, foto d’epoca sulla città e la sua gente, v. I, 1984, pp. 94-97.

[2] Per le opere del Serdini vedi, Simone Serdini da Siena detto Il Saviozzo, Rime, di Emilio Pasquini, Bologna 1965.

[3] G. Volpi, La vita e le rime di Simone Serdini detto Il Saviozzo, in “Giornale Storico della Letteratura Italiana”, XV, 1890, pp. 1-78.

[4] AA.VV., Una chiesa medievale di Lavello e gli affeschi del XV secolo (S. Maria della Foresta al Bosco delle Rose), a c. di Antonio Rosucci, Lavello 1997.

[5] Un fondamentale contributo alla individuazione della cappella Tartaglia in S. Maria delle Rose a Tuscania è dovuto al maestro Pietro Lanzetta, il quale fra l’altro ne ha disegnato la planimetria e ipotizzato l’elevazione.

[6] Per i rapporti fra Tartaglia e il Broglio vedi, Gaspare Broglio, Cronica universale. Bibliot. Gambalunghiana, ms. segn. 1161, cc. 124-133r. Rimini, XV sec., fonte originaria di questa – storicamente non risolta – attribuzione. Infatti troviamo lo stesso cordoncino annodato (l’insegna del Broglio) negli stendardi di Broglia da Chieri: forse si tratta del medesimo condottiero; su questo Broglio purtroppo non è stata fatta ancora la dovuta chiarezza. Come del resto su tante altre faccende del Tartaglia.

[7] Sui cordoni del Broglio vedi, P. Lanzetta, Le tenaglie del Tartaglia, in “Omnia”, n. 8 Tuscania 1999, p. 3.

[8] Il boccale fu rinvenuto in scavi presso il palazzo Tartaglia; ora in collezioni private. Si tratta di una maiolica smaltata e decorata riconducibile al cosiddetto “stile severo della famiglia della zaffera a rilievo”, di tipologia altolaziale, riconducibile alla prima metà del XV secolo, nel nostro caso forse agli anni 1414 – 20, dell’altezza di cm. 31.