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La decadenza di Tuscania

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Domanda:

Si parla spesso della grandezza e della decadenza di Tuscania durante i secoli. E' possibile avere avere qualche dato sul numero degli abitanti nelle varie epoche? Servirebbe per farsi un'idea un po' più approssimata alla realtà. Se ci fosse anche qualche dato sull'estensione (in kmq) del territorio nelle varie epoche, sarebbe ancora meglio. Grazie. Dario Mencagli

Risposta:


Gli storici locali, motivati da un forte spirito campanilistico, hanno sempre esaltato valori spesso non corrispondenti al vero. Ad esempio, il Giannotti (scrive nel 1590) seguìto da una schiera di cultori di storia locale (tutti anomini, perché i loro scritti (molto brevi) si trovano sepolti negli archivi), compreso il Turriozzi (che scrive nel 1778), hanno sempre preteso che il termine “Tuscia” equivale a “Tuscania”, per cui ti lascio immaginare, caro Dario,  quanta confusione abbiano seminato in lettori sprovveduti! Per fortuna oggi è pacifico che la regione “Tuscia” non ha nulla a che vedere con la città “Tuscania”.

A parte questo equivoco, da tempo ampiamente risolto, ti posso dire che Tuscania in tutto l’arco dell’Alto Medioevo ebbe la sua importanza nella Tuscia: fu certamente una dell più estese diocesi. La giurisdizione del vescovo di Tuscania abbracciava un territorio compreso tra i fiumi Fiora e Mignone, tra il lago di Vico e quello di Bolsena, fino al mare.

Al tempo dei Longobardi il cui territorio era diviso in ducati, ne Ducato di Tuscia, il gastaldo (rappresentante del Re) risiedeva a Tuscania, ma non sappiamo nulla della sua attività di funzionario regio, anche perché ne conosciamo uno solo: Ramningo, che, nel 742, fu mandato dal re Liutprando ad accompagnare il Papa Zaccaria, da Terni fino ai confini del Ducato Romano.

Nella Città e nell’esteso territorio era un pullulare di vita agricola abbastanza attiva, che prendeva le direttive dall’Abbazia di S. Salvatore sul Monte Amiata, dall’Abbazia di Farfa e dal vescovo di Tuscania, i tre proprietari terrieri più importanti.

Il monastero dell’Amiata possedeva vasti appezzamenti nella fascia occidentale del territorio, nei villaggi di (Castel) Marano (presso Piansano), Arnena (Arlena di Castro) e, via via, lungo il corso del fiume Arrone.

Il mondo campagnolo era tipicamente longobardo, sia nei nomi come nelle leggi. I numerosissimi documenti (compravendite, locazioni e donazioni), oltre allo studio del diritto longobardo (un atto dell’809 è uno dei contratti di colonia parziaria più antichi che si conoscano in Italia) ci sono utilissimi per ricostruire l’estensione esatta del “comitato” tuscanese.

Tuscania veniva a trovarsi proprio nel cuore del suo “comitato”. Dall’alto del colle della Civita, la sede dell’Episcopato, adiacente alla cattedrale di S. Pietro, costituiva il fulcro dell’attività economica locale, anche se alcuni centri incominciavano ad evidenziarsi per una certa vita autonoma, come il castello di Viterbo, nei pressi della consolare Via Cassia, e il castello di Corneto, sul mare.

Non vi sono documenti scritti che ci raccontano a chiare note l’importanza di Tuscania, ma le due chiese di S. Pietro e S. Maria parlano da sole e non hanno bisogno di commenti.

Rimanevano molto legati a Tuscania, oltre al Monastero di S. Stefano nell’Isola Martana (Lago di Bolsena), i centri agricoli abitati di Plazianula (Piansano) con il vicino Marano) S. Martino in Colonnata (oggi Poggio Martino), Quintignano (oggi Montebello), Arnena e Tessennano. Le Abbazie di S. Giusto e di S. Savino, la prima sul Marta, l’altra sul Maschiolo, avevano una propria individualità, ma dovettero certamente partecipare alla vita economica locale.

Durante la lotta per le investiture il vescovo tuscanese Riccardo, si trovò coinvolto nella lotta e si mantenne dalla parte imperiale, con l’antipapa Clemente III, almeno fin dal 1086, In cambio degli aiuti prestati, Riccardo riuscì ad ottenere da Clemente III un ampliamento territoriale: le diocesi di Blera e di Centumcellae (Civitavecchia) non ebbero più i vescovi titolari e furono unite per sempre a Tuscania; sicché, da Riccardo in poi, i vescovi si fregiavano con il titolo di “episcopus Tuscanensis Centumcellensis et Bledanus”.

        Certamente il centro abitato di Tuscania si è ampliato per gradi, dall’epoca etrusca (quando l’abitato era concentrato solo sul colle di S. Pietro e sul colle del Rivellino.

        La massima estensione si trova ormai dopo il Mille, quando la cerchia muraria raggiunse un perimetro di chilometri 4.700, con una superficie di circa 62 ettari: la massima estensione raggiunta da Tuscania, anzi dalla “Grande Tuscania”, come dicono, ancora oggi, le persone anziane, riferendosi alla Tuscania medioevale.

Nel XIII secolo la Città ci appare divisa in quattro quartieri: - quello della Civita, dalla cui sommità, la cattedrale di S. Pietro dominava le valli della Marta, del Maschiolo e di Riofecciaro;

- dalla parte opposta, il quartiere dei Castelli (chiamato anche dei Monti) e il quartiere di Poggio Fiorentino si fronteggiavano, separati dal Riuscello;

- l’ampia vallata centrale, che dai due colli degradava lentamente, per risalire poi bruscamente verso il colle della Civita, costituiva l’ultimo quartiere, quello di Valle, chiamato anche di Mezzo, per essere, appunto, delimitato dagli altri tre.

Da sette porte si accedeva alla città. Di esse, restano solo Porta di Poggio Fiorentino (rifatta nel Settecento) e Porta Montàscide, l’unica originale, che immetteva nel quartiere dei Castelli.

Ciascuno dei quattro quartieri era diviso in contrade, una quarantina in tutto, molti nomi delle quali riescono ancora a sopravvivere nel linguaggio popolare, anche se “ufficialmente” sostituiti da nomi di eroi del Risorgimento e della Resistenza.

Tenendo presente che le città nel Medioevo non furono mai molto popolose (basti pensare che Roma arrivava a 50. 000 abitanti), Tuscania, con i suoi 4.000-5.000 abitanti scarsi, poteva ritenersi un centro discreto. Viterbo, nella metà del XIII secolo, ne raggiungeva, a malapena, il doppio. Bisogna ricordare che Viterbo ha un rapido sviluppo nella seconda metà del XII secolo, grazie alla ripresa dell Via Cassia,  da castrum diventa civitas, quindi pretende ed ottiene dal Papa di diventare sede vescovile equiparata a Tuscania.

        Tuscania, comunque aveva un vasto territorio, il “districtus”, che, nel secolo XIII non corrispondeva più a quello della sua vastissima diocesi, ma era pur sempre ragguardevole, raggiungendo circa 60. 000 ettari, quasi il triplo degli attuali. I 60.000 ettari, poi, si sono ridotti ad un terzo, perché alcuni castelli del distretto (Piansano, Canino, Tessennano ed Arlena di Castro) divennero poi Comuni autonomi e una parte del territorio (Le Lestre) è stata ceduta al Comune di Tarquinia, in epoca imprecisata. Pure a Tarquinia passò il castello di Ancarano nel 1438.

Tuscania, già devastata in parte dai Romani nel 1300, dovette subire un duro colpo in una guerra combattuta contro Orvieto 1317 (con numerosi morti ed esuli).

Chi rimase più danneggiato di tutti fu senza dubbio il quartiere della Civita, che si andò spopolando in maniera irreversibile.

Furono emanate delle disposizioni (non conosciamo l’anno), tendenti a ripopolare quel quartiere, con esenzioni sulle imposte, per chi fosse propenso a stabilirvi la residenza, ma tutto risultò inutile. Ormai il quartiere era destinato, inesorabilmente, a morire. Alla fine, ridotto il quartiere di Civita a pochi abitanti, esso fu unito a quello di Valle, per cui Tuscania cominciò ad assumere una nuova divisione, non più in quattro quartieri, ma in tre “terzieri”: il terziere di Poggio Fiorentino, il terziere dei Castelli e il terziere di Valle e di Civita, unificati.

Anche il perimetro delle mura venne ristretto: lasciando solo il semicerchio, che comprendeva i due terzieri di Poggio e dei Castelli, il muro venne rotto (la zona ancora si chiama “Murrotto” o “Morrotto”) lungo tutto l’altro semicerchio, tagliando completamente fuori la Civita e due ampie parti del quartiere di Valle (con la collegiata di S. Maria).

I due punti del semicerchio rimasto integro furono congiunti da un muro nuovo, che, opportunamente deviato, poté contenere il palazzo comunale del Rivellino e il Convento di S. Francesco dentro la città. Questa nuova cerchia non fu mai più toccata e corrisponde a quella che ancora oggi si ammira (da Km. 4, 700 scese a Km. 2, 380).

Se nel secolo XIII questi erano quattro o cinque mila, intorno al 1320 Tuscania poteva contare 3.000 abitanti scarsi, in lento, ma continuo regresso, perché bisogna tenere conto che, una trentina d’anni dopo (1348), la famosa peste nera, fece perdere alle città della Tuscia i due terzi degli abitanti!!

All’alba del XV secolo, poi, il bilancio della situazione economica e sociale di Tuscania è veramente preoccupante. furono proprio i Tuscanesi di quell’epoca ad accorgersi della miseria economica e sociale, in cui versavano. La vita nella Città era grama, perché l’economia ristagnava: talvolta non si reperivano nemmeno i soldi per pagare gli stipendi ordinari al personale del Comune (oggi, per fortuna, le cose sono cambiate!).

Qualunque oggetto, in quel clima di miseria, poteva divenire prezioso: nel suo testamento, una certa donna Paola di Vannuccio di Paltoneria (12 aprile 1406) si preoccupava di lasciare “una tovaglia bucata in molte parti dai topi e un asciugamano”. Potrei citarti altri esempi simili a questo.

Che gli abitanti di Tuscania non fossero in aumento, ce lo fa ritenere un documento del 1402 (perg. dell’Arch. Comunale), il quale lascia intendere che l’esodo dovette raggiungere cifre sensibili, dal momento che le autorità sentirono la necessità di convocare (6 agosto 1402) il Consiglio comunale per arginare la falla: “Bisogna trovare - si legge nell’ordine del giorno - una soluzione, affinché i cittadini abbiano un’attrattiva concreta per ritornare ed abitare stabilmente in Tuscania”. La soluzione adottata? Eccola: “Si intimi a tutti i cittadini residenti fuori Tuscania di tornare a risiedervi entro e non oltre la prossima Pasqua [15 aprile 1403], sotto la pena della confisca dei beni, mobili ed immobili, a favore del Comune”.

Eppure, caro Dario, un campanilismo sfrenato ha sempre permeato nei secoli successivi i “cittadini” di Tuscania: aarebbe vano ricercare il nome di Tuscania senza che una volta sia preceduto dal titolo di “città”. Francesco Giannotti, alla fine del Cinquecento (1590), scrive la prima “Storia della "città" di Tuscania”. Un grande amore traspare dalla sua opera, anche se spesso ci fa sorridere la continua ricerca del “grandioso e del meraviglioso”.

Per concludere, Tuscania (o Toscanella come allora si chiamava) nel 1761 dovette toccare la sua punta minima con i 1.535 abitanti residenti continui ed i 600 (totale 2.135) abitanti stagionali che svernavano a Tuscania con il bestiame transumante.

Poi, sotto la spinta della “rivoluzione agraria” ed al generale miglioramento del tenore di vita scaturito dalla “rivoluzione industriale”, assistiamo ad un lenta ripresa demografica: già nel 1782, gli abitanti salgono a 2.413 residenti abituali e 400 stagionali (totale 2.813). Successivamente, dai 3.898 abitanti forniti dal primo censimento del Regno d’Italia nel 1871 si è arrivati al dato recente (2004) di 7.857 abitanti, mentre la superficie dell’attuale territorio tuscanese è di 20.804 ettari. 1983.

 
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