• - I “GATTI DEL SINDACO”. di Renato Bagnoli. - Succede a Tuscania - Toscanella - 2019


Zodiac  
Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

• - I “GATTI DEL SINDACO”. di Renato Bagnoli.

Pubblicato da in Renato Bagnoli ·
Nel territorio comunale di Tuscania sono state censite e registrate 6 colonie feline. Per colonia felina si intende un gruppo di gatti che vivono in libertà e frequentano abitualmente lo stesso luogo. E’ protetta da leggi nazionali, regionali, e regolamenti comunali. I gatti liberi, indipendentemente che vivano in colonie o meno, sono patrimonio indisponibile dello Stato e per tale motivo sono posti sotto la tutela del Sindaco. Pertanto, per legge sono “gatti del Sindaco”.
 
E’ vietato a chiunque maltrattarli o allontanarli dal loro habitat. Il Sindaco è, in base al D.P.R. 31 marzo 1979 art. 3, l’unica autorità di controllo e tutela degli animali presenti sul territorio comunale. La registrazione ed il censimento sono gestiti dai comuni e dalle ASL veterinarie. A ciascuna colonia felina viene assegnato un numero identificativo ed un referente detto “tutor” ma, erroneamente, chiamato gattara/gattaro.
 
Nella quasi totalità dei casi i tutor sono donne. Se le nascite non sono ben gestite diminuisce la disponibilità di cibo a disposizione delle colonie, ed aumenta l’incidenza di malattie virali, che non si trasmettono all’uomo ma che portano alla morte degli animali, malattie che colpiscono con una netta prevalenza i gatti giovani. Per questo motivo, dopo aver censito la colonia, e dopo aver nominato il referente, si provvede alla loro sterilizzazione. Il gatto è un eterno bambino che chiede cibo, richiesta che trova facilmente un’immediata risposta nella donna. I gatti hanno sviluppato uno speciale linguaggio per comunicare con gli umani e soprattutto con le umane, elaborando i versi, le movenze e i gesti che i cuccioli usano con la madre. La tutor però non si dedica a un gatto, tantomeno a un suo gatto, ma a tutti i gatti in quanto tali. Dare da mangiare ai gatti liberi può sembrare una pratica spontanea e casuale, in realtà, è quasi sempre molto organizzata, dall’acquisto del cibo, al confezionamento e alla sua distribuzione. La tutor ha dovuto imparare quali sono le leggi a tutela degli animali e cosa è e come si presenta un ricorso o una denuncia. Fino a poco tempo fa la tutor viveva nell’ombra, quasi clandestina, ignorata o disprezzata, mai presa in considerazione.
 
Come succede, ancora oggi, molto spesso ad alcune attività femminili. Oggi la tutor è una persona che si occupa delle cure, dell’alimentazione, della sterilizzazione e delle adozioni dei piccoli animali ai rapporti con le Istituzioni.
 
L’imperativo categorico a cui obbedisce è “dar da mangiare agli affamati”. Un esempio dell’importanza fondamentale del dare loro il cibo si comprende quando è necessario catturarli per curarli o sterilizzarli. Per quelli che non si fanno avvicinare, e prendere con le mani, talvolta è necessario usare la gabbia trappola, che è a scatto e ha un’esca alimentare. Per far sì che i gatti ci entrino, ed entrano soltanto una sola volta, perché poi capiscono che è appunto una trappola e la evitano, bisogna lasciarli digiuni, far saltare loro almeno un pasto. Per comprare il loro cibo, la tutor spende molto denaro. Per tre colonie di 50 gatti, presenti in città, in totale si spendono ogni mese circa 600 euro, cui vanno sommate le spese veterinarie, quelle dei medicinali e in alcuni casi anche quelle per le sterilizzazioni.
 
Occuparsi dei gatti è “un dovere”, dicono tutte. E vanno dai gatti anche quando piove, tira vento o nevica. Se si allontanano dalla città qualche giorno cercano chi le sostituisca. I gatti, anche quando non chiedono nulla, creano una sorta di risposta ad un dovere, un impegno a cui non ci si può sottrarre. Nella preparazione del loro cibo, scatolette per gatti, carne, uova, olio e verdure sono sempre mischiati alla pasta. Il pane e il latte sono, ormai, da molti anni in disuso. Il rimestare a lungo nel grande pentolone è indispensabile per mischiare bene i vari ingredienti e poi distribuirli equamente a ciascun gatto.
 
Il cibo preparato è poi messo in appositi contenitori, come sacchetti di plastica o spesso contenitori di plastica, che possono essere portati a mano o con l’automobile. Si portano delle bottiglie con l’acqua, e le ciotole in cui distribuire ai gatti cibo e acqua. Nella distribuzione del cibo, bisogna badare che ogni gatto riceva la sua parte, osservare se qualcuno non mangia perché potrebbe essere segno di un suo malessere, e alla fine è necessario rimuovere i vassoi vuoti. Non è calcolabile con precisione il tempo impegnato per questa attività quotidiana. La distribuzione è fatta a un orario preciso, perché, dicono tutte, “i gatti lo sanno e ci aspettano”. E ciò è vero, verificabile, anche quando entra in vigore l’ora legale. La consapevole attesa dei gatti crea un dovere a cui non ci si può sottrarre, quasi fossero “piccole divinità in attesa dell’offerta a loro dovuta”.
 
Seguendo le tutor nei loro giri si vedono sempre i felini che le aspettano, nel posto e all’ora giusta. In certe situazioni, immediatamente prima e subito dopo, i gatti sono invisibili, dispersi o nascosti e compaiono soltanto al momento giusto. Riconoscono la tutor e, quando arriva in automobile, anche il rumore della macchina. Con la legge 281/92, le figure che prima erano nemiche: i veterinari pubblici, il cui compito, in passato, era sopprimere gli animali, il sindaco, i vigili, la polizia, sono diventati almeno in teoria aiutanti della tutor. Occuparsi dei gatti randagi è, per costoro, obbedire a una legge superiore, è un dovere.
 
È un “hobby” logorante, il far fronte alle necessità come il cibo, le cure e la difesa dall’ignoranza e dalla crudeltà umana, di esseri bisognosi che si incontrano tutti i giorni e non si sa se domani si rivedranno, ai ritrovamenti di gattini chiusi vivi dentro a sacchetti di plastica e buttati dentro ai cassonetti dei rifiuti, barbare pratiche che si ripeteranno ancora e ancora. È generosità che non chiede ricompense o riconoscimenti. Una generosità che, con gli esseri umani sarebbe pericolosa, creerebbe dinamiche di scambio e ringraziamenti e riconoscimenti, mentre dai gatti, la tutor non si aspetta nulla.
 
Molte non coccolano i gatti, non si divertono con loro, lasciando intendere che non mischiano il dovere con il piacere. Insieme a “dovere”, un’altra parola chiave per descrivere queste figure è “sofferenza”. Fare la tutor è una vera passione, nel duplice senso del termine: è una sofferenza e nello stesso tempo uno stato di violenta e persistente emozione, un grande amore.
 
Nonostante tutto e nonostante la 281, continuano a esistere i nemici dei gatti che purtroppo non sono pochi. Per costoro, il gatto diventa il capro espiatorio; così capita, a volte, che qualche tutor si faccia prendere dallo sconforto “Non lo faccio più. Smetto. Si soffre troppo. Ho l’angoscia continua. Quando il gatto è considerato il responsabile di ogni conflitto, devi combattere contro tutti”. Accade invece abbastanza di frequente che le persone, che si occupano della gestione delle colonie feline, vengano schernite o che ricevano insulti che talvolta sfociano in veri e propri episodi di aggressione verbale e persino che siano oggetto di una sorta di mobbing,  importunate e osteggiate nello svolgere le proprie mansioni. A essere molestate sono quasi sempre le persone di sesso femminile, forse perché apparentemente più indifese e fisicamente deboli, vittime di battute sessiste e maschiliste; anche se ovviamente a prendersi cura dei gatti randagi non sono solo le donne.
 
La tutor di turno viene spesso derisa e non di rado redarguita con toni aspri. Le si contesta in particolare l’attività in sé dello sfamare i randagi, anche se facenti parte di colonie opportunamente registrate e tenute numericamente sotto controllo con la sterilizzazione dei singoli individui, appellandosi a ridicole e talvolta fantasiose motivazioni che vanno dalla più comune “i gatti cacciano i topi e provvedono a sfamarsi da soli” alla “i gatti portano malattie e sporcano”, fino a vere e proprie acrobazie mentali come “i gatti portano i topi”  oppure “finiremo per essere invasi dai gatti”.  
 
L’astio che accompagna di solito queste recriminazioni è davvero significativo. Un astio che talvolta si concretizza in vere e proprie minacce contro la persona o contro i gatti stessi. Se non si giunge a tali livelli, si percepisce comunque un fastidio generalizzato, una sorta quasi di ribrezzo e schifo sia verso i gatti, che verso la persona che se ne occupa.
 
Lo stereotipo della tutor è quello di persona sciatta, generalmente di sesso femminile, anziana e sola, poco importa se tale immagine non corrisponde affatto alla realtà, e la superstizione nei confronti dei gatti neri che li vede come portatori di sfortuna, contribuiscono non poco a generare il fastidio verso questo servizio sociale e compassionevole. E’ evidente che tale avversione, sebbene apparentemente rivolta a chi si occupa dei gatti, sia in realtà rivolta agli animali stessi. La tutor è vista sì come colei che consente la sopravvivenza della colonia, ma è contro l’esistenza della colonia stessa che sono indirizzate le critiche.
 
Queste donne non chiedono nulla a nessuno. Si limitano a prendersi cura degli animali di proprietà della collettività, quasi sempre vittime di abbandoni, che poi trovano conforto in mezzo ad altri simili accomunati dalla stessa sorte.  Che disturbi e infastidisca vedere che qualcuno si prenda l’impegno e la briga di “fare del bene” ad altri esseri senzienti?. E’ chiaro che in molti permane l’assurda convinzione che l’empatia e l’impegno sociali siano valori dalle scorte limitate, destinate a esaurirsi nel tempo e quindi da utilizzarsi con parsimonia indirizzandole solo verso gli individui appartenenti alla stessa specie. La colonia felina, per quanto circoscritta, è in realtà controllata molto di più di quel che si pensi, nel senso di contenimento degli individui tramite sterilizzazione, ed è composta da animali liberi di muoversi, di condividere gli spazi urbani, di abitare le strade e di essere stati “liberati” dal dominio della nostra specie. Sono suggestive le immagini di questi bellissimi felini che al crepuscolo cominciano a fare la loro apparizione, muovendosi aggraziati e sinuosi, con un’eleganza e una grazia da far invidia a chiunque, eppure visti attraverso la lente dell’intolleranza e della paura come sporchi, pericolosi e ingombranti. Esseri notturni e quindi maggiormente ambigui.
 
Ora, un concetto, come quello di umanità, che si è andato nei secoli a costituire proprio in opposizione a quello di animalità, ha un continuo bisogno di essere rafforzato e confermato, anche ribadendo la propria, falsa, posizione di superiorità sulle altre specie. E quando la superiorità è fittizia, è solo schernendo e dipingendo come inferiore l’altro, che la si può continuare a sostenere. C’è poi un concetto di proprietà dello spazio e della natura che è davvero emblematico: come se la strade e le piazze fossero solo nostre, come se solo noi, appartenenti alla specie umana, avessimo il diritto di percorrerle.  La persona che investe tempo ed energie personali nella cura degli questi animali è vista così come una sovvertitrice di senso, di un ordine sociale e gerarchico prestabilito. Sostenere e proteggere individui liberi ci ricorda che non tutto è domabile, che non tutto è assoggettabile a norme di controllo e mercificazione.
 
Questi altri individui che, senza chiederci il permesso, osano abitare i nostri stessi spazi urbani, evidentemente turbano più di quanto si immagini e turbano proprio perché ci ricordano quanto abbiamo faticato, culturalmente parlando, per rimuovere e controllare la nostra animalità, percepita come negativa poiché è sulla negazione di essa che abbiamo eretto le fondamenta della nostra concezione che si fonda sull'idea che l'uomo sia il centro e il fine dell'universo.




Copyright 2015. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu