• - PIETRO BENEDETTI VINCE IL “PREMIO RITA SALA”, COME MIGLIOR ATTORE. di Pino Galeotti - Succede a Tuscania - Toscanella - 2019


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• - PIETRO BENEDETTI VINCE IL “PREMIO RITA SALA”, COME MIGLIOR ATTORE. di Pino Galeotti

Pubblicato da in Dal Web ·
Qualche sera fa, sono stato a vedere al Teatro Patologico di Roma, sulla via Cassia, poco lontano da casa mia, uno spettacolo teatrale scritto, interpretato e diretto da Pietro Benedetti.
 
Il Teatro Patologico — fondato nel 1992 da Dario D’Ambrosi, che ne è ancora il direttore — svolge il lodevolissimo compito di mettere in contatto l’attività teatrale, intesa come ricerca e sperimentazione, con il disagio psichico e sociale, specie giovanile ma non solo.
 
In sostanza, offre la possibilità — a chi lo desidera ed è disposto ad intraprendere un percorso di integrazione e di risanamento — di esprimersi e di raccontarsi, tramite il teatro, appunto. Si tratta dell’opportunità di sentirsi utile e riconosciuto, all’interno di un progetto sociale, per chi, solitamente, si sente abitato dalla solitudine e dalla depressione.
 
Potendo fruire, oltre tutto, di un’adeguata assistenza medica, sociale e culturale. Così il Teatro Patologico, nel bel verde di un’antica villa padronale, a pochi passi dal bellissimo Museo delle sculture di Venanzo Crocetti, è un luogo, anche internazionale, di incontro e di scambio di storie e di esperienze; un luogo di cultura vera e partecipata a ridosso di quella ampia zona di Roma nord denominata “Tomba di Nerone”.
 
Negli anni, sono passate dal Teatro Patologico della via Cassia anche compagnie teatrali straniere di grande rilievo e alcuni degli spettacoli, realizzati da D’Ambrosi e dai suoi attori, dopo il successo a Roma hanno fatto il giro del mondo. Non è difficile vedere delle esperienze teatrali interessanti e originali se si frequenta il Teatro Patologico: un teatro dalla spiccata sensibilità per le tematiche sociali con risvolti psicologici… Dicevo che sono stato a vedere lo spettacolo di Pietro Benedetti e che l’ho visto recitare a teatro per la prima volta.

 
Negli anni passati, ogni volta che lo incontravo (che incontravo Pietro) lui mi rimproverava benevolmente di non aver mai trovato il tempo per andarlo a vedere, si rammaricava di non avermi mai visto ad un suo spettacolo. “Proprio tu! — mi diceva — che sei il responsabile principale della mia vocazione, del mio amore per il teatro.”
 
Così, a Viterbo, a Tuscania, a Bolsena, a Marta ed anche a Roma, dopo ogni incontro, casuale, con Pietro, mi sono sentito affettuosamente un po’ in colpa: come principale responsabile della sua vocazione — perché il teatro è bello ma duro, specie per chi ci vuole vivere — e come amico, irresponsabile.
 
Una volta mi sono anche scritto sul calendario il giorno di un suo spettacolo a Viterbo, ma sono dovuto partire poco prima per girare un documentario in Albania.
 
Un’altra volta, ero convinto di farcela perché avevo segnato la data su una agendina, ma l’ho smarrita.
 
E un’altra volta ancora, ho aspettato a lungo una sua telefonata, un avviso di Pietro, che però non ho mai ricevuto. Insomma un disastro! Lo spettacolo al Teatro Patologico, all’interno di una rassegna di eventi teatrali che prende il nome di “Premio Rita Sala”, ha posto finalmente la parola fine a questa vicenda (drammatica! visto che, in fin dei conti, sempre di teatro si tratta). Finalmente sono riuscito a vedere Pietro su un palcoscenico e finalmente lui ha visto me, almeno così credo e spero, tra il pubblico. Scanso equivoci, poiché eravamo in tanti, mi sono messo velocissimamente in prima fila!…
 
Davanti alla mia barba bianca e al mio cappello — è un bel Borsalino — nessuno ha osato rivendicare la titolarità del posto e così lo spettacolo ha avuto inizio… ”Allora ero giovane pure io: Travagliata e poetica vita di Alfio Pannega”, come dice il titolo, è la storia dolce e drammatica di uno dei viterbesi, in città, più conosciuti e benvoluti.
 
Lo spettacolo è una sorta di incredibile, irresistibile monologo che si trasforma in dialogo poetico con il pubblico e, poi, in happening e festa, per concludersi come rito. E’ un evento teatrale, degno della grande tradizione del Teatro Povero di Grotowski e Barba, del Teatro-verità del Living, del teatro sociale e civile di Brecht, Strehler e Squarzina. Che altro?…
 
Pietro si dimostra autore-attore vero, maturo: non fa la macchietta di Alfio, l’uomo dei cartoni — a tutti i viterbesi noto come figlio della Caterina, della “Caterinaccia”, sì proprio lei — ma lo ricrea come personaggio umanissimo, dignitoso, sapiente. Interessato a studiare e comprendere il mistero della natura e del mondo e a cantare con la sua poesia a braccio, o recitando a memoria i versi di Dante, la bellezza e lo strazio della vita. Così l’attore-autore viterbese, si cuce addosso con sensibilità, intelligenza ed arte, un testo e una storia che, attraversando quasi un secolo, coinvolge e commuove nella rievocazione di fatti e misfatti della Viterbo che fu e della vicenda personale di Alfio, di sua madre, dei suoi pochi compagni e dei suoi amatissimi cani.
 
Le gioie e i dolori si alternano, come pure l’allegria e la tristezza; e la vita di un uomo diventa la vita di tutti gli uomini; il particolare, il locale un po’ alla volta, si fa universale… Il tutto raccontato con parole semplici e pregnanti e con una capacità narrativa e di coinvolgimento veramente fuori dal comune. Non c’è una grandiosa scenografia; non ci sono luci ed effetti speciali; non ci sono costumi meravigliosi, realizzati da una famosa casa di abbigliamento; non c’è nulla di estetizzante e banalmente bello in questo spettacolo di Benedetti: c’è solo un uomo con la sua verità, con la verità vera, per così dire.
 
C’è solo un uomo il quale, alla fine delle mille traversie combattute in una vita marginalissima e povera, sa ancora sorridere dell’esistenza grama e godere della natura e della cultura, fino ad essere cantore di una strana gioia di vivere…”Gli ultimi saranno i primi” è scritto nel Vangelo; e la testimonianza di Alfio sembra voler confermare questa meravigliosa profezia…
 
Se è vero ciò che Pietro mi ha più volte ripetuto, che io sarei stato colui che più lo ha influenzato nella sua scelta di darsi al teatro; ebbene, dopo aver visto il suo spettacolo, dopo averlo visto lavorare con tanta serietà e tanto amore, posso dire di essere fiero di ciò che ho fatto e di essere fiero di ciò che Pietro fa. Il premio da lui ricevuto, insieme ai tanti applausi a scena aperta e a conclusione del suo spettacolo sono il giusto riconoscimento per il suo impegno e per le sue qualità professionali e morali.
 
“Allora ero giovane pure io”, dopo questa straordinaria affermazione romana, sarà replicato sabato 30 marzo a Marta, all’Oratorio Città dell’Amicizia, alle ore 21.00. Sono lieto di invitare chi non l’ha ancora visto a vederlo e chi l’ha già visto a rivederlo.
 
Nel caro ricordo di Alfio Pannega, di questo indomito e tenero, incredibile abitante di grotte, baracche e vecchi edifici abbandonati e diroccati, approfitto di questa occasione per inviare un fraterno abbraccio a Pietro Benedetti e a chi gli sta vicino.
Pino Galeotti



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