● – TRADIZIONI SPARITE: “LA CACCIARELLA” - «LA BRACCA», «LO SGAVUIAMENTO», «I PADELLARI». - Succede a Tuscania - Toscanella - 2019


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● – TRADIZIONI SPARITE: “LA CACCIARELLA” - «LA BRACCA», «LO SGAVUIAMENTO», «I PADELLARI».

Pubblicato da in Tradizioni tuscanesi ·
Come già annunciato nella volta precedente nell’articolo: TRADIZIONI SPARITE: IL FORNO DI UNA VOLTA, IL PANE FATTO IN CASA, “LE VICENNARE” E “IL TAVOLELLO” continuo la pubblicazione di articoli riguardanti le tradizioni sparite di Tuscania contenute nel libro “Contributo allo studio delle tradizioni popolari di Tuscania” di Silviera Cecilioni un libro basato su una ricerca capillare delle tradizioni sparite di Tuscania che fu argomento della sua tesi di laurea. Questo libro, che si può trovare nella Biblioteca di Tuscania, è frutto di un’indagine capillare fatta di interviste a persone tuscanesi dai 10 anni ai 90 anni, nella metà degli anni ‘60. Una indagine importante che se non ci fosse stata, avremmo perso dei pezzi importanti della nostra tradizione. Ripeto l’appello a pubblicare di nuovo questa interessante testimonianza che ogni tuscanese dovrebbe tenere nella propria biblioteca “per non dimenticare” la nostra identità. A corredo dell’articolo metto queste immagini/caricature del prof. Pietro Leonardi che ben accompagnano il testo anche se in forma umoristica. Il prof. Leonardi era un appassionato cacciatore e quindi conosceva bene tutte le situazioni di questo racconto di Silviera. Buona lettura. luigi pica.
 
 
 
Fino all’ultima guerra, tutta la zona intorno a Tuscania era tenuta quasi per intero a bosco; oggi la riforma promossa ed attuata dall’Ente Maremma ha notevolmente ridotto la estensione di questa zona boschiva, lasciandone solamente pochi ettari; ove, tuttavia, ancor oggi si recano i tuscaniesi appassionanti di caccia per delle battute, che però soltanto di rado danno luogo a particolari cerimonie.
 
 
Ma fino a quando Tuscania era circondata praticamente di boschi, in determinate epoche dell’anno i latifondisti del luogo, proprietari di molte «riserve», invitavano amici e conoscenti alle «cacciarelle».
 

Le zone più caratteristiche nelle quali si svolgevano queste battute portano ancor oggi i vecchi nomi, ma il loro aspetto, o almeno quello della maggior parte di essi, è assai diverso. La Rocca, San Giuliano, Poggio Martino, Montebello, Castel Ghezzo, erano macchie folte, nelle quali viveva il bestiame allo stato brado, specialmente il bovino; e, in zone particolarmente impervie e meno facilmente accessibili, nelle cosiddette «forre», nel colmo dei grovigli, quasi inestricabili, di vegetazione a basso fusto (chiamata col pittoresco nome di «stracciabracare»), vivevano mandrie di cinghiali, alla caccia dei quali muovevano, cosi come ancor oggi avviene nelle riserve di Castel Porziano e Capalbio, le «battute».
 
Alla cacciarella si invitavano, oltre agli amici appassionati, cacciatori locali, in quanto essi erano pratici dei luoghi, possedevano cani adatti ai diversi tipi di battuta, non temevano le insidie della macchia, le asperità del terreno. La «Bracca», il gruppo cioè dei battitori, era ed è ancor oggi reclutata tra i migliori esponenti della caccia locale, e il numero dei componenti variava a seconda dell’estensione della zona scelta e dell’importanza della battuta: ma generalmente non era mai inferiore alle 30-40 persone.
 
Il capocaccia, nominato dal padrone e scelto generalmente tra le guardie giurate, veniva inviato a «fare le scoperte», ad individuare cioè le zone nelle quali i cinghiali la notte (essi di giorno non escono mai), mangiavano o, come si dice in gergo, «si inzoiavano». (L’inzoio è un fosso o l’ansa di un fosso, in cui i cinghiali si recano al brago).
 


Il capocaccia seguiva le tracce dei cinghiali attraverso i «fori» della macchia, ove essi erano passati, ed individuava i luoghi asciutti e nascosti nel colmo della forra, ove essi dormivano: le «lestre».
 
Avute le informazioni, si organizzava il piano di battuta e si cominciava a costruire le «poste», specie di nascondigli su alberi, ove alcuni dei componenti «il gruppo» si installavano, in modo da godere così di un’ampia visuale.
 
Questi luoghi di appostamento erano riservati generalmente agli invitati d’onore o ai migliori tiratori.
 
Le poste si costruivano la sera innanzi la battuta e durante la notte, per impedire che i cinghiali si allontanassero dalla zona già circoscritta, alcuni cacciatori facenti parte della «bracca» accendevano fuochi di stracci imbevuti di petrolio o legna resinosa, per tenere gli animali nel luogo prestabilito per la battuta.
 

All’alba, il capocaccia radunava tutti i componenti la «cacciarella» in un determinato luogo; studiava un’ultima volta la direzione del vento, poi dava ordine al capo-bracca di portarsi sul luogo più adatto per iniziare la caccia; accompagnava personalmente gli ospiti alle poste, indicando loro le direzioni in cui non dovevano sparare, la distanza delle postazioni più vicine e tutte le norme di prudenza ad evitare incidenti: egli era infatti responsabile di eventuali mancanze di attenzione e di errori di tiro che avessero causato ferite ai partecipanti.
 
Infine egli sceglieva la «posta» centrale, in modo da poter controllare tutti i movimenti della battuta; ovvero quella più lontana, in modo da poter richiamare tutti i partecipanti a battuta finita.
 

Oggi la cacciarella, sia perché sono venuti a mancare le macchie e i latifondi, sia perché il numero dei cinghiali è diminuito enormemente, non comporta più la risonanza e i preparativi di una volta, tuttavia durante il periodo in cui la caccia è aperta, cioè dal 1° novembre alla fine di marzo, vengono organizzate dai cacciatori locali delle battute che si svolgono però alla stessa maniera e con gli stessi usi di un tempo.
 
Ultimati gli appostamenti, quando tutti si trovano al loro posto, il capocaccia dà il segnale d’inizio suonando un corno, ovvero soffiando nella canna del fucile e traendone un suono acuto; oppure sparando uno o due colpi.
 

Al segnale, il capo-bracca fa sciogliere i cani. I battitori avanzano nella macchia urlando con quanto fiato hanno in gola, fischiando, imitando l’abbaiare dei cani, lanciando colorite espressioni all’indirizzo del cinghiale, come: «sotto!», «Scappa fore, setolò!», «Fori, zanna spezzata!», «Biancone!», «Vota borzette!», specie se l’animale è famoso per precedenti imprese, quali sventramento di cani, o per aver fatto più volte perdere le proprie tracce in occasione di precedenti battute.
 

Ad un certo punto, il capo-bracca scopre lo «sgavuiamento», cioè una sorta di solco che il cinghiale traccia col muso quando entra nella «lestra»; lo «sgavuiato» è dunque un segno della vicinanza dell’animale. Per questo i bracchieri incitano maggiormente i cani, sparano colpi a salve e, qualora il cinghiale abbia stabilito la sua «lestra» nel folto della macchia, ove neppure i cani riescono a penetrare, ricorrono al lancio di «castagnole» per stanarlo. Da notare che le «lestre» attorno a quella dove si trova il cinghiale sono molte, in quanto vengono utilizzate dalla bestia a seconda della direzione del vento.
 

Quando i cani hanno «levato» (stanato) il cinghiale e il cinghiale «è in piedi», l’eccitamento di tutti raggiunge l’acme e i bracchieri urlano: «Attenzione! Hanno levato! A le poste! A le poste!» per avvertire gli appostati di prestare maggiore attenzione: giacché altri animali potrebbero «sfrascheggià», (smuovere le foglie): «il lepre scanato», ad esempio, cioè cacciato dall’abbaiare dei cani, ma non inseguito; o la volpe che procede «onta onta», vale a dire guardinga. Sarebbe errore madornale e irrimediabile sparare su questi, perché sicuramente il cinghiale si dirigerebbe altrove, se udisse spari da parti diverse.
 
 

Soltanto gli esperti cacciatori riescono a distinguere lo «sfrascheggià» del cinghiale da quello di altri animali, somma attenzione di chi sta alla «posta» è dunque quella di vedere bene prima di sparare e di non lasciarsi prendere dall’orgasmo e dall’emozione.
 
 
L’intensità della «canizza» (l’abbaiare dei cani) è un segnale inconfondibile per il cacciatore esperto; il quale riesce, valutando vari elementi, a definire, ad esempio, la distanza a cui può trovarsi il cinghiale, e se l’animale è particolarmente grosso (in questo caso egli avvertirà che il cane abbaia da fermo, intimorito dalla belva).
 

Il tiro si presenta relativamente facile se la «posta» si trova in una «larga», una radura, oppure in una «tufarina», zona tufacea, ove la vegetazione è scarsa; in altri casi il tiro è difficile, in quanto il poco spazio e la velocità di corsa dell’animale non permettono una mira perfetta.
 
Il cinghiale sceglie per fuggire il «forte», il punto della zona boschiva in cui la vegetazione è più fitta; qui i cani possono inseguirlo solamente in fila indiana, senza possibilità di attaccarlo ai lati; e inoltre può affrontarli uno alla volta, qualora la stanchezza lo costringa ad una sosta.
 
 

Il tiro più difficile è quello chiamato «del salto della carrareccia»: il cinghiale braccato giunge dinanzi ad un sentiero; prima di attraversarlo indugia un attimo nel folto per fiutare eventuali pericoli poi, scegliendo immancabilmente il punto più stretto della strada, salta al di là velocemente, riuscendo quasi sempre ad evitare i colpi del cacciatore alla posta; il quale sovente è preso alla sprovvista, ingannato dalla «canizza» che segue di molto l’animale. Il tiro perfetto è reputato quello sotto l’orecchio o sotto la spalla; difficile e rarissimo è riuscire a colpire frontalmente.
 
Se riesce ad abbattere il cinghiale, il cacciatore grida subito: «Viva Maria!»; questo solo nel caso si preveda di abbattere un solo animale; se qualora i cinghiali «levati» siano di più, egli resta silenzioso, per non far loro cambiare direzione.
 

Avviene di frequente che l’animale non venga colpito in parti vitali; in questo caso, se ferito gravemente, egli può continuare a fuggire per chilometri, lasciando dietro di sé una scia e delle «pozze di sangue», osservando le quali il cacciatore che l’ha colpito, dopo essere disceso dalla «posta», avvertendo con un segnale convenuto le poste immediatamente vicine, in modo da prevenire qualche eventuale sbaglio, ed evitare che gli si spari addosso, può capire la gravità della ferita e può, in caso lo reputi vicino, andare a finire l’animale ferito; ovvero ordinare al capocaccia, generalmente abile cavallerizzo, di seguirne le tracce con cavalli che conoscono bene la macchia e che sono abituati a percorrerla.
 
Il capocaccia, rintracciato l’animale, lo abbatterà, oppure (è il caso più frequente) provvederà a farlo rientrare nella «cacciata».
 

Avviene raramente che il cinghiale ritorni indietro, giacché ama seguire sempre la stessa direzione; comunque, qualora ciò si verifichi, i bracchieri si incaricano di ucciderlo, ma solo nel caso la bestia sia veramente pericolosa per i cani e per loro stessi; altrimenti lasciano che sia uno degli ospiti a sparare.
 
 
Il cinghiale inseguito e ferito è un combattente disposto a vender cara la propria pelle e non fugge neppure davanti a decine di cani, difendendosi sino all’ultimo.
 
Si addossa abitualmente al tronco di una grossa quercia, o a un grande masso, in modo da poter fronteggiare la muta con le spalle protette.
 

I cani lo assalgono da ogni parte; ma, data la forza e la ferocia dell’animale, non riescono quasi mai ad avere la meglio: a meno che non riescono ad addentarlo alle orecchie o a saltargli sulla schiena; il che riesce loro solamente quando il cinghiale è piccolo e non ha ancora la straordinaria agilità della bestia giovane, né la forza e l’astuzia della vecchia.
 
 
II cacciatore fortunato che ha abbattuto il cinghiale, scende dalla «posta» e per prima cosa strappa dalla groppa dell’animale un ciuffo di setole per farsene un trofeo; se poi l’esemplare è un maschio, il trofeo sarà invece costituito dalle zanne.
 
Al sopraggiungere della «bracca» e degli altri cacciatori cominciano le discussioni e le scommesse sul probabile peso della bestia e sulla sua età. Il più delle volte, in passato specialmente, la caccia proseguiva; e si incaricavano allora due cacciatori della «bracca» di portare il cinghiale al posto di partenza, oppure lo si lasciava dove era stato abbattuto, avendo però l’accortezza di coprirlo di frasche, ad impedire che i mosconi, attirati dal sangue, vi deponessero le uova e lo facessero cosi avariare in breve tempo.
 
Il cinghiale viene comunque sventrato: gli si apre lo stomaco per vedere dove e che cosa ha mangiato; si buttano, coprendole di terra, le interiora, conservando però il cuore, i polmoni, e il fegato («la corata»), che serviranno come cena alla «bracca».
 
Se il cacciatore che ha abbattuto il cinghiale è un novellino, ed ha fatto in quel giorno il suo primo colpo fortunato, gli si fa il «battesimo del sangue»: gli altri cacciatori lo tengono fermo, e uno di essi gli imbratta il viso col sangue della bestia. Il giovane fa le viste di schernirsi e di difendersi, ma ha piacere che lo si «mascheri»; e, anche se si ripulisce, lo fa in modo che qualche traccia gli rimanga, in modo che tutti coloro che lo incontrano sappiano che, quel giorno, egli è stato «la prima canna».
 
A battuta terminata, se essa è stata fruttuosa e si è conclusa prima di sera, il padrone fa suonare il corno, o fa ripetere il segnale che ha dato inizio alla cacciarella, per avvertire il personale dalla sua fattoria di preparare il pranzo.
 
Si mangia prosciutto, formaggio pecorino, capocollo, innaffiando questi cibi piccanti con un buon vino, versato a volontà se la caccia è finita.
 
Seduti in una radura, ove hanno portato la preda facendo a gara per recare in spalla il bastone cui, per le zampe, è legato il cinghiale, i partecipanti alla caccia mangiano, discutono e bevono; e non mancano, i bracchieri, di lanciare frecciate al padrone, se trovano scarso il cibo e se questi, con gli amici, si apparta.

 
Infine si fanno le parti della preda. Il padrone taglia le «corate» che spettano alla «bracca», che le mangerà in un’osteria del paese la sera stessa; per il resto la bestia viene divisa tra gli ospiti del padrone e tutti gli altri cacciatori. Generalmente, paghi del solo divertimento, gli invitati non accettano la parte che viene loro offerta, e il padrone, se generoso, concede anche quei tagli alla «bracca».
 
Il rientro al paese dopo una cacciata fortunata presenta lati caratteristici.
 
Tutto il paese sa della cacciarella, in quanto fuori dalla sede della Associazione Cacciatori sventola la bandiera verde con la testa del cinghiale; i più impazienti o i più interessati (i macellai, che non hanno ammazzato in vista di una caccia abbondante, e vogliono accertarsi di non avere sbagliato; e i calzolai, interessati alle setole), vanno incontro al gruppo fuori della porta del paese.
 
I cacciatori, allora, quando sono vicino alle mura, legano i cani, in modo da farli abbaiare più forte, suonano il corno, sparano a salve, gridano, insomma fanno il più grande schiamazzo possibile. Se poi la preda è di eccezionali dimensioni le fanno fare il giro del paese, perché tutti la vedano.
 
Infine il cinghiale viene portato da un macellaio o da un cacciatore assai esperto, perché ne faccia tante parti quanti sono coloro che hanno partecipato alla cacciarella, e le metta in sorteggio.
 
La festa termina con la cena dei bracchieri, che si tiene in un’osteria del paese e che consiste, come ho già accennato, nel mangiare le «corate». Se alla «bracca» non sono toccate solamente le «corate», ma anche altri pezzi, si rimanda la cena alla sera seguente, in modo da dare il tempo all’oste di cucinare tutto secondo i migliori canoni della culinaria; e nel contempo per permettere ai poeti della compagnia di comporre versi, e ai disegnatori di rappresentare gli episodi salienti della «cacciarella» cui hanno partecipato.
 
Quando tutti cominciano a risentire gli effetti del buon vinello, ecco venir fuori le caricature, nelle quali sono «messi in cojonella» i «padellari», cioè coloro che hanno mancato i colpi; e le cosiddette «canne morte», quelli che hanno esitato o non hanno sparato affatto, per timore della bestia o perché poco sicuri di poterla ferire.
 
I poeti «tirano le ottave», prendendo spunto dalle reazioni di quelli che sono stati messi in berlina nelle caricature; cercano generalmente di sminuire l’abilità e il coraggio del cacciatore che ha ucciso il cinghiale, affibbiandogli anche roboanti pseudonimi, come: «Rinaldo», «Orlando», «Sacripante»; ovvero affermando di sapere con sicurezza che il cinghiale è stato ammazzato quando era già morto.
 
Tutto finisce in allegri scambi di sfide, da mettere in atto alla prossima «cacciarella», e in risate a spese di coloro che vengono messi in ridicolo.



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