● -“CAPORA’ CE POSSO ANNA’ A FA PADELLA?” e LA VOCE CANORA DELLA MAMMA. di Pietro Borgi - Succede a Tuscania - Toscanella - 2021

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● -“CAPORA’ CE POSSO ANNA’ A FA PADELLA?” e LA VOCE CANORA DELLA MAMMA. di Pietro Borgi

Pubblicato da in Blog Toscanella ·
Prima della riforma agraria dell’Ente Maremma avvenuta negli cinquanta del 1900,  le terre non erano state ancora espropriate  ai nobili, grandi proprietari terrieri che davano anche lavoro ai paesi limitrofi all’azienda  agricola di san Giuliano negli anni 1946 – 1952, il periodo in cui vi abbiamo lavorato anche noi della famiglia Borgi : Tuscania, Arlena, Piansano, Tessennano, Canino.
 
La stragrande maggioranza del lavoratori era personale tuscanese, ma c’erano anche gli arlenesi, i piansanesi, i tessennanesi ed i caninesi. Gli uomini da Tuscania  andavano a lavorare con la bicicletta, qualcuno con la moto o con il motorino. Ricordo quello rosso “Guzzi ” . Domenico Lancioni  , il geometra, veniva con la sua Fiat 500, credo che fosse l’unico ad andare al lavoro su una quattro ruote. A sera tornavano tutti a casa. Le ragazze venivano portate in azienda con il cariolo  del carrettiere dell’azienda,  Polidori.
 
Era trainato da muli. La stalla in Tuscania era in via Tarquinia. Le donne, a differenza degli uomini, dormivano in azienda  ai casali vecchi, così erano chiamati. Al venerdì sera o il sabato mattina il carrettiere Polidori le riportava a casa.
 
Durante la giornata lavorativa quando sentivano la necessità di andare la bagno come sopra citato,  dicevano : “ Caporà ce posso anna’ a fa’ padella? Cioè Caporale, posso andare al bagno?” il caporale era un certo Augusto di Tuscania che vedeva da un solo occhio, che stava dietro ad un cespuglio o ad un albero, nel vicino fosso o vicino al bosco o al boschetto. Era normale sentirlo dire dalle donne. Un giorno e credo quello sia stato il primo e l’ultimo,c’erano due o tre giovani a lavorare con noi, quando uno di loro disse suscitando grandi risate : “ Capora’ ce posso anna’ a fa’ padella?” e il caporale Augusto : “ E va’ a fa’ padella”. Quel giovane piansanese lasciò poi la vita terrena troppo presto. Un giorno, giocando con gli amici, si aggrappò ad una finestra con l’inferriata in via santa Lucia. L’inferriata si staccò dal muro causando la caduta mortale a terra.
 
Al funerale ricordo la disperazione del fratello Pietro e della cognata.  Intorno agli anni 1925 – 1930 del secolo scorso,   nostra madre andava a lavorare con altre ragazze presso l’azienda agricola di Balestra  e  tutte lavoravano in fila in orizzontale,  per togliere le erbacce che crescevano in mezzo al grano, con lo zappetto, con la lama più piccola della zappa,  e dicevano alla mamma : ”Peppa, tu canta che la tua parte te la facciamo noi!”
 
Tutto con il consenso del caporale! La mamma più volte ce l’ ha raccontato.



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