• - LA FESTA DI SANT’ANTONIO A TUSCANIA DAL 1536 E LA SAGRA DELLA FRITTELLA DAL 1971. di Mauro Loreti. - Succede a Tuscania - Toscanella - 2020

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• - LA FESTA DI SANT’ANTONIO A TUSCANIA DAL 1536 E LA SAGRA DELLA FRITTELLA DAL 1971. di Mauro Loreti.

Pubblicato da in Mauro Loreti ·
Antonio nacque nel 251 a Keman in Egitto nei pressi del Nilo. Era cristiano copto. A  18 anni morirono i suoi genitori e così dovette prendersi cura della casa, del lavoro e della sorella minore. In seguito rispose alla chiamata di Dio per una vita di povertà e di abnegazione. Diede in elemosina ciò che possedeva lasciando una somma per il sostentamento della sorella. Quindi praticò la vita ascetica in una fortezza nel deserto.
 
Morì sulle montagne nel 356 a 105 anni. Lottò contro Satana e i demoni, fece dei miracoli con le guarigioni, disse profezie, aiuto i monaci suoi discepoli, ebbe continui contatti con il popolo cristiano. Nel suo lavoro manuale intrecciava i cesti. Oltre ai fedeli anche gruppi di filosofi, di eruditi e di saggi pagani andavano a trovarlo nella sua dimora. Nelle discussioni la sua saggezza spirituale, basata sulla fede in Cristo, aveva sempre la meglio. I cavalieri antoniani, suoi seguaci, curavano i malati, specialmente quelli affetti dal fuoco di Sant’Antonio, pascolavano liberamente i maiali che portavano un campanello intorno al collo, per distinguerli.
 
Dal 23 dicembre al 17 gennaio , giorno della sua festa, venivano uccisi e la loro carne benedetta in chiesa si distribuiva ai poveri. Il maiale e la campana sono caratteristici della sua statua. Nel 1975 Fabio Aquilanti scrisse che a Tuscania  “Giuseppe Cesetti (nellafoto a dx), il famoso pittore tuscaniese  della Maremma, abilissimo nel ritrarre  tori e cavalli, ha intuito che , lasciando a se stessi questi epigoni (i Butteri) di un mondo colorito e suggestivo , tanto i buoi quanto i cavalli, quanto infine il patrimonio boschivo, strettamente correlato, si sarebbero ben presto dileguati. Con immenso danno, è ovvio, anche di chi ami la natura quale si presentava all’occhio dell’uomo migliaia di anni fa, seducente, terribile e misteriosa.
 
E’ per questo che egli ha costituito una Associazione degli allevatori, affiancata da una banda, I Butteri, che con le sue note tradizionali, antiche relativamente anch’esse, allieta feste e sfilate. Si svolge la festa dei Butteri nel giorno consacrato a Sant’Antonio Abate, anacoreta della Tebaide, tanto venerato dagli agricoltori da trovarsi presente , ritratto in dipinti o statuine, immancabilmente nelle stalle, con la sua lunga barba, il suo bastone ed il maialino ai piedi che lo sogguarda in atteggiamento adorante.
 
La Festa si snoda in avvincenti tappe episodiche: la sfilata per le vie cittadine di un centinaio di cavalieri, bandiera rosso-bianca in testa, quanto mai suggestivi colle loro giubbe eterogenee, i loro cappelli spesso a larghe tese e sottogola caratteristico, i loro stivali lucenti, i loro pungoli, eretti su cavalli parati a festa con pettorali scintillanti, bardelle e lazo a latere, al suono della banda, preceduti persino, è una nota all’americana che non disdice, da attraenti fanciulle, con giubbe rosse, vesti corte bianche, stivali di pelle bianca, tamburi pronti a rullare ed un berrettino pure bianco indossato capricciosamente sulle ventitre; in una fiera di merci e bestiame;  in uno spettacolo di merca, aggiogo col lazo degli animali giovani, atterramento, marcatura a fuoco, con imposizione delle iniziali del proprietario, che si svolge in località “Bosco della Riserva”; in corse su piste in terra battuta, che hanno tutto il fascino dell’improvvisazione e la foga di uno spirito competitivo autentico, non collegato ad interessi di sorta.
 
Né manca la nota della culinaria, gli italiani , si sa, sono buongustai e ben predisposti verso una cucina primigenia essenziale, assai diversa ad esempio da quella francese, piuttosto sofisticata ed elaborata, che si estrinseca in cavolfiore ben avvolto nella pastella e poi immerso in olio bollente; cibo appetitoso e profumato, tenuto conto in particolare dell’ottima qualità dell’olio, ricavato da ulivi non dissimili per pregio da quelli celebratissimi della finitima Canino. Tuscania in quel giorno fatidico dimentica le sue ripetute sofferenze. Brilla di una luce inconsueta ed apre le braccia ed il cuore ai turisti che vogliono assistere alle gesta di questi cavalieri, degnissimi eredi di uomini come Ciancaleoni, Cardarelli, Pierantozzi, divenuti leggendari nella zona.
 

Tra l’altro, chi accorre a questa festa, che è tra le più originali del Viterbese e certo sarebbe piaciuta in un lontano passato ai non pochi amanti della Maremma, a cominciare da Renato Fucini, può dire di partecipare alla valorizzazione di un paesaggio e di taluni uomini coraggiosi che rinunciano alle comodità di una diversa più aggiornata vita per seguire la loro propensione , irrefrenabile come una vocazione religiosa. Può dire altresì di rendere omaggio a quella splendida espressione del genio creativo del sommo artefice che è il cavallo, antico compagno dell’uomo, nelle sue ore di gloria e di disfatta, prototipo della bellezza, sì da calamitare scultori e pittori che non desistono dal ritrarlo in infinite versioni; cavallo che purtroppo non si vede quasi più circolare sulle nostre strade, sostituito, ma solo sul piano della praticità, da quella creatura senz’anima che è l’auto.
 
Si può essere, comunque, sicuri, accorrendo a Tuscania, di non rimanere delusi e per i suoi pregi antichi, dalle vestigia degli Etruschi alle chiese prestigiose fiorite d’incanto in luoghi solatii, alle mura incoronate di sangue e di gloria, alle mandrie dei cavalli e dei bovini, magnifici esemplari della razza maremmana, ai butteri, e per quelli moderni, che si traducono in una egregia, anche se ancora dilatabile, recettività di alberghi e trattorie. Non Toscanella, dunque, ma, ad ogni buon titolo, Tuscania, nome illustre perché, come è di immediata intellezione, attinto direttamente dai prestigiosi Tusci od Etruschi, che ne furono i fondatori, cittadina che ha una sua parola insostituibile da dire nella grande assise delle città italiane.” La Sagra della Frittella si svolse la prima volta nel mese di gennaio del 1971.
 
Nella chiesa di Santa Maria del Riposo possiamo ammirare un affresco di S. Antonio del 1536 dipinto dall’artista Scalabrino da Pistoia nell’altare degli affidati di Visso e di Norcia e una statua lignea  del santo del 1600. Il popolo cristiano di Tuscania ed i transumanti umbri, marchigiani e toscani, che amavano la terra da cui ricavavano , con il duro lavoro, i mezzi di sostentamento per le famiglie,  hanno sempre pregato Sant’Antonio, protettore degli animali .
 
Nel 1978 Pericle Scriboni  scrisse che “la Sagra della frittella si svolge a Tuscania la domenica successiva al giorno in cui ricorre la festività di S. Antonio abate. I Butteri montanti splendidi cavalli, preceduti dalla banda musicale aprono la giornata recandosi presso la chiesa di Maria SS. del Riposo a rendere omaggio al santo patrono del bestiame. Presso gli ombrosi viali del “Fuori Porta” in prossimità delle mura castellane, i produttori e coltivatori locali depositano  cavolfiori, farina di grano ed olio d’oliva per la frittellata pomeridiana. Il numero sempre in aumento dei forestieri partecipanti alla sagra è la dimostrazione tangibile di come tale manifestazione si sia inserita nella tradizione tuscanese e tra quelle dell’Alto Lazio. L’ampio viale Trieste nella giornata viene gremito di gente festante. Sul palco, eretto ai piedi di una torre medioevale, una mastodontica padella, ove frigge abbondante olio sprizzante miriadi di perline colorantisi al sole, attende che mani di vezzose fanciulle vi gettino cavolfiori impastati di farina.
 
Cuochi bianco-vestiti, arrossati dal calore, armati di grandi “ramine”, tolgono dal padellone al momento giusto le frittelle distribuendole agli astanti. La gente tutt’intorno rumoreggia gioiosamente. L’aria è impregnata di acre odore di fritto e di profumo di cavolfiori, tanto da costringere gli automobilisti di passaggio a fermarsi e partecipare alla festa. A fatica la banda musicale si apre un passaggio tra la folla, mentre le sagome dei Butteri sui loro destrieri, con i lunghi bastoni, sembrano sentinelle nelle ombre calanti della sera. Le luci dei viali si accendono illuminando l’inconsueto spettacolo, mentre si smorza il crepitante fuoco sotto il “Padellone” che per ore ha cotto croccanti frittelle.
 
Gli anziani sorridono alla festa che termina ritornando a pensare quando imponenti gruppi di equini e bovini delle”grandi famiglie” di  Balestra, Ceriana, Marini, Giorgi, Fani ed altri, bestiame che viveva allo stato brado nei boschi della riserva comunale, della Rocca, di Pian della Selva, veniva immesso sulle strade consorziali, nei tratturi, per raggiungere, tramite le provinciali, Tuscania, ove presso la chiesa di S. Maria del Riposo, da secoli, gli allevatori spingevano gli animali ai piedi della lignea statua di S. Antonio perché li benedicesse. I gruppi del bestiame transumante erano guardati da Butteri cavalcanti mezzosangue; portavano il cappello di feltro nero alla “boara”, cosciali di pelle di capra, tascapane di cuoio, lunghi bastoni di quercia. Pochi erano eleganti con calzoni a polpa, stivali di cuoio nero, lucidi speroni.
 
I Butteri erano costretti a compiere delle vere acrobazie per mantenere ordine nelle mandrie, ove irrequieti torelli mettevano scompiglio e tori sbuffanti mal sopportavano di camminare in compagnia. Diventava problematico transitare per le strade al passaggio delle mandrie. Anche la polvere alzata dal bestiame, i fischi, il suono dei corni e delle campane dei mandriani, gli ululati dei butteri, l’abbaiare dei cani, il nitrire dei cavalli, il muggire dei buoi, facevano parte di quella rude e meravigliosa scenografia che non vedremo mai più. In questa giornata, nel piazzale antistante l’abbeveratoio di S. Antonio, lungo la costa della “Petrella” venditori ambulanti innalzavano rudimentali baracche fatte di frasche, ove era possibile acquistare abbacchio al forno, porchetta, carciofi arrostiti o alla giudia, salsicce, frittelle di broccolo, tutto con vino locale. Forestieri sostavano ammirati a guardare le vacche maremmane dalle lunghe e possenti corna, i mezzo-sangue irrequieti, allevati e riprodotti nei nostri boschi, che primeggiavano per qualità e forza sugli altri allevamenti esistenti nella Maremma. Improvvise corse di cavalli arricchivano la giornata trasformatasi in festa.  
 
Alfredo Stendardi scrisse la poesia :
 
“LO SFOGO DI SANTANTONIO”
 
“Io me me ne sto qui nella chiesa del Riposo
appena entre su la destra de lato
e siccome ‘l tarlo m’aveva un po’ magnato
adesso a Roma m’hanno restaurato.
Pe’ la mi’ festa me portono fora
sopra un bel bardacchino sul sagrato
e insieme al prete in cotta e sottana
benedico ‘ste bestie di Tuscania.
Però pure io ciò le mi’ rimpiante
 perché ‘sta festa nun è più come ‘na vorta
 quanno vedevo salì ‘sta costarella
le vacche de lu Peppo e de la Lulla, del Fratino.
Mecarello, Palombella, Lindarello, Baracchetta, de Giuntella.
Ma la cosa che più me colpiva
era quanno dal fonno del viale
vedevo spunta’ tutte addobbate a festa
le mucche de Adorno, de Perseo e Toto de Pasqua.
Erono ‘ste mucche tutte infiocchettate
e con quel passo lento e un po’ solenne
spannevano nell’aria fresca del mattino
qualche muggito e ‘l sono del campano.
Embè, benché so’ vecchio e un po’ ricurvo
fatto d’un legno che se chiama sorbo
‘sta devozione a me me commoveva
e allora l’occhio me se inumidiva.
Allora sì, me se considerava
e ‘l mi’ ritratto era sempre in ogni stalla
sopra a ‘na vacca o sopra ‘na cavalla.
E quanno ‘l maialetto se ‘ntoppava
subbito Santantonio se ‘nvocava.
E se ‘l toro perdeva de vigore
o ‘l gallo stava pe’ diventà gallina
s’accenneva un cero a Santantonio
e tutto aritornava come prima.
E dato che so’ pure un santo umano
io badavo pure a le corna del cristiano.
Ma adesso più d’un casale è abbandonato
e ‘sto bestiame è quasi sparito
e al su’ posto c’è ‘l trattore
che con facilità viene acquistato
perché c’è il contributo dello Stato.
E Santantonio è stato un po’  scordato
tanto che sento di’ , se nun me sbajo,
che lo vonno leva’ dal calendario
pe’ esse da ‘n’antro santo sostituito
un santo novo più miracoloso
un certo Santo Contributo.”
 
Nel buio della sera, dopo il tramonto, viene acceso il rituale fuoco , il grande falò in onore di sant’Antonio , che viene allestito davanti all’antica porta del 1300 di Montascide. Questa tradizione emozionante simboleggia e richiama all’attenzione di tutti il ricordo del coraggioso eremita che sfidò il fuoco infernale, sconfiggendolo, per il bene dell’umanità.
 
Mauro Loreti




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