Utilizzazione dell'Acquaforte nell'Ottocento - L'Acquaforte

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Utilizzazione dell'Acquaforte nell'Ottocento

Fino alla metà dell’Ottocento non si rintraccia più alcuna documentazione sull’Acquaforte; non posso, però, passare sotto silenzio una menzione assai significativa.
Intorno agli anni Quaranta di quel secolo, l’Avv. Secondiano Campanari iniziava a scrivere il noto volume “Tuscania e i suoi monumenti”, che, poco dopo la sua morte (1855), fu pubblicato dalla tipografia del seminario Montefiascone (1856). Verso la fine della “Parte Prima” (Epoca Etrusca), dopo aver trattato delle antiche vestigia monumentali dell’acropoli di S. Pietro, il Campanari passa a parlare dell’acqua delle Sette Cannelle, quindi ipotizza l’esistenza di “terme romane” vicino la chiesa di S. Maria per certi ruderi che aveva intravisto, poi fa un riferimento all’Acquaforte di S. Savino come ad un’acqua che i Tuscanesi usano abitualmente per curare le malattie epidermiche, infine descrive i resti degli antichi acquedotti e conclude il suo discorso su una sua ipotesi relativa all’ubicazione del “teatro romano” (mai trovato). Vi leggo che cosa dice testualmente, pregandovi di fare attenzione alla parte da me sottolineata[11]:
“…Né quell’antico acquidotto che si ha dentro la città, né il ricettacolo pur delle acque, che sgorgono dai sette doccioni, donde prese oggi il nome quella fonte di Sette Cannelle, sono manco opera di etruschi artefici, tutto che ristorati a’ tempi romani e di mezzo [cioè nell’età medievale], e che per correre di secoli si tengono ancora nell’esser loro a vergognare que’ moderni artificelli di sottili o arrendevoli acquidocci, che, basta appena un po’ di acqua, li vedi rotti e sdruciti. Anche dai ruderi, che trovammo sotterra costrutti sotto la superficie di muro romano, vicino dell’antica chiesa di S. Maria, può bene argomentarsi che una “terma” quivi esistesse alla epoca etrusca, ristorata poscia ed ampliata a’ tempi dell’imperio[12]. Cotesta “terma”, che sembra collegarsi in una unità di fabbrica con quella parte che si estende presso il tempio di S. Pietro, è così ampia e spaziosa che sarìa capace di contenere [i bagnanti di] una città di non mediocre grandezza. Io non credo che gli etruschi tuscanesi, i quali molto usavano a’ bagni, non mostrassero di avere in quel pregio, in che le abbiamo pur noi, quelle tiepide acque solfuree e minerali, che surgono di vena, poche miglia di lungi alla città[13]; nè il trovarvi oggi segni, o avanzi di tubi, di condotti, di muri, mi cava dal capo che volessero perdere tanto giovamento e guadagno, sapendo come gli antichi pigliassero a condurre queste salutari e dilettevoli acque per canali murati da luoghi anche lontani, se avara fu loro natura nel luogo natio di sì gran beneficio…”.

Come si nota, è considerevole l’apprezzamento del Campanari sul valore terapeutico dell’Acquaforte di S. Savino, anche perché subito dopo aggiunge questa interessantissima nota, che vi ora leggo:
“Costantino Santi nostro dottore di medicina, morto pochi anni sono, scriveva intorno alla bontà di queste acque sì fatte parole:
“Giace nella tenuta di S. Savino in questo territorio, in un circuito di terreno detto le Buche, una sorgente d’acqua minerale, la quale scaturisce in un catino posto a mezzogiorno, pochissimi passi lontano dal torrente Acquarella, ove radùnansi in gran copia; e, col suo piacevole gorgoglìo, pare che inviti l’egro a tuffàrvisi per risanarsi. Era questo catino circondato da ogni parte di frondosi alberi e verdi cespugli, che servivano a riparare dai cocenti raggi del sole chi vi s’immergeva. Il suolo è vulcanico, e nelle rupi e nei colli e nella valle trova il naturalista ove pascere la sua curiosità; e tutto gli richiama alla fantasia il grande vulcano che vi ha una volta mostrato la sua possanza.(Quindi il dott. Santi passa ora ad analizzare l’acqua).
L’acqua è di una tal limpidezza che, quantunque si faccia innalzare al di sopra dei quattro o cinque piedi, non inipedisce affatto la vista di piccoli corpicciuoli che giacciono nel fondo del suo recipiente. Il calore di quest’acqua, da me esaminato in diverse stagioni ed in varie ore del giorno, è sempre circa i 23 del termometro di R(eaumur)[14], per cui può giustamente semi-termale appellarsi. Dal suo gorgoglìo si esala un odore di uovo sodo che non fa dubitare della presenza del gas idrogeno-sosfarato. Il sapore è acidetto stittico, e la impressione piccante che fa sulla pelle, pochi minuti dopo che vi si è uno immerso, nonché l’arrossimento della medesima dà a vedere che contiene un acido in dissoluzione; e questo, se non erro, è il solforico. La deposizione biancastra alle sponde e nei corpi che vi stanno immersi indicano che contiene del carbonato e del solfato calcareo. I funghi cinerei ricoperti di una sottilissima patina di un bel verde smeraldo, e questa patina medesima galleggiante sull’acqua giacente vi dànno a conoscere il solfato di ferro. Le arene, che in gran quantità portano i suoi zampilli, sono silicee unite per due terzi almeno al così detto polverino negro attraibile dalla calamita; da cui deduco che quest’acqua percorre un grande strato siliceo ed una miniera di ferro. Posso poi assicurare, che nel corso di circa tredici anni che la conosco e che ne faccio far uso interno, ne ho veduto i prodigiosi effetti nelle fisconie, nelle clorosi, nei fiori bianchi e nelle lenti flogosi intestinali. Non dico nulla dell’uso esterno, giacché sempre questa popolazione vi ha trovato prontissimo rimedio in qualunque specie di malattia cutanea, e gl’ipocondriaci e le isteriche vi trovano i più salutari effetti”[15]

Così termina la dettagliata relazione del dott. Costantino Santi.
L’editore del volume, il montefiasconese Ulderico Sartini, in fase di stampa aggiunse questa nota (Secondiano Campanari era già morto, come ho già rilevato):
“Speriamo di poter dare al fine del presente volume l’analisi chimica, che si sta ora eseguendo, di questa e di altre acque, sulfuree e marziali del territorio toscanese. Nota dell’editore”[16].

Ma, alla fine del volume non è riportata alcuna analisi chimica. Ho fatto altre ricerche fra le carte dell’Archivio comunale di Tuscania, senza alcun risultato. Speriamo che qualcuno, oggi, si possa prendere la briga di far analizzare quest’acqua.

[11] S. CAMPANARI, Tuscania e i suoi monumenti, I, Tipografia del Seminario presso Uldarico Sartini, Montefiascone 1856, pp. 48-49.
[12] Si noti che il Campanari sta parlando delle “terme romane”, da lui qui intuite, ma ai suoi tempi ancora sconosciute: sarebbero state portate alla luce, come abbiamo visto, una sessantina d’anni dopo, durante la Prima Guerra Mondiale!
[13] Qui il Campanri appone una nota, che io ometto, perché riporta il passo del Giannotti con l’episodio di Moretto il Cavallaro, che già conosciamo.
[14] 23 gradi R° (Reaumur) corrispondono a 28,75 gradi C°.
[15] CAMPANARI, Tuscania cit., p. 49-50.
[16] Ivi, p. 50.
 
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