Una discussione tra amici.. - L'Acquaforte

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Una discussione tra amici..

Il terremoto che colpì Tuscania la sera del 6 febbraio 1971 non ha distrutto soltanto il centro storico, ma ha sconvolto anche il modo di vita dei Tuscanesi, diverse loro tradizioni, molte consuetudini, i comportamenti in genere, dei quali si è persa o si va perdendo la memoria.
Per fortuna, però, i Tuscanesi amano spesso rievocare il passato, recuperare i ricordi della loro giovinezza (parlo dei più anziani), stando seduti attorno al tavolo di un bar o in un convegno familiare fra amici o intenti in qualche chiacchierata amichevole presso il “sedilone”, da dove si domina con lo sguardo l’intero giardino pubblico e la passeggiata “fuori porta”.

In questo clima, oltre a lasciarsi surriscaldare dalle discussioni di argomento sportivo, i componenti di un crocchio formatosi occasionalmente trovano anche dei motivi per criticare, e perché no? l’operato dell’Amministrazione comunale di turno, facendo a gara a mettere in risalto con una certa predilezione i numerosi difetti, le carenze, le iniziative che si potrebbero intraprendere e che invece rimangono lettera morta.

E che t’ha fatto l’Acquaforte? Quelle che stanno ‘n Commune, nun ce potrebbero pensa’ a daje ‘na sistemata all’Acquaforte?” – gridò un giorno un componente di quell’improvvisato circolo, buttando là questa frase come un fulmine a ciel sereno, mentre s’alzava di scatto dal “sedilone”.
Embèh! mo’ che c’entra l’Acquaforte? Che manco esiste più!” - gli replicò con tono alterato il suo interlocutore, perché, passando di palo in frasca, gli stava deviando improvvisamente il discorso, un accanito discorso già tutto avviato e concentrato su un’opera pubblica distrutta dal terremoto, ma ancora incompiuta per l’indifferenza di amministratori poco sensibili, secondo lui, ai problemi della ricostruzione.

Sì! Propio l’Acquaforte! Ma nun ve ricordate ll’era bello, quanno, da fie, annàomo a fa’ ‘l bagno ne la pozza dell’Acquaforte e……..”. E così, quel giovane riuscì a deviare i suoi amici dall’argomento su cui stavano discutendo e a far riesumare tanto bene quel ricordo d’infanzia, che tutti dapprima rimasero silenziosi ad ascoltarlo, dimenticando la discussione dalla quale erano partiti, poi cominciarono ad intervenire, di tanto in tanto, con delle osservazioni personali, perché, in effetti, ciascuno aveva da aggiungere qualcosa di bello e di piacevole, mentre riaffioravano lentamente i ricordi delle gite spensierate all’Acquaforte.
Erano circa le tre del pomeriggio. Passavo di lì per caso con un amico: discutevamo su come mettere a punto un percorso caratteristico in bicicletta, da effettuarsi nella domenica successiva con i soci del nostro club “Tippetoppe Mountain Bike”.

Tra quegli uomini che discutevano animatamente, uno di nostra conoscenza ci chiamò con un cenno della mano per invitarci ad entrare nel merito della discussione ed esprimere la nostra opinione. Noi due dovemmo convenire con gli interlocutori sul fatto che molte, troppe realtà il terremoto aveva fatto scomparire, e che sarebbe stato certamente opportuno intraprendere qualche iniziativa per ripristinare l’efficienza dell’Acquaforte, nell’interesse delle due comunità: Tuscania e Marta. Tutti ricordavamo distintamente quando, da ragazzi, si andava all’Acquaforte (come diciamo noi Tuscanesi) o alle Buche (come dicono i Martani), prima a bere quell’acqua “che sapeva d’ova lésse”, poi a fare il bagno nella rudimentale piscina, ricavata qualche centinaio di metri a monte della sorgente, lungo il fosso dell’Acquarella, e mantenuta in efficienza dal Comune, ma più spesso da anonimi volontari.

Tutti avevamo ricordi a sufficienza per rievocare le qualità terapeutiche di quell’acqua quasi miracolosa, che ti faceva guarire in modo eccezionale sia le “bolle” che gli altri malanni dell’epidermide; e non si trattava soltanto di sciocche credenze popolari, perché spesso, ad ordinarti come terapia una serie di bagni all’Acquaforte, erano proprio i nostri medici di famiglia.
La storia di quell’acqua? Io la conoscevo abbastanza bene; anzi proprio in quei giorni, avevo avuto occasione di ritrovare diversi documenti sull’Acquaforte. In quel momento li portavo con me, dentro la mia inseparabile borsa; dissi che, se avevano piacere, potevo anche mostrarli e leggerli seduta stante, ma prima sarebbe stato opportuno conoscere qualche notizia su quell’acqua. Stimolati forse da una grande curiosità, non se lo fecero ripetere due volte, e mi invitarono a raccontare, mentre si disponevano tutti quanti a loro agio sul “sedilone”. Io, allora, cominciai così il mio racconto.
 
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