La sorgente appartiene al territorio di Tuscania - L'Acquaforte

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La sorgente appartiene al territorio di Tuscania

Non c’è dubbio che i diritti sulla sorgente e sul suo uso siano stati in ogni tempo riconosciuti al Comune di Tuscania, ma per quanto riguarda la proprietà del territorio circostante bisogna aprire una parentesi, che ci farà deviare per un momento dall’argomento principale del nostro discorso.
La tenuta agricola di S. Savino è sempre stata compresa, e lo è ancora oggi, nel territorio di Tuscania, ma i proprietari degli appezzamenti di terra oggi sono quasi tutti Martani.
Sulle origini dell’Abbazia conosco soltanto quelle poche notizie che il prof. Luttrell ha raccolto nel suo lavoro, che ho già citato. Le notizie più antiche risalgono al XII secolo, ma poiché i monaci erano pochi, cadde presto nell’abbandono, verso gli inizi del Duecento, mentre la chiesa continuò ad essere aperta al culto per diverso tempo ancora.
Sul pianoro il Comune di Tuscania fece costruire (prima del 1263) un Castello[17] allo scopo di difendere la strada che da Tuscania conduceva a Marta. Doveva essere magnifico quel castello che si ergeva sulla rupe lungo la quale degradava un folto bosco di sughere, che ancora si possono ammirare.

Verso gli ultimi decenni del secolo, l’Ordine dei Templari, che già possedeva Castell’Araldo nei pressi di Marta, riuscì ad ottenere anche il castello di S. Savino, ma non saprei dire a quale titolo i Templari l’avessero ricevuto. Fatto sta che essi, verso 1il 1298,  oltre a S. Savino possedevano dei beni anche nella stessa Tuscania, e precisamente la chiesa di S. Leonardo (assai ricca di immobili) e la chiesa di S. Antonio (fuori porta).
Quando l’Ordine dei Templari venne soppresso (1312), il castello e la tenuta di San Savino passarono di volta in volta sotto diversi padroni, ma non sto ora a raccontarvi la lunghissima e talvolta complicata sua storia: chi vuole, se la può leggere utilizzando i testi che propongo in nota[18].

Basti dire che, confiscata ai Templari, la tenuta di S. Savino fu dapprima preda di diversi signorotti, poi il Papa la donò (1369) al capitolo della cattedrale di Montefiascone; infine, saltando a pie’ pari un racconto che abbraccia diversi secoli, la donò (nel 1806) al Sacro Collegio dei Cardinali, i quali la sfruttavano concedendola in affitto. La tenuta aveva un’estensione di circa 1600 ettari.
Dopo l’unità d’Italia, venne emanata una legge[19] in base alla quale il Sacro Collegio, essendo proprietario di S. Savino, riteneva di poter estromettere gli enfiteuti, cioè i Martani, che vantavano di lavorare come contadini quelle terre fin dal XIV secolo, senza soluzione di continuità. Così il Sacro Collegio il 7 dicembre 1892 iniziò (come attore) il processo, citando davanti alla “Giunta degli Arbitri di Viterbo” (come convenuti) i Martani, i Tuscanesi (che godevano nella tenuta di S. Savino un diritto di pascolo per il bestiame grosso limitato al periodo estivo e in certe porzioni di territorio) nonché alcuni privati.

La causa durò 15 anni. Alla fine (con sentenza della “Giunta degli Arbitri” del 27 gennaio 1907) contro le pretese della parte attrice vinsero invece i Martani, cioè gli enfiteuti convenuti, che ottennero l’affrancazione con la piena proprietà delle terre, perché dimostrarono di averle lavorate ininterrottamente per secoli. Oltre ai Cardinali, anche i Tuscanesi vennero estromessi dal loro diritto di pascolo estivo, ma, per tale perdita, i Tuscanesi ricevettero 88 ettari di terra e la somma, una tantum, di lire 34.506 (cioè 17, 82 € appena!).

Nelle conclusioni, presentate nelle fasi finali del processo, il Comune di Tuscania rivolse un invito alla “Giunta degli Arbitri” affinché, al momento conclusivo, tenesse conto dei diritti dei Tuscanesi sia sulla sorgente dell’acqua termale, che sulla strada per eccedervi. Nel dispositivo della sentenza i giudici non negarono questo diritto, ma dichiararono semplicemente che esprimersi su questa questione esulava dalle loro competenze. Pertanto i Tuscanesi continuarono ad esercitare un diritto, che nessuno aveva mai contestato, essendo la sorgente ubicata nel loro territorio. Pertanto il Comune di Tuscania provvedeva annualmente ai lavori di spurgo e di protezione di quel bagno. Fino alla Prima Guerra Mondiale non abbiamo più notizie.

[17] Tuscania, Archivio Storico Comunale, Fondo Diplomatico, pergg. n. 23 e 24 del 5 maggio 1263. Il pianoro si trova sulla rupe tufacea, simile ad una prora di nave, delimitata dal fosso dell’Acquarella ad est e dal fosso Le Buche ad ovest, che confluiscono a qualche centinaio di metri a valle della sorgente dell’Acquaforte.
[18] LUTTRELL, Two templar cit., che è il testo più esauriente di tutti; si trovano notizie anche le seguenti opere: C. PINZI, Storia della città di Viterbo, III 1899, pp. 118 e 122; M. ANTONELLI, Vicende della dominazione pontificia nel Patrimonio di S. Pietro in Tuscia dalla traslazione della Sede alla restaurazione dell’Albornoz, p. 387, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, vol. XXV(1902), pp. 355-395; G. SIGNORELLI, Viterbo nella storia della Chiesa, I, Viterbo 1907, p. 78; F. LUDOVISI – S. AURELI – L. LUDOVISI, Comparsa Aggiunta (Roma 16 luglio 1907), in “Giunta degli Arbitri in Viterbo – Comune di Marta contro il Sacro Collegio degli Em.mi Cardinali” (fotocopia fornitami gentilmente dall’amico Carlo Prugnoli, interessante per le vicende della tenuta agricola di S. Savino); G. CERASA, L'Agro Tuscaniese e i Diritti Civici, vol. I - I Pascoli, Viterbo 1911, pp. 366-370 (dove la storia si S. Savino è abbastanza dettagliata); C. DE CUPIS, Le vicende dell’agricoltura e della pastorizia nell’Agro Romano. L’Annona di Roma. Giusta memorie, consuetudini e leggi desunte da documenti anche inediti, Roma 1911, p. 194; G. SILVESTRELLI, Le Chiese e i Feudi dell’Ordine dei Templari e dell’Ordine di San Giovanni in Gerusalemme nella Regione Romana, pp. 502, 527-528, in “Rendiconti della Reale Accademia dei Lincei, classe di scienze morali, storiche e filologiche”, Serie V, vol. XXVI, fasc. 5-6, Tipografia dell’Accademia, Roma 1917, pp. 491-539; S. CONTI, Le sedi umane abbandonate nel Patrimonio di S. Pietro, Firenze 1980. pp.172-173; G. GIONTELLA, Tuscania (VT). S Sabino (o Savino), in “Monasticon Italiae”, I, Roma e Lazio (eccettuate l’Arcidiocesi di Gaeta e l’Abbazia nullius di Monetecassino) a cura di F. CARAFFA , Cesena 1981, Scheda Bibliografica, n. 269, p. 187.
[19] Legge del 24 giugno 1888, n. 5489, confluita poi nel Testo Unico emanato con Regio Decreto del 3 agosto 1891, n. 510.
 
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