Toscanella - Storia del Cerro

Vai ai contenuti

Menu principale:

LE ORIGINI DEL SANTUARIO DI MARIA SS. DEL CERRO (1673-1743).

Era un'immagine della Madonna, come tante altre: un'edicola povera e disadorna, che riceveva il breve saluto dei rari viandanti, intenti a percorrere la strada polverosa, che da Tuscania conduce verso Arlena, Tessennano e Canino. Dal momento che l'edicola si trovava a metà percorso tra Arlena e Tuscania, erano soprattutto gli abitanti delle due cittadine a conoscerne l'esistenza, particolarmente i boscaioli ed i proprietari del bestiame che pascolava nella macchia della Riserva; i documenti “ufficiali”, invece, ignoravano quell'edicola, almeno fino alla seconda metà del Seicento.
 
 La storia prende l'avvio(1) dalle vicende personali di una coppia di sposi, Cesare e Caterina, due umili tuscanesi, dei quali i registri parrocchiali non ci tramandano il cognome. Forse non l'avevano, come molte famiglie povere del Seicento; e così, lui era semplicemente “Cesare figlio di Cesare, soprannominato Cesarino, marito di Francesca”; mentre lei era “Francesca moglie di Cesare detto Cesarino”; per quei tempi, ai fini di una ipotetica identificazione, era più che sufficiente!
 
 Francesca era malata, forse di epilessia; erano in molti a ritenere che fosse posseduta dal demonio. Aggravandosi la malattia, il povero Cesare si rivolse al Signore e pensò di portare la moglie a Tessennano, davanti all'immagine miracolosa di S. Liberato per implorare la grazia della guarigione.
 
 Un mattino imprecisato dell'anno 1673, Cesare e Francesca partirono alla volta di Tessennano. Percorsi quattro chilometri, giunsero davanti all'edicola della Madonna seminascosta tra il verde dei cerri. A quel punto Francesca si bloccò e non vi fu verso di spingerla oltre. Il marito fece di tutto per farla camminare, ma Francesca lo redarguì, dicendo: “Non vedi che quella immagine non vuole che io passi più avanti?”. Quindi Francesca cominciò ad agitarsi “con strepito grandissimo”, tanto che Cesare fu costretto a tornare indietro. Per tutta la notte Francesca si agitò, scongiurandoli marito di non condurla più presso quell'immagine della Madonna. Le insistenti richieste della donna vennero ritenute da Cesare come ispirate dal demonio e, da buon cristiano qual era, “maggiormente si infervuorò in credere che la sudetta Francesca, con l'aiuto della Beatissima Vergine, potesse rimanere liberata”. Per molti giorni Cesare costrinse la moglie, usando anche le maniere forti, a recarsi ai piedi di quella sacra immagine, superando tutti gli ostacoli che il demonio interponeva “con violenza e con repugnanza non ordinaria”. Visto, però, che da solo non riusciva ad approdare a nulla, il brav'uomo pensò bene di chiedere aiuto ai sacerdoti di Tuscania. Il primicerio don Carlo Carli, l'arciprete don Giuseppe Eutizi, don Attilio Pescetti, don Paolo Ciotti, don Santuccio Fioravanti e altri accompagnarono i due sposi davanti all'edicola della Madonna. Finalmente la fede prevalse, e Francesca “per intercessione di quella gloriosa Regina del Cielo, restò libera dai maligni spiriti che l'invadevano”.
 
 La parola “miracolo” rimbalzò di bocca in bocca e, da Tuscania, si diffuse rapidamente nei centri limitrofi, così che “accorsero i Popoli in tanto numero a venerare quella Sacra Immagine da più parti”. Il problema logistico si rivelò subito impellente. Molti pellegrini trascorrevano almeno una notte presso l'edicola, per cui fu necessario fabbricare ricoveri di legno, “ove Iddio, a' preghiere della sua Gran Madre, in questo luogo invocata, dispensava con larga mano le sue gratie divine, liberando dal demonio i corpi ossessi, raddrizzando struppi e risanando quelli che da diverse infermità corporali venivano travagliati”.
 
 Alle grazie compiute dalla Madonna, facevano seguito numerosi ex-voto ed offerte in denaro, che, in poco tempo, bastarono a finanziare la costruzione della chiesa e ad “ornare l'altar maggiore, ove resta detta Sacra Immagine, di varie figure e lavori d'intaglio dorato, con sagristia, arricchita di sagre suppellettili a sufficienza, ma anco per la Fabrica d'un Ospitio unito alla Chiesa e di una non piccola habitatione poco lungi da essa, con le sue officine assai comode”, anche per ospitare i pellegrini.
 
 La festività annuale della Madonna del Cerro (ormai il popolo chiamava così quella sacra immagine) venne fissata all'ultima domenica di aprile, per ricordare il primo miracolo avvenuto il sabato che precede quella domenica.
 
 Dato che le offerte dei fedeli erano in continuo aumento, si sentì la necessità di nominare un responsabile ed il vescovo Stefano Brancaccio nominò come custode del nuovo Santuario proprio Francesca, la prima miracolata, che seppe rivelarsi all'altezza del delicato compito, anche con l'apporto del marito Cesare. Nell'espletamento delle sue mansioni, Francesca offrì al comune di Tuscania il prestito di 1.000 scudi, dietro il pagamento di un modico interesse. Inizialmente gli amministratori non presero sul serio l'offerta, ma, occorrendo denaro, nella seduta consiliare del 28 marzo 1678 (appena cinque anni dopo il primo evento prodigioso!), il gonfaloniere Giovanfrancesco Giannotti portò la proposta all'attenzione dei consiglieri comunali, che la deliberarono senza problemi.

 
 L'anno successivo, il 24 febbraio 1679, morì Cesare(2) presso la casetta del Cerro e venne sepolto a Tuscania nella chiesa di S. Francesco. La moglie affrontò serenamente la perdita e continuò la sua opera instancabile, per altri due anni. Ottenne dalla Madonna la grazia di morire nella casetta contigua alla chiesa del Cerro: era sabato 26 aprile 1681. L'indomani, ultima domenica di aprile, sarebbe giunta una folla numerosa, per la festa della Madonna del Cerro e per partecipare alle esequie di Francesca. Il suo corpo fu tumulato accanto a quello di Cesare, in S. Francesco. Nell'atto di morte(3) il sacerdote ha annotato la sua lunga opera svolta presso il Santuario.
 
 L'accorrere di numerosi pellegrini promosse l'istituzione, da parte del Comune, di una Fiera di Merci e Bestiame. La processione religiosa si snodava dalla cattedrale di S. Giacomo fino al Cerro, dove il primicerio del capitolo celebrava la S. Messa cantata; quindi, tutta la gente intervenuta usciva all'aria aperta e si adagiava sull'erba per mangiare le provviste che ciascuno si era portato.
 
 Il vescovo Brancaccio, ancora era in vita Francesca, dovette nominare un cappellano permanente per soddisfare i bisogni spirituali dei numerosissimi pellegrini. Dopo la scomparsa di Francesca, il vescovo Brancaccio (divenuto cardinale) dovette provvedere alla custodia del Santuario ed invitò a risiedervi alcuni Oblati e un sacerdote cappellano, con una prebenda di 60 scudi annui per l'espletamento dei divini uffici.
 
 I Fratelli Oblati chiesero al Comune la concessione di “un poco di macchia per potervi far vigna et horto per servitio loro, come anche di poter falciare qualche laguna in detta bandita della Riserva, per servitio di una bestiola della Chiesa”. Tale petizione venne inserita nell'ordine del giorno della seduta consiliare del 31 maggio 1682. Il gonfaloniere Piergiovanni Pocci ed i consiglieri Marco Pocci, Pietro Gioia e Pierpaolo Giannotti la fecero approvare concedendo agli Oblati tre rubbi di macchia, in una zona che non ostacolasse il libero pascolo del bestiame brado, tenendo conto anche dell'abbeveratoio posto in fondo alla valle del fosso Caliano.
 
 Il Santuario prosperava, ma nei primi anni del Settecento si resero necessari alcuni restauri alla chiesa; li finanziò nel 1703 il canonico Bartolomeo Bonsignori, nobile tuscanese, noto anche per altre sue opere di beneficenza.
 
 Non conosciamo i tipi di intervento finanziati dal canonico Bonsignori, ma leggiamo la descrizione della facciata della chiesa e della piazza antistante in un documento del 1748: la facciata (larga metri 13,15) terminava, in alto, a timpano triangolare con una grande croce di ferro; ai due lati si corrispondevano due colonne “arricciate ed incollate”; la piazza quadrilatera, delimitata da un muretto a secco, era selciata per un tratto di metri 3,50 davanti all'ingresso(4). All'esterno vi era inoltre il campanile(5). Per quanto riguarda l'interno, sappiamo solo che (oltre all'altar maggiore) vi erano anche due altari laterali, uno dedicato al SS. Crocifisso, l'altro a S. Nicola(6): forse erano ubicate nelle due cappelle, vicine all'ingresso, perché da quelle centrali uscivano le due porte laterali, oggi chiuse.
 
 Un lungo e ricco inventario(7) di arredi sacri del 1741 ci fa dedurre quanto dovesse essere attiva la vita del Santuario e quanto numerose fossero le sacre funzioni, che quotidianamente si celebravano. Il vescovo, card. Andrea Santacroce - ci racconta ancora il Barbacci - nominava nell'estate del 1704 un secondo cappellano, oltre a quello permanente, per celebrare la S. Messa nei giorni festivi, il sabato ed in tutte le festività della Madonna; per tale servizio suppletivo, gli venne assegnata una prebenda, costituita da un legato istituito dal canonico don Scipione Buffi, defunto da pochi anni.


 
Copyright 2016. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu